Stefano Bollani & Valentina Cenni «Tutta Vita»

Valentina Cenni e Stefano Bollani raccontano in una settimana il processo creativo dell’improvvisazione, dall’intimità quotidiana al concerto

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Valentina Cenni è attrice, autrice e conduttrice televisiva, nota al grande pubblico soprattutto per Via dei Matti n°0, il programma RAI che, da anni, conduce insieme a Stefano Bollani, suo compagno nella vita. Con Tutta Vita Cenni lascia il posto davanti alla telecamera e firma la regia di un documentario che racconta una settimana di residenza artistica a Palazzo Lantieri di Gorizia, dove Bollani, a febbraio 2025, ha riunito attorno a sé Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto, Matteo Mancuso, Christian Mascetta e Frida Bollani Magoni, musicisti di generazioni diverse che hanno vissuto e suonato insieme per sette giorni. Il film, presentato alla Festa del Cinema di Roma e distribuito da Lucky Red, racconta, con lo sguardo curioso e discreto della regista, il processo creativo dell’improvvisazione, dall’intimità quotidiana al concerto conclusivo al Teatro Politeama Rossetti di Trieste, la cui registrazione è diventata «Tutta Vita Live», il nuovo disco di Bollani uscito il 20 marzo scorso per Ponderosa Music Records. Abbiamo incontrato Valentina Cenni e Stefano Bollani a Milano, in occasione della presentazione del film.

Cenni Bollani

Valentina, questo film vuole raccontare l’improvvisazione nel momento in cui accade. Come nasce il progetto?
Valentina Cenni: Sono sempre stata un’appassionata di jazz fin da ragazzina. Ero un’ascoltatrice, conoscevo tutti i musicisti che poi ho chiamato per il film, e già li amavo come artisti. Poi ho conosciuto Stefano e, ovviamente, passo molto tempo con lui, ma il concerto jazz, questo modo di vivere la musica, rimaneva per me sempre molto misterioso: non riuscivo a capire come avvenissero le cose, quali fossero le regole e quali fossero i limiti per far scorrere il fiume nella maniera giusta. Ho assistito a tantissimi concerti, sono rimasta sempre più affascinata da questo modo di vedere la musica, perché mi sembra molto libero, ribelle, anarchico, e anche molto saggio, è il tipico modo di un maestro spirituale che ti direbbe proprio questo: ascolta autenticamente l’altro, abbi fede dell’imprevisto, abbraccialo, accoglilo, perché questo imprevisto ti farà scoprire cose nuove, paesaggi nuovi.

La tua passione per il jazz arriva prima di Stefano?
VC: Sì, sì. Ero già un’ascoltatrice. Li conoscevo tutti.

La formazione l’avete condivisa o hai scelto tu i musicisti sulla base di quelli storici con cui Stefano ha collaborato?
VC: Conoscevo tutti i musicisti, anche i più giovani: ovviamente Frida, ma anche Matteo Mancuso e Christian Mascetta, che avevamo invitato a Via dei Matti n°0. Tutti e dieci, oltre a essere dei talenti immensi, sono persone piene di cuore, autentiche, care, con cui mi fa piacere passare del tempo. Insieme a Stefano ci siamo confrontati e abbiamo fatto questa scelta un po’ di cuore, un po’ di getto. Non è stata davvero pensata o fin troppo ragionata, è stata di pancia.

Stefano Bollani

Hai citato Via dei Matti n°0, il programma televisivo di successo che conducete assieme su Rai3. In questo film fai una scelta diversa: se in Via dei Matti n°0 siete assieme davanti alla telecamera, qui tu non compari mai. Come mai questa scelta e come sei riuscita a renderti invisibile rispetto a quello che stava accadendo?
VC: Il percorso del cinema, della regia e della scrittura è un percorso che sento mio, che voglio approfondire e portare avanti. Ho tanti progetti, e questo per me è puro cinema, ed è anche un bellissimo documento. In questo caso non volevo stare davanti alla macchina da presa, non mi interessava. Anzi, è una liberazione stare dietro, perché mi devo occupare soltanto di guidare, di fare in modo che il cuore di questa storia venga irrorato di sangue, possa essere sempre più vivo e pulsante.

