Fra le proposte più convincenti del Sicilia Jazz Festival 2026, promosso dalla Regione Sicilia e organizzato dalla Fondazione The Brass Group sotto la presidenza del Maestro Ignazio Garsia, il concerto di Jazz Brigade with One Voice, andato in scena l’8 luglio al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo, ha offerto una riflessione tutt’altro che scontata sul significato del jazz contemporaneo. In un momento storico in cui la globalizzazione rischia spesso di appiattire i linguaggi musicali in un indistinto crossover, il progetto ideato dal sassofonista polacco Sylwester Ostrowski e dal trombettista statunitense Freddie Hendrix, nato dall’omonimo album pubblicato nel 2023, dimostra invece come l’incontro fra culture differenti possa ancora produrre un’identità sonora riconoscibile, coerente e artisticamente credibile.
Il jazz, del resto, è nato come linguaggio della contaminazione e One Voice sembra raccogliere consapevolmente questa eredità, trasferendola nella geografia del XXI secolo: Polonia, Stati Uniti e Taiwan diventano non semplicemente provenienze anagrafiche dei musicisti, ma differenti prospettive culturali che convergono in un unico spazio improvvisativo.

L’organico appare costruito secondo una logica quasi cameristica. Nessun protagonismo eccessivo, nessuna ricerca dell’effetto spettacolare: ogni intervento contribuisce alla costruzione di un suono collettivo sorprendentemente equilibrato. È una scelta che richiama quella concezione “democratica” dell’ensemble propria del miglior hard bop, ma filtrata attraverso una sensibilità decisamente contemporanea.
L’apertura affidata a We Are the Jazz Brigade assume immediatamente il valore di una dichiarazione poetica. La scrittura per i fiati evita le consuete contrapposizioni frontali fra sax e tromba, privilegiando piuttosto un fitto intreccio contrappuntistico nel quale le linee melodiche si rincorrono e si completano reciprocamente. Ostrowski predilige un fraseggio ampio, narrativo, costruito su un controllo esemplare delle dinamiche e del timbro; Freddie Hendrix, forte della migliore tradizione afroamericana contemporanea, oppone invece una tromba luminosa, incisiva, capace di attraversare il lessico hard bop senza cadere nell’imitazione manieristica.
L’impressione è che il dialogo fra i due non venga mai vissuto come competizione solistica, bensì come continua ridefinizione degli equilibri interni al discorso musicale. È proprio questa capacità di ascolto reciproco a costituire uno degli elementi più convincenti dell’intero concerto.
L’ossatura ritmica conferma tale impressione. Il contrabbasso di Essiet Essiet svolge una funzione ben più complessa del semplice sostegno armonico: il suo walking, saldo e mai prevedibile, mantiene costantemente aperta la tensione narrativa, mentre la batteria di Owen Hart Jr. evita ogni ridondanza muscolare scegliendo una pulsazione elastica, mobile, capace di respirare insieme ai solisti. Ne deriva uno swing che non guarda nostalgicamente al passato ma mantiene quella naturale flessibilità ritmica che rappresenta ancora oggi il principale discrimine fra il jazz vivo e la sua imitazione accademica.
Particolarmente raffinato il contributo pianistico di Michael Pzkil, il cui linguaggio armonico sembra collocarsi lungo la linea che da Herbie Hancock conduce alle esperienze europee degli ultimi decenni. Le sue voicings, spesso rarefatti, lasciano spazio alla respirazione collettiva senza rinunciare alla complessità. La chitarra di Jakub Mizeracki preferisce inserirsi come elemento coloristico, lavorando sulle tessiture più che sull’esibizione virtuosistica, contribuendo così alla notevole ricchezza timbrica dell’ensemble.
Con Sadness il concerto entra nella propria dimensione più intimistica. La composizione evita qualsiasi sentimentalismo, costruendo invece un clima sospeso nel quale la malinconia nasce soprattutto dalla qualità delle relazioni armoniche. È una scrittura che mostra chiaramente quanto il jazz europeo abbia ormai assimilato, senza copiarlo, il patrimonio della tradizione americana.
Le pagine vocali costituiscono forse l’aspetto più originale del progetto. Weronika Lalik affronta When I Walk Alone con un controllo espressivo di rara eleganza. Il suo canto rifugge deliberatamente ogni eccesso melodrammatico per privilegiare una narrazione interna, quasi confidenziale, nella quale il testo e l’articolazione ritmica mantengono costantemente il medesimo peso specifico. Ancora più efficace Feel The Rhythm, dove la cantante dimostra una notevole capacità di muoversi fra soul, gospel e jazz senza perdere unità stilistica.

L’ingresso della vocalist taiwanese Cait Lin amplia ulteriormente la prospettiva sonora dell’ensemble. In Let’s Have a Party, condivisa con Lalik, le due voci costruiscono un dialogo privo di qualsiasi artificiosa contrapposizione etnica o stilistica. Non vi è ricerca dell’esotismo, bensì naturale convergenza di differenti sensibilità interpretative. È probabilmente questa la cifra più autentica dell’intero progetto.
Di particolare interesse anche Cjam Blues, nel quale Cait Lin affronta la forma blues evitando tanto la riproposizione filologica quanto la sua banalizzazione pop. La cantante dimostra di aver assimilato il blues come principio espressivo prima ancora che come struttura musicale, confermandone l’intramontabile capacità di rigenerarsi attraverso interpreti culturalmente lontani dalle sue origini.
Sotto il profilo storico, One Voice sembra inserirsi idealmente nella tradizione delle grandi collaborazioni internazionali che, dalla seconda metà del Novecento fino ai nostri giorni, hanno progressivamente trasformato il jazz in una vera lingua franca musicale. Se durante la Guerra Fredda il jazz rappresentava uno strumento di diplomazia culturale, oggi esso continua a esercitare quella stessa funzione attraverso una rete di relazioni artistiche nella quale le identità nazionali non vengono annullate, ma poste in dialogo permanente.
Il valore del concerto risiede proprio in questa consapevolezza. La multiculturalità non viene esibita come semplice slogan programmatico, ma emerge naturalmente dalla qualità dell’interazione musicale. L’impressione conclusiva è quella di assistere non tanto a un incontro fra musicisti provenienti da tre continenti, quanto alla manifestazione di una comunità artistica che riconosce nell’improvvisazione il proprio terreno comune.
Nel magnifico spazio del Real Teatro Santa Cecilia, luogo simbolo della storia musicale palermitana e oggi autentica casa del jazz in Sicilia, Jazz Brigade with One Voice ha offerto una delle testimonianze più mature di come il jazz contemporaneo possa ancora coniugare tradizione e ricerca, memoria e futuro, identità e apertura. In tempi segnati da nuove divisioni geopolitiche, il concerto ha ricordato che il jazz continua a parlare una lingua antica e sempre attuale: quella dell’ascolto reciproco. Ed è forse proprio questa, oggi più che mai, la sua forma più alta di modernità.
Alceste Ayroldi
