«Devotion». Intervista a Francesca Feci

Disco d’esordio per la giovanissima (classe 2002) musicista di Chiavenna, prodotto da Stefano Mastruzzi e con la partecipazione di Enrico Pieranunzi e Ramberto Ciammarughi.

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Cosa ti ha portato ad avvicinarti alla musica e, in particolare, al jazz?
Fin da piccola ho sempre cantato, credo che la musica in qualche modo ci sia sempre stata dentro         di       me. Più che essermi avvicinata io, penso quindi che sia stata essa ad arrivare dentro di me e crescendo, cominciando a prendere le prime lezioni di canto e pianoforte, ho trovato una dimensione nella quale finalmente ciò che avevo dentro poteva essere espresso in un modo che sentivo appartenermi e rendermi viva. Mi sono avvicinata al jazz per la prima volta grazie ad un disco trovato a casa di mia nonna, appassionata di musica; si trattava di una compilation di brani di Ella Fitzgerald… ricordo che rimasi incantata la prima volta che la ascoltai, si accese così per          me     la        scintilla         verso  questa musica. Ricordo poi che il mio interesse verso il jazz crebbe sempre di più grazie ai vari concerti dal vivo a cui ho potuto assistere grazie al festival Ambria Jazz organizzato in Valtellina, fra le mie montagne d’origine, e di seguito andando per la prima volta ad Umbria jazz e respirando l’aria piena di musica di quelle settimane a Perugia, sono rimasta così affascinata che ho deciso di venire a Roma per intraprendere un percorso accademico di studio di jazz al Saint Louis College Of Music.

In che modo il tuo percorso al Saint Louis College of Music ha influenzato la tua identità artistica?
Al Saint Louis ho avuto modo di immergermi a pieno nel mondo della musica vedendola maturare giorno dopo giorno dentro di me. In un contesto come questo, ci sono così tanti input che ogni lezione e ogni insegnante può darti, che davvero si apre un mondo… ho scoperto così tanta nuova musica, e studiandola, analizzandola, praticandola ed immergendomi in essa, ho trovato il mio modo di esprimermi. Per me è stato fondamentale in questo percorso approfondire lo studio del pianoforte grazie al quale ho trovato una strada per comporre che ha fortemente definito  la  mia  identità  artistica  racchiusa  nel  disco  «Devotion».

Quali incontri o esperienze durante gli studi si sono rivelati decisivi per la tua crescita?
Un incontro davvero importante è stato quello con il mio insegnante di pianoforte Ramberto Ciammarughi, che ha colto fin dal primo momento il mio modo di fare musica, e mi ha saputo dare in ogni lezione qualcosa di cui tutt’ora faccio tesoro. La sua presenza di insegnante è stata importante per me fin dai primi brani che ho composto, che lui ha apprezzato immediatamente supportandomi fin dal primo momento. Gli sono molto grata per questo percorso ed aver registrato insieme uno dei brani del disco, è per me molto significativo. Un altro incontro molto speciale, è stato quello con il Direttore Stefano Mastruzzi, che ha accolto i miei brani e deciso di lavorarci insieme, e di seguito produrne un disco. Stefano ha preso a cuore il progetto fin da subito e per questo gli sono molto riconoscente, mi ha supportata in ogni momento del divenire di questo progetto e questo per me è stato molto importante, sono stata molto fortunata ad avere questo tipo          di       sostegno.

Come nasce l’idea del tuo album «Devotion», quando hai iniziato a percepire il progetto come un insieme organico e coerente?
Già da tempo pensavo che, in qualunque momento sarebbe arrivato, il mio primo album si sarebbe chiamato Devotion, sentivo fosse il titolo giusto, per esprimere   tutto   ciò   di   cui   ero   grata   alla   musica. Quando composi i primi brani, mi trovavo in un periodo di forte ispirazione dovuta ai tanti ascolti nuovi fatti durante il mio primo anno a Roma, i tanti concerti, i tanti input ricevuti dai miei insegnanti: una realtà tutta nuova che mi circondava e che avevo reso mia… tutto ciò si è unito ad un momento in cui sentivo dentro di me una grande gratitudine verso la musica e la vita, e la necessità di trasmettere in qualche modo ciò che avevo dentro con chiunque mi avrebbe ascoltata. Sull’onda di questi pensieri e di questa energia, mese dopo mese hanno preso forma  gli  otto  brani  che  fanno  ora  parte  dell’album. L’idea di creare un disco da questo progetto, si è definita grazie agli incontri con il Direttore Stefano Mastruzzi che mi ha seguita passo per passo supervisionando il mio lavoro compositivo e dandomi sempre stimoli nuovi per creare nuove idee.