Luca Bigazzi, come direttore della fotografia, è una scelta di grande peso. Perché lui e che tipo di contributo ha portato a Tutta Vita?
VC: Avevamo già collaborato insieme per il mio cortometraggio Essere Oro. Lui è veramente un pirata del cinema: si butta nei progetti che ama. Lui partecipa ai film di grandi registi come Paolo Sorrentino, ma collabora anche con l’esordiente che ha appena iniziato, l’importante è che lui senta che ci sia veramente una storia da raccontare. Come aveva accettato subito Essere Oro, anche qui per me è stato naturale chiamare Luca, e ha detto subito di sì. È stato meraviglioso, perché Luca è un direttore della fotografia speciale: ha una velocità di pensiero e di realizzazione che credo sia unica.

Stefano Bollani: È meraviglioso. Ed è un amante della musica, della musica jazz. Con noi è stato proprio operatore, con la telecamera in mano. E ancora oggi ci sentiamo, lui ancora ricorda questa esperienza come un viaggio pieno di gioia, in mezzo a talenti incredibili.

La prima parte del film ha una prevalenza di primi piani, anche molto stretti, dei musicisti, poi man mano che si va avanti prevalgono le scene collettive. Ho trovato questa progressione molto bella. L’avete deciso prima oppure è una scelta nata in fase di montaggio? E vorrei fare anche una menzione speciale per l’audio, che è bellissimo.
SB: Sì, grazie. Sono felice che tu l’abbia notato. Tutti quelli che hanno lavorato a questo film, dal montatore Stefano Mariotti al suono che è di Alessandro Bianca, sono i tecnici di punta del cinema italiano e hanno abbracciato questo progetto con gioia. Sono tutte delle persone straordinarie, come dicevamo prima: talmente di cuore, talmente generose che è raro trovarle nella vita, nel lavoro. Tutti erano scioccati dall’umiltà, dalla voglia di giocare, dalla serenità di questi artisti. E già che ci siamo, aggiungiamo anche il tecnico della musica, Roberto Lioli, che è il mio fonico da vent’anni. Fa quasi tutti i miei dischi e tutti i miei live. Ed era una scelta lampante, perché conosce benissimo tutti i musicisti coinvolti.

VC: È come dicevi, si parte con un racconto che vuole essere intimo. Entrare subito nell’intimità, sentire quasi i loro respiri per me era un fatto importante, sentirsi parte di questa comunità, di questa tribù.

Stefano Bollani

Nel film ci sono diversi momenti che mi hanno ricordato esplicitamente tante scene della commedia all’italiana: dalla partita di calcio di Mediterraneo alla colonna sonora di Febbre da cavallo, che cantate tutti assieme, al Dadaumpa. Tra di voi c’è un gioco di citazioni, la conversazione si sviluppa su certi standard della nostra cultura popolare. Vi chiedo se vi siete sentiti un po’ come personaggi della commedia all’italiana e se queste scene erano pensate o sono nate spontaneamente?
SB: Facile, la seconda: è nato tutto spontaneamente. Valentina, Luca e l’altra operatrice ci seguivano e ci hanno lasciati fare. Lei si era preparata delle scalette immense e tante domande da fare ai musicisti, e poi si è lasciata prendere dal flusso. È diventata una regia jazz, si è trovata alla fine con sessanta ore di materiale che dovevano diventare un’ora e un quarto: un lavorone per lei e per Mariotti.

