Giovanni Guidi – Francesco Bearzatti

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Giovanni Guidi e Francesco Bearzatti, foto Andrea Paoletti

19 giugno, Firenze

Teatro del Cielo dell’Osservatorio di Arcetri

Tra gli eventi di punta della rassegna Notti d’Estate ad Arcetri, il concerto di Giovanni Guidi e Francesco Bearzatti (promosso dal Music Pool) ha riproposto i delicati equilibri del duo piano-sassofono. Questo duo scaturisce da un quintetto recentemente costituito dal pianista aggregando al proprio trio stabile con Thomas Morgan al contrabbasso e João Lobo alla batteria la chitarra di Roberto Cecchetto e il sax tenore di Bearzatti. Il quintetto sarà documentato da un’incisione per la ECM, la cui pubblicazione è prevista per il 2019.

In un set di un’ora abbondante basato quasi esclusivamente su composizioni originali e sviluppato senza soluzione di continuità, Guidi e Bearzatti dimostrano di essere accomunati da un’intesa quasi telepatica. Un sentire comune che si traduce in un pensiero melodico mai scontato; al contrario, asciutto e spesso parcellizzato in cellule e nuclei che vengono progressivamente espansi mediante una fitta dialettica. Alla base ci sono, seppur filtrati attraverso una sensibilità europea, gli elementi distintivi del linguaggio jazzistico: senso del blues, swing, pronuncia, articolazione del fraseggio anche in chiave ritmica, improvvisazione che si trasforma in composizione istantanea.

Giovanni Guidi, foto Andrea Paoletti

Il percorso pianistico alterna fluidi arpeggi, ostinato ossessivi, impianti di matrice modale, progressioni ritmico-armoniche di ispirazione popolare (sulla scia delle indicazioni dettate dal primo Keith Jarrett), frasi guizzanti ma essenziali e improvvise deviazioni atonali arricchite da clusters. Un terreno capiente e fertile su cui Bearzatti può innestare fraseggi avvolgenti, penetranti, alimentati da un suono che affonda le radici – anche e soprattutto per l’uso del soffiato, degli armonici e dei sovracuti – in un humus impregnato di blues e di elementi desunti (ma debitamente riprocessati) da maestri come Ben Webster, Archie Shepp, Albert Ayler e Dewey Redman. In una linea di continuità con una tradizione intesa in senso lato che riflette alcuni presupposti di base del fare jazz e della sua storia: la trasmissione orale; la capacità di costruire e raccontare una narrazione tramite una propria voce e un suono distintivo.

Francesco Bearzatti, foto Andrea Paoletti

Il confronto tra i due partner si rivela aperto, democratico, denso di stimoli e segnali finalizzati a una proficua interazione. Ne deriva un mosaico, composito ma coerente, di spunti e contenuti, il cui comun denominatore è appunto la ricerca di valenze melodiche espresse attraverso una varietà di sfumature timbriche e dinamiche, arricchite – nel caso di Bearzatti – anche dall’impiego del clarinetto in Si bemolle e dai vocalizzi nell’imboccatura del tenore. Nel bis – la celebre Turnaround di Ornette Coleman – si compendiano in pochi minuti tutti gli aspetti precedentemente citati, oltre al comune amore per il geniale sassofonista e compositore di Fort Worth, e all’interesse di Guidi per un altro gigante come il pianista Paul Bley.

Enzo Boddi

Giovanni Guidi, foto Andrea Paoletti