«Cuerdas». Intervista a Simone Maggio

Pubblicato dalla Camilla Records, esce il nuovo disco del pianista di Grosseto, con Federica Michisanti, Carlo Cossu ed Ermanno Baron. Ne parliamo con lui.

5290
Simone Maggio ph FrancescoRossi

Simone, se sei d’accordo partirei dal tuo ultimo disco «Cuerdas». La prima domanda è: perché hai scelto questo titolo?
Per rispondere a questa domanda devo parlare di una cosa riferita al brano che porta questo titolo. Il primo germoglio di questo brano lo scrissi molti anni fa, ma in quel momento decisi di lasciare in «sospensione» questa idea, come anche altre: è come se non credessi di essere in grado di svilupparle e portarle avanti; forse per insicurezza o perché realmente non mi sentivo ancora pronto musicalmente. A ogni modo il momento in cui decisi di riprendere quell’idea e svilupparla, coincise con l’inizio di una nuova fase, per me, esistenziale e di conseguenza musicale.  In quel periodo nacque questo progetto e mi è sembrato naturale dare all’album questo titolo.

Poi, anche se i titoli non restituiscono questa impressione, sembrerebbe un concept- album.
Sì, anche se non esplicitamente, lo è e mi collego alla parte finale della mia prima risposta. Dal brano, quindi, estendo il discorso al disco intero. Tutti i brani sono nati di conseguenza e, quindi, con lo stesso spirito; infatti, da quel momento è come se avessi stabilito un contatto più stabile con me stesso, come una radio che si sintonizza sempre meglio e la mia missione è cercare di non interferire.

Tornando al brano Cuerdas, questo per buona parte si muove su delle armonie tonali, su figure disegnate intorno all’armonia. Poi, si cambia passo radicalmente.
Il brano si è sviluppato in maniera naturale attraverso più “piani” sonori e compositivi. Da un piano più prettamente compositivo polifonico, a un piano improvvisativo che si muove su due livelli interconnessi, uno più strutturato a livello ritmico ed armonico e uno destrutturato e aperto, che fa da ponte per tornare alla ripresa del tema finale.

Troviamo quattro Impro, seppur la numerazione ci porta al 6. Che fine hanno fatto le altre due?
Ho voluto mantenere la numerica reale delle improvvisazioni, poiché con questa sequenza sono state registrate in studio. Purtroppo, nel disco non c’era spazio per tutte e ho dovuto fare una selezione.

C’è tanta classica contemporanea in questo disco, unita all’improvvisazione quasi radicale. Dal punto di vista compositivo sei partito con questa idea oppure è maturata in seguito?
Partendo dalla seconda parte della domanda, in realtà non è stata una idea razionale; in queste musiche c’è molto del mio percorso, ed è venuto fuori naturalmente. Fa parte della mia pratica quotidiana ascoltare e studiare la musica europea classica e contemporanea. Mi sento molto connesso con la nostra tradizione artistica europea e il jazz, con i suoi linguaggi «vivi», è sempre stato per me uno strumento attraverso il quale esplorare la musica, al di là delle definizioni stilistiche. L’improvvisazione radicale, intesa come composizione istantanea, è un’ottima pratica per esplorare ed attraversare le forme e i linguaggi musicali: e la pratico molto.

The Book Of Dreams, poi, sembra immersa in aree musicali rinascimentali, con anche un accenno di basso continuo. Cosa racconta questo brano e quali sono i suoi riferimenti stilistici?
Mi piace che tu ci senta questo! A ogni modo anche qui, non c’è un riferimento conscio; il brano è caratterizzato da due idee compositive, che poi vengono sviluppate in maniera diversa l’una dall’altra attraverso le improvvisazioni. Mi piaceva l’idea di provare a trasmettere un’unità nel brano, pur mantenendo indipendenti queste aree (rubando la tua definizione) un po’ come succede a volte quando sogniamo.