E rispetto alle scene della commedia all’italiana?
SB: Dentro alla banda abbiamo dei grandi appassionati del genere, Daniele Sepe e Antonello Salis in testa, i due che con me fanno Febbre da cavallo, ma in generale sono proprio cultori di cinema. Detto questo, però, non ci siamo mai sentiti personaggi della commedia all’italiana ma ci siamo sentiti solo noi stessi. Tutti i musicisti hanno visto il film soltanto una volta che è stato finito, tranne me. Si sono fidati. Hanno rischiato grosso: hanno firmato una cosa in bianco, noi suoniamo, tu registri, e poi non solo abbiamo fatto un documentario ma anche il disco del live. Sono stati coinvolti al cento per cento e alla fine, tutti, quando hanno visto il film, si sono riconosciuti. Invece che sentirsi personaggi, hanno riconosciuto sé stessi, per quel poco per cui ognuno di noi è presente, su settantatré minuti, e hanno riconosciuto gli altri, e ancora di più l’atmosfera.

VC: …e questa per me è stata la cosa più gratificante. Loro sono immensi talenti con una storia infinita alle spalle. Sentire che si sono riconosciuti, e che hanno riconosciuto gli altri, come diceva Stefano, ero felice, perché volevo valorizzarli, volevo far vedere quanto sono belli e quanto sono bravi.

Una delle risposte che ha colpito non solo me, ma tutti quelli che hanno scritto di questo film, è stata la definizione di Enrico Rava del gruppo jazz come «democrazia perfetta». Sappiamo però, nella storia del jazz e nella pratica, che non è sempre così: i gruppi jazz sono spesso delle democrature, se non delle vere e proprie autarchie. Cosa ne pensi, Stefano?
SB: Concordo con Enrico, la definizione si applica più che a tutto il mondo del jazz a quello che stiamo vedendo qui. Però questi dieci singoli, quando vanno a fare i loro progetti, si comportano allo stesso modo: il leader, nella nostra idea (che credo tutti condividano), è un primus inter pares. In questo film si capisce che io organizzavo a modo mio la musica, ma non mi sarei mai sognato di dire a Rava, ma neanche a mia figlia, cosa deve fare. Non è questione di rispetto con Rava: è questione di rispetto per il talento degli altri. Nella storia del jazz c’è stato qualcuno più virulento, Miles Davis è il primo che viene in mente, ma nella storia del rock c’è Frank Zappa, ancora più severo. Però io raramente ho trovato un leader che mi dicesse cosa fare. Forse se l’avessi trovato sarei scappato. Come diceva Ares Tavolazzi l’altro giorno: «Miles è meraviglioso, ma io non avrei voluto suonarci». Credo che anch’io sarei durato poco con Miles.

Bollani Rava

Be’, anche uno come Coltrane se n’è andato…
SB: Certo, anche Coltrane. Credo che a reggere fossero i ragazzi giovani, giustamente, perché sono abituati a una situazione maestro-allievo. Però, detto ciò, il risultato è quello che conta. Per fortuna Miles lo amiamo tutti e non ci interessa nulla di quello che ha combinato o non combinato. Certo, nella storia del jazz chi ha dovuto dirigere le big band ha dovuto esercitare un po’ di severità, perché se Duke Ellington avesse lasciato più libertà ai suoi musicisti, quelli non sarebbero saliti neanche sul pullman. Finché il gruppo è piccolo o fatto di persone abbastanza responsabili, una gerarchia non l’ho mai sentita. Neanche quando ho suonato con Chick Corea o Chucho Valdés. Hai sempre l’impressione di suonare con un fratello maggiore, mai con un padre, e peggio ancora mai con un maestro.

A proposito di questo, la band di Tutta Vita è composta da musicisti di diverse generazioni. Come avete vissuto la convivenza di una settimana di residenza? E chi era più incline a divertirsi? Mancuso e Mascetta, i due giovani chitarristi, mi sono sembrati molto seri.
SB: Questo fa parte dell’età. Valentina li ha catturati bene poco prima che iniziasse il concerto. Noi ci stavamo abbracciando, ancora un po’ ridendo, qualcuno di noi era concentrato, mentre loro due avevano l’aria di essere preoccupati. Però sono già meno preoccupati di tanti altri musicisti che conosco, anche perché hanno ben poco da preoccuparsi.

