Monique Chao, la big band oltre i confini

Il large ensemble diretto dalla musicista taiwanese si esibirà il 4 ottobre al Blue Note di Milano.

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Non è soltanto una questione di organico. Nell’epoca in cui la grande orchestra jazz sembra spesso oscillare fra la filologia del repertorio e l’esibizione muscolare della scrittura, la Monique Chao Jazz Orchestra prova a porre una domanda diversa: che cosa può ancora essere una big band, oggi, quando non abbia bisogno né di rifugiarsi negli standard né di dimostrare la propria modernità attraverso la semplice complessità? La risposta, ancora in divenire ma già piuttosto netta, passa attraverso una scrittura densamente orchestrale, una spiccata attenzione al timbro e un’idea del jazz come luogo di incontro fra esperienze culturali differenti.

È questa la prospettiva con cui l’ensemble guidato da Monique Chao torna il 4 ottobre al Blue Note Milano, dopo il tutto esaurito del concerto del settembre 2025. Il nuovo progetto, Firefly Gazing, segue Time Chamber, debutto discografico del 2024 che ha imposto la compositrice e direttrice taiwanese, da anni residente a Milano, all’attenzione della critica internazionale. Le 4,5 stelle di DownBeat sono un riconoscimento significativo, ma più interessante è ciò che emerge dall’ascolto: una musica capace di organizzare materiali complessi senza trasformarli in esercizio accademico.

Monique Chao

Nel precedente concerto milanese era già apparso evidente il tratto distintivo della formazione: il rapporto fra scrittura e improvvisazione non viene risolto a favore dell’una o dell’altra, ma mantenuto in una produttiva tensione. I solisti non sono figure chiamate a interrompere il discorso orchestrale con una parentesi individuale; sono piuttosto elementi di un organismo nel quale la dimensione collettiva rimane dominante. È una concezione che avvicina Chao alla migliore tradizione della big band contemporanea, ma senza farne una replica aggiornata.

Firefly Gazing sembra anzi voler spingere questa ricerca oltre. Il titolo nasce dall’immagine di una notte in cui le lucciole, numerosissime, apparivano come stelle: una metafora delle persone e degli incontri capaci di diventare punti di riferimento nei momenti di oscurità. Il rischio, in un progetto costruito attorno a una simile idea, sarebbe quello di cadere nell’illustratività o in una facile retorica della contaminazione. È invece sul piano della scrittura che la metafora acquista interesse.

Il repertorio attraversa jazz, musica contemporanea, rock, flamenco, math rock e tradizioni musicali asiatiche, ma ciò che conta non è la quantità delle influenze quanto il modo in cui vengono metabolizzate. Taroko, ispirato al paesaggio e alla cultura indigena di Taiwan, non è semplicemente una cartolina sonora; Soul Surfer mette in relazione Pacifico e flamenco; L’eleganza del riccio e Il pendolo di Foucault trasformano la letteratura in materia musicale, interrogando rispettivamente l’incontro fra culture e il rapporto fra conoscenza, realtà e interpretazione. Bittersweet porta invece nella grande forma orchestrale asimmetrie e tensioni riconducibili al math rock, mentre Olive Tree, basato su un canto folk taiwanese, introduce il tema del viaggio e della nostalgia.

È qui che si misura la scommessa di Chao: non utilizzare le proprie radici asiatiche come elemento decorativo, né diluirle in una generica idea di world music, ma inserirle in una grammatica personale nella quale Taipei e Milano diventano coordinate di uno stesso paesaggio creativo. La sua formazione, maturata fra Taiwan e il Conservatorio di Milano, contribuisce a spiegare questa duplice prospettiva: da un lato l’attenzione quasi analitica alla costruzione della forma e al colore orchestrale; dall’altro la disponibilità a lasciare che nella partitura entrino esperienze, immagini e materiali estranei alla tradizione jazzistica in senso stretto.

La formazione – cinque sassofoni, quattro trombe, quattro tromboni e una sezione ritmica con vibrafono, chitarra, pianoforte, contrabbasso e batteria – offre alla compositrice una tavolozza tutt’altro che neutra. In Time Chamber la critica ha già rilevato una scrittura capace di tenere insieme densità polifonica, raffinatezza armonica e incisività ritmica, evocando, per alcuni aspetti, tanto Carla Bley e Dave Holland quanto esperienze della musica contemporanea. Ma è proprio sul terreno della continuità che Firefly Gazing dovrà giocarsi la partita più importante: non limitarsi a confermare una formula che funziona, bensì dimostrare che quella formula può evolvere.

Perché il vero interesse della Monique Chao Jazz Orchestra non sta nell’essere una “giovane big band” e neppure nel suo carattere interculturale, ormai categoria fin troppo abusata. Sta nella possibilità che la grande orchestra torni a essere uno strumento di composizione contemporanea, un luogo nel quale il jazz non venga semplicemente contaminato da altri linguaggi, ma li costringa a confrontarsi con una diversa idea di tempo, forma, improvvisazione e ascolto.

Monique Chao

Le lucciole di Firefly Gazing, allora, possono essere lette anche come una metafora della stessa orchestra: tante individualità, timbri e traiettorie differenti che acquistano senso soltanto nella relazione. Se Chao riuscirà a trasformare questa pluralità in una necessità musicale – e non soltanto in una dichiarazione d’intenti – il suo progetto avrà superato il terreno, ormai affollato, della “contaminazione” per approdare a qualcosa di più ambizioso: un’idea autenticamente contemporanea di big band, capace di stare nel jazz senza appartenere interamente a nessuna delle sue convenzioni. Ed è precisamente su questa frontiera che vale la pena ascoltarla. (https://bluenotemilano.com/show/monique-chao-jazz-orchestra-4-ottobre-2026-milano/)
Alceste Ayroldi

https://moniquechao.com/
*Le foto sono di Roberto Cifarelli

 

 

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