Interessante anche il lavoro di costruzione di Heavy Snow, con un altalena di volumi sonori, di pause, silenzi e irruzioni. Cosa puoi dirci su questo brano?
Questo brano nacque durante una situazione metereologica davvero molto estrema. A fine gennaio 2017 (io abito nelle Marche ai confini con l’Abruzzo) in poche ore cadde un enorme quantità di neve, creando non pochi problemi. Si ruppero cose e soprattutto ci fu l’interruzione dell’elettricità per una settimana. Questo fu il contesto in cui nacque l’idea principale e per cui gli stati d’animo cambiavano rapidamente. Quando in seguito sviluppai il brano, mi sembrò naturale mantenere questo contesto emotivo.

Simone Maggio
ph Francesco Rossi

A ben ascoltare, mi sembra che da parte tua ci sia un particolare legame con un certo tipo di musica antica e classica, che ritorna anche in Una semilla distante.
Sì, sicuramente mi sento particolarmente vicino ad alcuni specifici periodi della musica classica; la musica antica sicuramente è una di questi …anche il periodo cosiddetto «romantico», nelle sue moltissime espressioni, come la prima parte del Novecento.

Sei passato dal trio inusuale di «Flames», con chitarra e sassofono, a un quartetto con violino. Cosa è successo dal 2018 a oggi?
Allora, io ed Emanuele Melisurgo in duo, suoniamo insieme da molti anni e nel 2010 pubblicammo in duo un disco «Winds in Tunes» (Rai Trade/ Saint Louis Jazz Collection); nel 2015 invitammo Roberto Pentassuglia per una sessione di registrazione che non aveva all’inizio l’obiettivo di essere destinata alla pubblicazione. Improvvisammo per due ore e il risultato fu per noi molto buono. Decisi in seguito di pubblicarla e, da lì, questo progetto rimase trio. Anche se negli ultimi anni abbiamo lavorato poco insieme, rimane uno dei miei progetti attivi. Tornando alla domanda, in realtà, la data va aggiornata al 2015. In quel periodo avevo deciso di terminare la mia esperienza con il trio che avevo da alcuni anni, insieme ad Andrea Colella e Davide Pentassuglia; naturalmente non lo terminai per motivazioni che riguardavano i nostri rapporti umani ma perché in quel momento stavano cambiando molte cose ed era arrivato il momento per me di un reset e di fare chiarezza. In questo periodo ho suonato prevalentemente nel progetto di Federica Michisanti, Trioness. Infatti, durante questa mia «interzona» ma anche nel presente, Federica, alla quale va la mia più profonda gratitudine, è stata ed è per me un punto di riferimento e un aiuto fondamentale. Inoltre, con il suo progetto ho potuto partecipare a Festival ed eventi molto importanti che mi hanno permesso di crescere. E questa è stata una grande fortuna per me.

Simone Maggio 4tet
ph Luisa Galdo

Vorresti parlarci dei tuoi compagni di viaggio in questo disco?
Allora, come dicevo, con Federica Michisanti ci conosciamo e suoniamo insieme da più di quindici anni, condividendo moltissime esperienze. Nel tempo è stata nutrita una sintonia profonda e preziosa, cresciuta nell’amicizia. Con lei posso suonare qualsiasi cosa. Conosco Ermanno Baron da molto tempo, dai tempi della nostra frequentazione del Saint Louis College of Music. Il paradosso è che fino alla nascita di questo progetto, non c’era mai stata l’occasione di suonare insieme; Ermanno, è uno strumentista di grande versatilità e di mente apertissima, quello di cui avevo bisogno per questa situazione.  Lo stesso dico di Carlo Cossu, con il quale invece avevo avuto delle piccole collaborazioni in passato e, in realtà ho sempre desiderato, inserire uno strumento come il violino in un mio progetto diciamo jazzistico. Fino a questo momento infatti avevo scritto musica per archi, ma per contesti diversi (teatro e immagini). Quindi, sono tutti e tre dei musicisti eccezionali, ed è per me una fortuna e un onore averli in questo progetto.