VC: Poi hanno avuto il coraggio di mettersi dentro questo gruppo. Ci vuole veramente tanto coraggio a stare tra i grandi maestri del jazz.

SB: Si sono ben inseriti, però. Probabilmente passavano del tempo anche a commentare tra di loro quello che stava succedendo tra di noi, ma è piuttosto naturale, anche perché non solo sono i più giovani: non conoscevano quasi nessuno, mentre noi ci conosciamo da tanti anni. Anche alcuni insospettabili: dai per scontato che io conosca Rava da tanti anni, Antonello da tanti anni, Ares dalla fine degli anni Novanta. Però, pensa: quello che conosco da più tempo è Paolo Fresu. Io sono nato con Paolo, avevo quindici anni, lui venticinque.

E dove avete suonato insieme per la prima volta?
SB: A Scandicci. Vicino a Firenze. Era un saggio della scuola di musica. Bruno Tommaso dirigeva. Buster Keaton era sullo schermo e noi suonavamo, in tantissimi. C’erano una big band e un quintetto, una cosa molto ambiziosa, con tanto di prove. Paolo è arrivato al pomeriggio, noi avevamo provato tutto l’anno. Io per fortuna ero nel quintetto e quindi ho suonato con Paolo. L’ho rivisto molti anni dopo.

Roberto Gatto

Come vi siete ritrovati, tra di voi, a suonare assieme? Con Fresu non suonavi da molto tempo.
SB: Lo sai anche tu: nel mondo del jazz puoi non vederti per cinque anni, poi è lo stesso. Improvvisamente suoni e il livello di confidenza è immediatamente molto alto, perché è come se tu avessi detto una cosa molto privata a qualcuno che l’ha capita e ti ha risposto. Quindi è andata. Per questo anche Matteo e Christian, per quanto magari meno integrati nella barzelletta e nel gioco, nella musica lo sono completamente. Si sente molto bene nel disco e nella registrazione del concerto, perché una volta che hai saltato i preamboli e hai suonato insieme, sei amico per sempre.

Avete scelto Palazzo Lantieri a Gorizia come sede della residenza artistica di Tutta Vita e Gorizia è un luogo di confine, che raccontate molto bene nel documentario. Che tipo di influenza ha avuto il luogo sul progetto, tanto reale quanto simbolico, rispetto al jazz come musica senza confini?
SB: È uno dei motivi per cui ci sembrava interessante accettare di farlo a Gorizia, che nel 2025 è stata capitale europea della cultura. In quel periodo sembrava una città sospesa nel tempo: non c’erano persone, era febbraio, faceva molto freddo. Sembrava che ci fossimo soltanto noi.

VC: Sembrava un po’ un mondo ideale in cui si sta tutti insieme in un palazzo stupendo, Palazzo Lantieri, un po’ favolistico, di un’altra epoca, a fare musica, a giocare, a ridere, a scherzare, a parlare di arte, di letteratura. Era veramente il mondo ideale.

SB: Tra l’altro, fuori da quello che vedi sullo schermo c’erano molte altre persone, e quelle persone non solo erano discrete durante il giorno, ma poi erano molto simpatiche a cena, tutti insieme, un bellissimo clima. Luca Bigazzi interessatissimo a tutto, faceva domande.

VC: Con noi c’era anche Guido Harari, fotografo straordinario di musica, che ha fatto le foto che abbiamo messo nel disco. C’erano anche altri amici: era proprio una festa collettiva.

SB: Sì, perché tutti quelli che partecipavano, erano tutti o musicisti nella vita o grandi appassionati. E quando i gruppi si formano così, dove c’è un intento comune, una passione comune, tutto cresce. Come dice Rava a un certo punto nel documentario, tutto levita.