Quanto c’è di personale e autobiografico nei brani?
Nel disco è racchiusa una grande parte di me, non tanto con storie esplicite che raccontino la mia esperienza, ma più che altro con storie che raccontano delle sensazioni, dei pensieri, delle immagini, delle visioni che lasciano dei messaggi di speranza che ho sentito il bisogno di esprimere, e che possono essere interpretate da        ognuno        in       modo diverso.

Nel processo di scrittura di Devotion, c’è stato un brano che ha rappresentato un punto di svolta?
Credo che ogni brano in qualche modo sia stato un piccolo punto di svolta nel processo di composizione del disco, ogni brano ha richiesto tanta dedizione e tanto impegno, sia dal lato compositivo che di seguito dal punto di vista della scrittura del testo; per questo terminare ogni brano è stato un piccolo punto di svolta per stimolarmi a comporre ancora percependo quanto è prezioso il momento in cui ciò che hai dentro prende forma, una volta concluso il brano, in musica.

Come lavori sull’integrazione tra testo e musica nelle tue composizioni: il tuo processo compositivo parte più dalla musica o dalla parola?
Compongo sempre i brani al pianoforte, partendo da una stesura strumentale (ad eccezione di My Role nel quale testo e musica sono nati insieme), solo di seguito       aggiungo      il          testo. Molto spesso mi capita che già dalla stesura strumentale io sappia di che cosa voglia poi parlare, capita invece a volte che semplicemente la musica arrivi da sé fra le dita sul pianoforte, senza ancora sapere di cosa voglia parlarmi…in questi casi cerco di concentrarmi sulle immagini che vedo mentre la suono, riflettendo cerco di estrapolarne il messaggio che sento di voler trasmettere e da lì parte la storia.

Hai pensato all’ordine dei brani come a un vero e proprio percorso emotivo?
Ho voluto mettere To Be Here in apertura dell’album, in quanto questo brano rappresenti un momento di rinascita dove aprire gli occhi e vedere solamente la bellezza intorno                  a                    noi. All’interno del disco dal punto di vista “drammaturgico”, ci sono dei momenti di buio e poi di luce, di pesantezza e poi di leggerezza, ogni brano si sussegue, così come nella vita, con momenti di debolezza e poi di gratitudine ma quando il cerchio si chiude, alla fine di ogni brano tanto come alla fine del disco, trionfano la speranza e        la                  gratitudine. Ho voluto mettere For All I Own in chiusura dell’album perché nel brano la musica viene percepita come un elevato luogo di centratura, come sulla cima di una montagna, dove ogni momento vissuto viene visto dall’alto, senza giudizio, positivo o negativo che sia, essendo semplicemente in pace con l’avvenire delle cose;  si  chiude  così  il  cerchio  del  divenire  e  tutto  prende  senso.

Quanto spazio dedichi all’improvvisazione dal punto di vista musicale?
Credo che l’improvvisazione sia una meravigliosa arte di espressione con la quale amo sperimentare, tuttavia nel disco ho ricavato pochi spazi improvvisativi per la voce, semplicemente per il fatto di sentire di esprimermi già molto attraverso i densi testi e le storie raccontate nei brani; ho preferito dare quindi più spazio improvvisativo  a  strumenti  come  la  tromba  e  il  pianoforte. Questo per quanto riguarda il disco registrato, nei concerti live invece amo ricavare degli spazi improvvisativi dove sentirmi libera di aggiungere colori nuovi alla      musica         che     stiamo          suonando.