Parliamo di te. Qual è il tuo background culturale-musicale?
Quando ero piccolo a casa mia nessuno della mia famiglia suonava; mia madre disegnava e dipingeva; passione che mi trasmise, mentre da mio padre ereditai la passione per il baseball: quella per la musica arrivò da sola. Quindi, da piccolo iniziai, più o meno nello stesso periodo, a dipingere, a suonare e a giocare a baseball e devo dire che, fino a quando mi sono diplomato al liceo artistico, le tre passioni sono andate avanti parallelamente. Poi ha vinto la musica e mi sono trasferito a Roma per studiare pianoforte jazz. Musicalmente, dopo gli inizi classici, ho iniziato ad avere esperienze in alcuni gruppi rock di Grosseto. In quel periodo, dopo una prima grande passione giovanile per i Queen, iniziai il mio percorso di ascolto del rock progressive, che ancora oggi amo profondamente e che in realtà mi ha influenzato molto nel mio percorso musicale. Soprattutto quell’idea «sinfonica» dei brani, unita ad una sperimentazione senza condizionamenti. A circa diciassette anni mi innamorai del jazz e iniziai a studiarlo a Grosseto con Andrea Vanni, il quale fu fondamentale per me; mi iniziò all’ascolto con metodo e mi trasmise i fondamentali del jazz, armonici ma, soprattutto, riguardanti la pronuncia, aspetto fondamentale del jazz al di là degli stili specifici. Mi trasferii a Roma a diciotto anni studiando al St. Louis College of Music con Stefano Sabatini e Claudio Colasazza, diplomandomi in seguito in pianoforte. Proseguii gli studi per un breve periodo con Enrico Pieranunzi. Contemporaneamente frequentai i seminari estivi di Siena Jazz ed entrai a far parte dei laboratori di Stefano Battaglia. L’incontro con Stefano per me è stato fondamentale, soprattutto perché mi dette la possibilità di scoprire tutto il «mondo europeo» del jazz, più svincolato dagli idiomi e più «aperto». Seguii i suoi laboratori per Trio che teneva con Fabrizio Sferra e Paolino dalla Porta. In questo periodo maturarono dei semi molto importanti che, nel tempo, ho coltivato e tutt’ora coltivo.  L’approfondimento della musica classica e contemporanea è avvenuto in seguito e continua ancor di più adesso. Di tanto voglio ringraziare mia moglie Monica, perché attraverso lei ho potuto scoprire bene questo mondo. Da ultimo, ma non ultimo, è importante per me citare il contributo che ha dato alla mia formazione Juan Sgolastra, amico e grande musicista, grazie al quale tra le tante cose ho potuto conoscere da vicino la musica classica indiana, musica che ho studiato per un periodo con Pritam Singh.

Quale pensi sia, tra le tue composizioni, quella in cui hai incominciato a trovare una tua voce personale?
E’ difficile identificarne una in particolare; però ora che ci penso ti dico che può essere il brano Essenzattesa, che è contenuto nel mio primo disco, «Light Dawn» (St. Louis jazz collection). Quel brano lo scrissi almeno tre anni prima del disco e credo che li iniziò ad emergere una voce più mia, più autentica.

Pensi che la tua musica possa raggiungere un considerevole numero di persone? Difficile rispondere a questa domanda. Credo che un musicista, in generale un artista, dovrebbe cercare e trovare la sua autenticità; questo secondo me dà maggior «potere» alle cose che si pongono in essere. Credo che la storia che ogni nostro atto si porta dentro, per esempio una composizione, troverà il modo di arrivare alle persone. Però, pensare come riuscire ad arrivare alle persone può essere un grande condizionamento: per me è importante raccontare delle storie, quanto sia importante ascoltarle per le persone è una decisione che non spetta a me.

