Alberto, la tua musica sembra avere assunto sempre più la forma di un «attraversamento», se così posso dire: dei generi, delle tradizioni, delle forme, ma anche di immagini, simboli, archetipi. Escono quasi contemporaneamente vari progetti molto diversi, come puoi brevemente descriverli? È in effetti un momento intenso, quasi congestionato, di dischi in uscita, ma ognuna delle band è molto rappresentativa di ciò in cui credo – e per cui credo che valga la pena di spendere le mie energie -. «Free Wishes» (Setola di Maiale) è un trio nel quale suonano con me Toni Boselli alla batteria ed Emiliano Turazzi al clarinetto: loro sono letteralmente i primi musicisti ad avermi dato fiducia come jazzista, vale a dire che intorno ai miei 19 anni mi chiesero di suonare in un paio di band di musica ornettiana. Emiliano, infatti, è un discepolo devotissimo di Ornette, oltre che un compositore contemporaneo di chiara fama. Più per responsabilità di Toni, inoltre, ho suonato in un altro paio di gruppi di musica bop: lui è un batterista scintillante, sulla linea Motian-Copeland-Cameron, inoltre, un fratellone maggiore, un matto vero e un «natural-born storyteller». Siamo amici da oltre trent’anni e abbiamo voluto dare testimonianza del nostro comune modo di intendere lo standard jazz oggi, in modo leggero e insieme rispettoso del materiale affrontato. «Eterofonie» (sempre per Setola di Maiale) è, invece, il nome del quintetto di Turazzi in cui suoniamo principalmente sue composizioni. C’è grande attenzione alla forma, per quanto spontanea e l’organico è specialissimo: due chitarre (con me c’è Gennaro Cotena), Fiorenzo Gualandris al basso tuba e Marco Cavani alla batteria (è con me nel Ramblin’ Trio, insieme a Daniele Cavallanti). «The Taan Trio» con Stefano Grasso e Filippo Rinaldo è proprio la «mia» band, il trio che ho desiderato e cercato a lungo e con cui sento di lavorare nella direzione che mi interessa di più in assoluto e con loro è uscito il disco «The Taan Trio Walks The Major Arcana Walk» (Ropeadope). «Three Low Bias» è, invece, un trio chitarra-basso-batteria (con Diego Galeri e Giovanni Calella), in cui musichiamo film dal vivo (da Terrence Malick a Paradzanov, passando per Gaspar Noé) senza averli mai visti insieme e men che meno con gli strumenti in mano. Con loro consolido l’idea che l’improvvisazione radicale praticata da «non jazzisti» (meglio se rocker) sia di gran lunga più entusiasmante e spumeggiante. A Love Electric + Alberto N. A. Turra, il cui nuovo disco non è stato ancora pubblicato, ma arriverà presto, è il trio avant-surf-jazz-rock di Todd Clouser, chitarrista con Klezmersons, Jamaladeen Tacuma, John Medeski e molti altri, agitatore culturale, inarrestabile e sopraffino ballad-writer, con base in Messico. Todd, dopo il tour italiano del 2024, in cui abbiamo suonato insieme, ha deciso che avrei fatto parte della sua band (con Jorge Servin alla batteria e Aarón Cruz al basso) da cui il disco live «Live in Italy: Genoa 2024». Siamo stati in tour insieme in Messico nel gennaio 2026 e abbiamo registrato il nuovo disco, che uscirà a gennaio 2027, contestualmente al tour che faremo sempre in Messico tra fine gennaio e inizi di febbraio 2027. «Erzulie: ode au principe féminin» (Setola di Maiale), infine, è il duo in cui io e Stefano Giust, che di Setola è l’anima, da oltre trent’anni, rendiamo omaggio alla figura mitologica della loa Erzulie Dantor, importante divinità della tradizione vodou, legata al principio femminile. Il lavoro è in qualche modo simmetrico a quello in duo che avevo registrato con Alberto Pederneschi, dedicato a Papa Legba, pubblicato anch’esso da Setola di Maiale nel 2018, che avevi recensito.