E nella vita, ti lasci travolgere dagli eventi?
Credo che ogni tanto sia naturale lasciarsi travolgere dagli eventi, semplicemente perché le circostanze esterne non sempre ci mettono a nostro agio ed il più delle volte non dipendano da noi…ma cerco sempre di accogliere gli eventi sapendo che ogni cosa è transitoria e controllando solo ciò che possa dipendere da me, anche se non è sempre semplice avere questa consapevolezza penso sia importante per non          lasciarsi travolgere  spesso.

Enrico Pieranunzi e Francesca Feci

Che tipo di contributo hanno portato artisti come Enrico Pieranunzi e Ramberto Ciammarughi al progetto?
L’esperienza con Enrico è stata davvero importante, avere avuto la fortuna di suonare con lui, uno dei pianisti che ammiro di più, è stato meraviglioso per me. Gli sono molto grata per avermi dato la possibilità di scrivere un testo sul suo brano Con Infinite Voci, ed ancora di più per avermi accompagnata sul mio brano A Stone In  The Sea. Credo che suonare insieme mi abbia insegnato davvero molto, da un musicista come lui ci sono un’infinità di cose da imparare ad ogni incontro, che vengono trasmesse semplicemente sentendolo suonare, spesso senza bisogno di spiegazioni. Ramberto è stato il primo a sostenermi, e mi ha sostenuta sempre. E’ stato il primo insegnante ad aver ascoltato il primo brano che ho composto, ed il primo ad apprezzarlo. Durante gli anni di lavoro insieme mi ha stimolata molto a comporre, aprendomi molte strade con nuovi ascolti e studi in cui cimentarmi. Ogni volta portare a lezione un brano nuovo e suonarlo insieme, era un momento prezioso per me, perché oltre ad essere un grandissimo insegnante, è un pianista che mi lascia sempre          senza  parole. Gli sono molto grata per tutto il supporto che mi ha dato in questi anni.

Com’è stato collaborare con la BIM Orchestra diretta da Giuseppe Tortora?
Il momento in cui mi sono ritrovata in studio, dinnanzi ad un’orchestra pronta per suonare  i  miei  brani,  è  stato  un’emozione  indescrivibile. Momenti del genere non fanno altro che ricordarmi sempre di più quando sia grande         la          mia     gratitudine    verso  la musica. Mi sono trovata benissimo a lavorare con loro, che hanno registrato tutto in una sola mattinata in studio. Ho sempre pensato che alcuni brani del disco si sarebbero potuti prestare per un arrangiamento con gli archi, ed effettivamente ascoltando la versione finale registrata con la BIM Orchestra, ho percepito che i brano   fossero   davvero   completi   solo   in   quel   momento.

Quali artisti o ascolti hanno influenzato maggiormente questo lavoro?
La musica che maggiormente ha influenzato questo lavoro è stata quella di Kenny Wheeler, con musicisti come Norma Winstone e John Taylor. Immergendomi nei loro album, sono stata ispirata molto a livello compositivo, sentivo che quella musica era qualcosa che mi risuonava pienamente dentro e che potevo   rendere   mia attraverso         la  composizione. Anche però l’ascolto della musica classica ha influito, ricordo che il brano Devotion nacque in un periodo in cui stavo ascoltando Bach, soprattutto l’album dei 6 Corali Schübler, disco che ho ascoltato davvero tanto ammirandone ogni   armonia    intrecciata    fra  le  voci.

Come definiresti oggi il tuo linguaggio musicale?
Credo che il mio linguaggio musicale, espresso molto bene nel disco, sia un mix fra sonorità di generi diversi, partendo dal jazz, con armonie ispirate da sonorità più complesse, ed arrivando a comporre brani di una sonorità più classica. Credo che questo sia frutto dei diversi generi di musica ascoltati in questi anni, e dal fatto che da ognuno io riesca a trovare sempre qualcosa che mi ispiri.

In che modo concili tradizione jazz e sensibilità contemporanea? In pratica, qual è il “tuo” jazz?
Con molta ammirazione verso la tradizione del jazz, che sta alle radici della maggior parte della musica che ascolto, e con molta dedizione verso lo studio del linguaggio e dei musicisti che hanno fatto la storia, cerco di lasciare che ciò che internalizzo tramite gli ascolti del jazz più tradizionale, possano far fluire e arricchire  la  musica  che  compongo  io  in  questo  momento  presente.

