Bill Frisell «Four»

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AUTORE

Bill Frisell

TITOLO DEL DISCO

«Four»

ETICHETTA

Blue Note


«Per me, un brano non è mai definitivo» raccontava tempo fa Frisell in un’intervista. «Ho sempre bisogno di tornarci sopra, anche a distanza di anni, perché ogni volta vi scopro nuove possibilità». È anche per questo che il percorso artistico del chitarrista non ha mai seguito una linea retta, muovendosi piuttosto in senso circolare; e lo stesso vale per i musicisti di cui si circonda, che come in una sorta di famiglia allargata capita di veder riapparire a distanza di anni – in questo nuovo lavoro è la volta di Greg Tardy, che salvo errori non si ascoltava con Frisell dai tempi di «History, Mystery» (Nonesuch, 1996) – mentre al loro fianco spuntano figure nuove: oggi tocca a Clayton e Blake, che sicuramente ritroveremo in qualche disco futuro, magari impiegati in un’altra insolita combinazione strumentale. E in «Four» non è solamente Tardy a rappresentare il legame col passato, ma si assiste anche alla rivisitazione di alcuni brani storici del repertorio friselliano come Monroe (che proviene da «Good Dog, Happy Man» del 1998 ed era già stato ripreso su «Further West», 2004, oltre che sul già citato «History, Mystery»), e Lookout For Hope, per il quale si deve risalire addirittura all’omonimo ECM del 1988. «Good Dog, Happy Man», poi, offre anche gli altri due ripescaggi: il brano omonimo e The Pioneers, quest’ultimo apparso anche su «Music IS» del 2018. Non si tratta di rivisitazioni nostalgiche, anzi; l’autocelebrazione non è nelle corde della chitarra di Frisell, che invece – come dicevamo all’inizio – cerca di trovare punti di vista alternativi per brani (Monroe ne è un chiaro esempio) già fortemente caratterizzati nelle loro versioni originali. In effetti, il rischio dell’oleografia biecamente sentimentale c’era, stante l’impostazione malinconica con cui Frisell ha affrontato il lavoro, soffermandosi spesso e volentieri a ricordare personaggi scomparsi negli ultimi difficili anni, colleghi come Hal Willner e Ron Miles oppure amici personali come il compagno di scuola Alan Woodward e Claude Utley, il pittore le cui opere nel 2000 avevano illustrato «Ghost Town». Ma è proprio Claude Utley (il brano) a rendere esplicite le potenzialità di questo gruppo, grazie soprattutto a un Johnathan Blake che sembra rievocare lo stile e soprattutto lo spirito di Paul Motian, così come in Blues From Before i quattro – grazie anche all’assenza di un basso, che paradossalmente ma non troppo finisce per rendere ben più liberi pianoforte e batteria – sembrano una reincarnazione postmoderna dei Chicagoans di Eddie Condon finiti per sbaglio nella macchina del tempo del professor De Nuvolis. Ecco, diciamo che si tratta di un disco traboccante di malinconia, questo sì, ma è uno stato d’animo che non cade mai nel facile effetto strappalacrime. Certo, gran parte dell’album è una meditazione sull’assenza, sulla perdita, sulla morte, ma come cantavano i Pet Shop Boys una decina d’anni fa in Leaving, chi è scomparso non soltanto vive nel ricordo di chi rimane ma gli fornisce il contesto per andare avanti. Giusto quindi che soltanto adesso, appena superati i settant’anni, Frisell possa offrire il suo lavoro forse più personale, quello che meglio di altri suoi dischi ci rivela la straordinaria, ben celata complessità di una visione musicale ed estetica in apparenza semplice. È musica profondamente umana, e Frisell è come un novello Virgilio che ci indica la strada maestra in questi tempi bui.
Conti

Pubblicata sul numero di novembre 2022 di Musica Jazz


DISTRIBUTORE

Universal

FORMAZIONE

Greg Tardy (cl., cl. b., ten.), Gerald Clayton (p.), Bill Frisell (chit.), Johnathan Blake (batt.).

DATA REGISTRAZIONE

New York, data non indicata.