Nella nostra precedente conversazione emergeva un’idea molto forte: il musicista deve chiedersi perché qualcuno dovrebbe essere interessato a ciò che sta suonando. È cambiata, da allora, la tua risposta a questa domanda? Allora la mia risposta a questa domanda è stata «Milford Graves!» e, se posso, la confermerei, nonostante la sua triste dipartita. Sono le persone del pubblico che, quando hai finito di suonare, ti dicono a cosa è servito quello che hai fatto e se hai fatto bene e, se sei abbastanza sveglio, cerchi di propiziarti quelle stesse «muse» che ti hanno reso efficace in quel momento. Se questo non accade, o perché il pubblico non è abbastanza attento-sveglio-ispirato-curioso-acceso, o perché non lo sei tu (e purtroppo devo dire che mi sembra che nella maggior parte dei casi sia così: non è il pubblico che non ha gli strumenti, è l’artista che non ingaggia con se stesso, che non va in pressione, quindi figuriamoci il pubblico), abbiamo un grosso problema. Non mi sembra quindi che la mia risposta sia cambiata, si è forse rinvigorita col tempo, come se fosse invecchiata bene.
Gli Arcani hanno una natura ambigua: sono immagini, ma anche dispositivi di interrogazione. La musica di questo disco interroga (chi ascolta) oppure racconta qualcosa che tu hai già vissuto? La musica di questo disco è scaturita in tre giorni di isolamento in montagna, momento nel quale osservavo le immagini e rimanevo in ascolto, chitarra in mano, dei cenni che mi pareva quelle immagini restituissero. Uso questo mazzo di tarocchi da almeno 27 anni, quando mi è stato regalato ero un ragazzino, ora ho 51 anni e mi impegno quotidianamente per mantenere la stessa vertigine che sentivo nel corpo a vent’anni: sei certo che vuoi fare questa cosa (musica) e sei insieme estasiato e terrorizzato al pensiero di non avere idea di cosa succederà, come sopravviverai, chi potrà mai essere interessato a quello che concepirai. Tollerare questo per me è significato compiere un atto di fiducia nei confronti delle forze che mi scuotevano a vent’anni (Alan Moore lo chiama «atto magico») e praticare su base quotidiana quello che mi chiedevano di praticare: meditazione, pratica nel corpo dello strumento e del corpo stesso, respirazione, frequentazione dei luoghi e delle persone che mi potessero mantenere in quello stato di eccitazione e messa a fuoco (luoghi fisici, intellettuali e spirituali); poi studio, studio, studio e ancora studio. L’indagine così strutturata mi rimette sempre nel cuore della dialettica del «Chi interroga chi?». Mi sembra che questi 22 accadimenti musicali vengano percepiti in tanti modi, quante sono le persone che li ascoltano: chi piange, chi se ne va, chi sorride, chi scoppia a ridere, chi si acciglia, chi ci sequestra per parlare all’infinito, chi ci guarda attonito senza avvicinarci. Noi li suoniamo sempre proiettando l’arcano dietro di noi e questo aggiunge la dimensione temporale a un’immagine che per sua stessa natura sfida l’eterno, è immanenza, è fatta per rimanere, al contrario della musica che viene fatta per sottrarsi immediatamente, è la dea del tempo che scorre. Quando regali il tempo agli oggetti, questi iniziano a respirare, a muoversi, a parlare (vedi Orfeo) e in quel momento sai che a un certo punto moriranno anche loro e questo è straziante, lì per lì, e, insieme, poco dopo, diventa il pensiero più rincuorante di tutti. Questo è quello che ho attraversato, visto e capito fino a qui e credo che i «dispositivi» di questi specifici arcani maggiori insieme alla nostra musica prendano una vita e acquisiscano possibilità narrative che prima di questa musica non avevano. «Chi interroga chi?» è straziante, ma necessario e quindi bellissimo.