Simone Maggio
ph. Francesco Rossi

Rispetto a quando hai iniziato la tua carriera artistica, i tuoi obiettivi sono cambiati?
No, non sono cambiati. Posso dire adesso che hanno fatto un percorso, passando da esperienze che non avrei pensato all’inizio di fare; mi spiego: da subito sapevo che la mia strada si sarebbe sviluppata attraverso progetti di musica originale; scrivere musica mia, è stata la mia attività sin da subito e pensavo di concentrarmi principalmente sui i miei progetti musicali. A un certo punto però mi capitò di scrivere per il teatro, mondo per me totalmente sconosciuto fino a quel momento.  Fui invitato con il mio trio da Marco Lucchesi, a suonare in un suo spettacolo teatrale e da quel momento nacque una collaborazione con lui e iniziai una inaspettata attività di compositore per teatro che poi mi ha portato negli ultimi anni anche a lavorare per il Teatro di Roma. Questa attività fu per alcuni anni quasi a tempo pieno per me. Il mio percorso strumentale e jazzistico, seppur arricchito da tutto ciò, chiaramente subì dei rallentamenti e, diciamo, delle distrazioni.  Infatti a un certo punto decisi di allentare molto questo tipo di lavoro e ritornare a lavorare sui miei progetti fino ad arrivare al presente.

Qual è il tuo metodo di lavoro quando componi?
Una volta sentii dire ad Igor Sibaldi che «La creatività accade…» ; una frase che mi ha colpito moltissimo. Naturalmente questo non significa che una composizione accada: è rarissimo che nascano brani completi così, interi. Può capitare, ed è veramente un dono meraviglioso. Per esempio, può verificarsi che alcune improvvisazioni possano nascere complete e, quindi, vengono fissate sulla carta pentagrammata, assumendo subito la forma di un brano. In genere, però, si è attraversati da un’idea che a volte è solo un embrione. Poi c’è il lavoro, tanto lavoro.

Ti fai influenzare dalle persone con cui lavori?
La mia attitudine è quella di imparare, sempre o almeno cerco di farlo e credo che sia fondamentale lo scambio tra i musicisti; in primis tra quelli con cui lavoro. Provo a pormi sempre in uno stato di disponibilità e apertura.

Chi è stato – ed è – il tuo mentore spirituale?
E’ difficile rispondere brevemente a questa domanda …. Ma se ti devo dare un nome, ti dico Keith Jarrett. Infatti, accadde qualcosa di molto forte in me, quando lessi il suo libro Il mio desiderio feroce. Questo libro mi ha trasmesso un messaggio fondamentale: prima di essere musicisti siamo essere umani. Quindi, è fondamentale trovare una strada per conoscersi, affinché ci si possa rivelare al mondo.

Tu svolgi anche attività didattica. Quali sono le tue prime raccomandazioni agli allievi?
In primis, l’importanza dell’ascolto; ascoltare bene la musica dei «Grandi» è fondamentale per trovare la propria strada. Adesso se non si è guidati, l’ascolto può essere qualcosa di schizofrenico e questo si riflette naturalmente sul percorso. Altro punto fondamentale è di coltivare la curiosità.  Non limitarsi quindi all’ascolto e allo studio del genere preferito. Tutto può contribuire a farci crescere; provare quindi a pensare alla musica come qualcosa di non diviso in generi, anche se, magari, si possa tifare per qualcuno in particolare.  Poi, chiaramente andare a sentire i concerti dal vivo: vedere un concerto su Youtube non è per niente la stessa cosa.

A tuo avviso, l’esperienza del Covid-19 cambierà l’approccio alle arti da parte delle persone?
Mi auguro che dopo questa esperienza, che ha portato le persone oltre che all’isolamento ad un maggiore (troppo) utilizzo della realtà virtuale, ci sia un ritorno ad avere di nuovo «sete» del contatto reale con le arti. Questo per la musica significherebbe maggiore desiderio da parte delle persone di andare ai concerti. Quindi, mi auguro fortemente che la situazione possa migliorare, voglio essere ottimista!

Cosa è scritto nel diario-agenda di Simone Maggio?
Innanzitutto mi auguro che possano presto riprendere i concerti in modo da poter presentare dal vivo il nuovo disco, il più possibile. Poi, in questo periodo di quarantena ho scritto molto; nuova musica per il quartetto e per altre situazioni esistenti e possibili. Sto lavorando molto sul piano solo.
Alceste Ayroldi