Bill Frisell Four

La serata conclusiva di un trittico chitarristico alla Casa del Jazz

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Roma, Casa del Jazz
13 luglio 2023

Il trittico chitarristico della rassegna Summer Time si è chiuso con il concerto di Bill Frisell e del suo nuovo quartetto. Il chitarrista di Baltimora, che a pieno titolo può definirsi un beniamino del pubblico della Casa del Jazz, ove si è esibito più volte, ha portato sulla scena il repertorio del disco «Four», uscito nel Novembre dello scorso anno per la Blue Note, e dell’omonimo quartetto, che ricomprende inoltre Greg Tardy al clarinetto e al tenore, Gerald Clayton al pianoforte e infine Johnathan Blake alla batteria. La platea era stracolma, come di solito avviene per gli eventi chitarristici e come era viepiù lecito aspettarsi, di fronte a un simile Maestro.
Il concerto ha trasfuso in musica, in modo quasi esattamente corrispondente, la scaletta dell’album. Questa circostanza non può stupire, sia per l’ovvia necessità della band di appoggiarsi a un repertorio, sia per la ben nota inclinazione del chitarrista al ri-uso dei propri stessi materiali, presente anche in quel disco, che infatti ha finito per essere anche un’assorta riflessione sulla propria carriera. Questione che con Frisell si propone quasi sempre, ma che in questo caso è risultata dotata di molta maggiore pregnanza, considerato che «Four» è opera dedicata alla morte e alla scomparsa (di colleghi come Hal Willner e Ron Miles, ma anche di amici personali, come Alan Woodward e Claude Utley).
Ma come assai opportunamente aveva scritto il nostro direttore nel recensire il disco (qui la recensione), nell’opera non c’era traccia alcuna di una «oleografia biecamente sentimentale». Infine, ma non meno importante, non si può non ricordare la generale ottima accoglienza raccolta dall’album, che si è imposto anche come miglior disco straniero dell’anno nel nostro Top Jazz (premio Arrigo Polillo).

Gerald Clayton, Greg Tardy, Bill Frisell, Johnathan Blake

Quindi, i brani presentati  sono stati gli stessi e il concerto è proceduto senza sussulti particolari, scorrendo in modo tornito e squisitamente cameristico, almeno sino verso sul finire, quando si è acceso di maggiore energia, in corrispondenza di una sequenza di brani che ha compreso Waltz For Hal Willner, un brano-icona come Lookout For Hope e una bella versione di Holiday. La chiusa definitiva è stata affidata, come spesso avviene nei concerti del chitarrista, a All The World Needs Now Is Love, invero non indimenticabile. Nel gruppo è stato largamente apprezzabile il lavoro di Tardy al clarinetto, di finissimo cesello, mentre lo stesso musicista è parso meno convinto al tenore (ha suscitato la curiosità del pubblico la cura un po’ nervosa che egli ha riservato all’ancia, sfilandola e proteggendola varie volte con fogli di carta velina). Clayton e Blake non sono stati ricordati per sfoggi particolari, badando il primo a un lavoro di coesione e il secondo liberandosi in un’unica sortita solistica, peraltro molto ben riuscita e gradita dal pubblico.
Frisell, dal canto proprio, con un gruppo così omogeneo e dal suono fluttuante, in una circolarità un po’ eterea che sfrutta pienamente la mancanza del contrabbasso, assecondandola, ha potuto praticare il proprio gioco favorito: nascondersi, contribuendo a dare senso alla musica senza quasi apparire (se si eccettua il bell’assolo, suonato invero con molto nerbo, in Lookout for Hope).
Forse la finezza di grana di questo quartetto e l’impostazione malinconica della musica sono più adatte al disco che non alla dimensione del live. E fors’anche, dal vivo, per le medesime ragioni, si gioverebbero di spazi più raccolti e chiusi. Ma in fondo importa davvero? Ci sembra che il discorso debba esser posto posto su un piano diverso. La questione nodale rimane quella del «Frisell ideatore di strutture», di quel suo tipico moto perpetuo – corrispettivo di un’inesausta curiosità –, così naturalmente portato a girare in tondo, nello sviluppo di una tortuosità complessa e spiraliforme, apparentemente inconcludente, ma che alla fine del percorso si rivela pienamente generatrice di senso. Ciò indipendentemente dal momento eroico dell’assolo, che in Frisell non è un evento «normale», e dunque ancor meno scontato.
Anche in questo è il suo ben definito statuto di «chitarrista di suono»: nell’affermarsi come uno strumentista che, pure nelle assolute facoltà di una drammaturgia chitarristica pienamente dominata, guarda sempre oltre la propria affermazione individuale. Che è, in fondo, un guardare alla forma, complessivamente, e alla sua tenuta; e anche verso un altrove, irriducibile al semplice «jazz», qualunque cosa esso sia e che prevede sempre la creazione musicale come un affare collettivo e poli-causale.
Frisell, come è giusto che sia, fa fruttare i propri punti di vista: la straordinaria vastità di interessi che lo ispira ha contribuito a fare di lui un artista unico, sempre in delicato equilibrio su un crinale di rischioso eclettismo, che tuttavia mai smarrisce le coordinate del gusto e di una specifica autorialità. Proprio questa autorialità, malgrado alcune stucchevoli discussioni sul suo indice di «jazzità», spiega il suo enorme successo e la sua indubitabile grandezza. Essa è specificamente American-centric e prettamente novecentesca, nel senso di rivolgersi costantemente alla complessità, al molteplice e al simultaneo.

Bill Frisell Four

Nel baule dell’Artista-Frisell convivono materiali e suoni eterogenei (jazz, blues, rock, country, Americana music, avanguardia) e lui è in grado di esprimerli tutti e ambisce a farlo in qualche modo in uno stesso momento. La polisemica pluralità di stili, che vuole costantemente contenere tutto, in ogni suo aspetto ritorna all’uno della forza autoriale, con alcuni elementi inconfondibili: la dolcezza melodica di un mondo (apparentemente) spostato su un punto di vista bislacco ed esterno, le suggestioni cinematografiche, uno sguardo che cade sempre malinconico e introspettivo sulle cose, l’idea di un tempo sospeso, infine – e non soltanto musicale.
Questo è il suo mondo, questo è il suo stile e lui esprime entrambi per sé e per un pubblico che lo ama.
Sandro Cerini