Kit Downes «Dreamlife Of Debris»

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AUTORE

Kit Downes

TITOLO DEL DISCO

«Dreamlife Of Debris»

ETICHETTA

ECM


Avevamo lasciato Downes in compagnia di organi da chiesa di varie dimensioni nel suo primo album da titolare, «Obsidian», tra cui quello della Church of John the Baptist di Snape, nel Suffolk, e lo ritroviamo ancora lì e in un’altra sede, laica in questo caso: la sala da concerto dell’Università di Huddersfield, anch’essa dotata di un organo a canne. D’altronde per Downes è impossibile rinunciare alla complicità dello strumento e della particolare acustica di spazi del genere, se non depauperando il suo progetto. Siamo in presenza qui di un invisibile musicista aggiunto, che interagisce con lui non solo quando questi è da solo, ma anche in presenza di organici più ampi. A fornire una sorta di continuità nel percorso di Downes è anche la presenza di Challenger, partner assai congeniale e ben rodato in passato, inclusa la partecipazione in un brano nel precedente album sopra citato. Il duo si ripropone qui con Twin, e la magia di una musica scardinata dal tempo (musica da chiesa, jazz, altro?) riemerge intatta.

In generale, l’offerta musicale risultante non è mai banale nella sua altalenante oscillazione tra ieri e domani, tra atmosfere quasi cameristiche (Pinwheel) ad altre più squisitamente jazzistiche (Sculptor, tranne la chiusura chiesastica), o proiettati all’indietro tra cerimonie liturgiche ed echi folklorici (M7), oppure atti a officiare misteriosi rituali (Blackeye), o altrove immersi in una strana quiete (Circinus) e avvolti da presenze perturbanti, con atmosfere disturbate da suoni di oscura natura procurati dagli interventi preziosi di Westerhus. Esemplare in tal senso Bodes, che queste sfumature le contempla tutte, inclusa una serie di forbite divagazioni al piano di Downes.

A fine ascolto, una volta di più, si ha la sensazione di essere scivolati altrove, dove il tempo è fuor di sesto, per dirla con Dick e prima ancora con Shakespeare. Infatti, il vero filo rosso che rimanda a «Obsidian» è proprio di carattere letterario e cinematografico, a iniziare dal titolo dell’album. La frase arriva dal docufilm Patience (After Sebald) di Grant Gee, sorta di traduzione in immagini dei testi di di W.G. Sebald, della sua singolare miscela di fatti storici, annotazioni di viaggio, memorie, riflessioni e racconti legati proprio al Suffolk, in particolare nel suo capolavoro, Gli anelli di Saturno. Sebald è un pallino per Downes, che già aveva incluso un brano intitolato appunto The Rings Of Saturn nel precedente disco, e lo scrittore tedesco spiega molto della musica di Downes, quel tempo scardinato di cui si è detto, lo smarrimento che spesso queste oscure composizioni inducono nell’ascoltatore. Se poi si considera che il film di Gee si avvaleva delle musiche allucinate di The Caretaker e che questi a sua volta era tra i musicisti più affini al pensiero di Mark Fisher, alle sue riflessioni sulla nostalgia del futuro, sul tempo fuori dai cardini, si capirà bene che a fianco a questo disco c’è anche un suo doppio/fantasma denso di riferimenti. Tutto torna: in fondo pure Amleto sbotta di fronte a uno spettro nel celebre «The time is out of joint».

Fucile

[da Musica Jazz di dicembre 2019]


DISTRIBUTORE

Ducale

FORMAZIONE

Tom Challenger (ten.), Kit Downes (org., p.), Stian Westerhus (chit), Lucy Railton (cello), Sebastian Rochford (batt.).

DATA REGISTRAZIONE

Snape, novembre 2018.