Stefano Bollani Tutta Vita

E rispetto al repertorio?
SB: Il tema era: siamo in una città di confine, capitale europea della cultura, la musica come ponte, non solo generazionale, non solo temporale, ma anche geografico. Ho detto a tutti: cerchiamo di non suonare solo brani italiani o americani. E su proposta dei musicisti, alcuni su proposta mia, son volati fuori un greco, un turco, un francese, un inglese di musica antica unito a Jobim in Brasile, un tango argentino con un brano russo di Rimskij-Korsakov. Sono molto contento di questa varietà, che però è un pretesto per suonare insieme. Non stiamo suonando Rimskij-Korsakov con il frac: lo usiamo come pretesto per giocare.

Il progetto continua, ci sono tanti appuntamenti live. Dobbiamo aspettarci novità sul palco e fuori dal palco?
VC: Quest’estate ci sono degli eventi speciali, irripetibili: ci sarà la proiezione del film e subito dopo, magicamente sullo stesso palco, tutti i musicisti protagonisti del film suoneranno insieme. Sono molto emozionata all’idea. Per quanto mi riguarda, voglio sicuramente perseguire la strada del cinema e della regia. Sto per realizzare un lungometraggio di finzione che ho già scritto: una storia.

Ancora a tema jazz?
VC: Ci sarà dell’altro. Sono stata talmente tanto in questo progetto che mi sento appagata. Abbiamo dato. Mi sento appagata, soddisfatta. Può viaggiare in parallelo mentre faccio anche altre cose.

E tu, Stefano?
SB: Sono molto contento di fare questa cosa estiva, perché mettiamo insieme un film sull’improvvisazione, che però non può essere improvvisato, e un concerto che invece è improvvisato. È un balance perfetto. È anche il balance, se vuoi, della coppia in questo caso: lei ha dovuto montare, dare un senso a tutto, e io saltello.

VC: Hai capito il balance?

Cenni Bollani

E in conclusione, propongo a voi la domanda, rimasta irrisolta, nel film: a cosa serve la musica?
VC: È veramente una domandona, bisognerebbe parlare a lungo… Posso dirti a cosa serve a me la musica? A me la musica serve ad espandere la mia coscienza, ad espandere il mio cuore, ad espandere le mie cellule, e quindi a portare luce nella mia vita e luce anche là dove non ce n’è. Ci sono tante stanze che a volte sono buie e per paura non ci andiamo, o magari c’è troppa roba dentro. A me la musica serve ad aprire queste porte, a fare luce, a fare pulizia.

SB: Io allargherò il discorso. Credo che la musica svolga moltissime funzioni, la maggior parte delle quali ci sfuggono. Da parecchi anni la musica è una cosa che andiamo a vedere in silenzio: paghiamo un biglietto e guardiamo quelli bravi. Questo ci sembra assomigliare a un rito, ma nel rito tutti stanno partecipando. Invece ai concerti la gente non sta partecipando: ha pagato il biglietto, ascolta, è passiva. Penso che la musica recupererà in futuro questa funzione di tenere insieme la comunità. E questa è una funzione di guarigione, perché ci siamo un po’ dimenticati di questa parola. Adesso la musica è sinonimo di intrattenimento, svago, cultura, arte. Va tutto bene: si balla, si canta, si ascolta, si piange. Questo è il mondo dell’emozione. E poi c’è la musica che Platone chiamava il linguaggio delle sfere, il linguaggio degli dei. È un mistero. Noi siamo fatti di suono, quindi siamo fatti di musica. Ed è guarigione: io penso davvero che ci si possa guarire con la musica, guarire il fegato, non solo così, emotivamente. Stanno studiando, e gli scienziati stanno tornando all’idea di Pitagora ed Empedocle: se canto tutto il giorno in modo dorico mi migliora la gamba. Penso che la musica abbia moltissime funzioni che stiamo per recuperare. 

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