Francesca Feci

Quanto hanno inciso esperienze multidisciplinari come Fellini, la luce dei sogni sulla tua visione artistica?
Ogni esperienza, di qualsiasi genere durante il mio percorso ha inciso profondamente sulla mia crescita musicale ed artistica, come con il progetto Fellini, la luce dei sogni. In questa occasione ho lavorato per la prima volta in trio elettronico, (io alla voce, Francesco Faina alla chitarra e Leonardo Metz all’elettronica); abbiamo ideato da zero uno spettacolo multi artistico, infatti hanno preso parte a questo progetto anche dei danzatori che hanno arricchito ulteriormente     la    performance. Credo che esperienze del genere ti portino ad avere una visione più ampia della musica… imparando quanto ogni arte sia vicina all’altra e possa comunicare in modo universale. Questa esperienza mi ha dato inoltre lo slancio e lo spunto per arrivare ad affrontarne un progetto simile l’anno successivo, in veste di leader di una residenza all’interno della docuserie Playing Memories, dove abbiamo creato ancora una volta uno spettacolo multi artistico con musica, danza, arte visuale e teatro,  dedicato  ai  compositori  italiani  di  musica  per  il  cinema.

Che rapporto hai con il live rispetto al lavoro in studio?
Amo  sia  registrare  in  studio  che  il  momento  dei  live, sicuramente in studio c’è la consapevolezza che la versione che si sta registrando sia quella definitiva, e che dovrebbe essere quindi esattamente come la vorremmo, questo richiede certamente una forte concentrazione soprattutto se la sessione di registrazione       comprende   diversi brani. Dopo una giornata di registrazione in studio, adoro la sensazione di aver “fissato” finalmente in una versione un lavoro fino ad allora soggetto a variazioni ed integrazioni: è come se un piccolo cerchio si chiudesse, partendo dal momento di ispirazione per scrivere un brano, passando dal processo creativo di stesura di getto o più riflessiva, poi le modifiche, e finalmente la definizione di ogni aspetto e la registrazione. Parliamo invece dei live…se in studio sento di fissare e definire la versione di un brano, nei concerti dal vivo mi sento libera di esplorare e sperimentare le diverse possibilità di far vivere il brano in quel determinato momento. Ovviamente, di ogni brano, ogni esecuzione live è diversa da quella precedente, e ciò mi piace molto:  posso  rendere  ogni  volta  lo  stesso  brano  un  po’  diverso.

C’è un momento del tuo percorso in cui hai messo in discussione le tue certezze artistiche?
Certamente ci sono dei momenti in cui sembra un po’ più complicato fare musica, è normale che ci siano periodi di scarsa ispirazione, ma proprio in questi momenti cerco sempre di ricordarmi che la musica in un modo o nell’altro torna sempre. Per questo mi sento di dire che la determinazione nel voler fare musica è sempre molto forte, e questo fortunatamente mi ha sempre sostenuta  per  far  sì  che  essa  rimanesse  sempre  una  certezza.

Cosa ne pensi dell’auto-tune?
Nella musica che ascolto apprezzo di più una voce autentica, per questo non lo utilizzerei nella mia musica. In ogni caso dipende dai gusti di ognuno, ed ognuno è libero di fare ciò che vuole con la propria musica, sempre perché essa è, e deve sempre essere un’espressione di se stessi in totale libertà.

Francesca Feci

Quanto è importante per te il concetto di autenticità oggi?
Per me è molto importante il concetto di autenticità, credo sia molto prezioso esprimere il sé più vero attraverso la musica, perché in questo modo possiamo trasmettere davvero qualcosa, sia al pubblico che soprattutto a noi stessi.

Quali sono i prossimi passi del tuo percorso artistico?
Nel periodo futuro mi aspetta il tour di presentazione del disco e sono estremamente felice delle esperienze che mi aspettano; portare Devotion in giro per l’Italia ed all’estero in Danimarca e Romania è una grande emozione, anche perché oltre a suonare in quartetto saremo anche accompagnati dall’orchestra su alcuni brani… sono molto grata di tutto ciò che succederà in questo          piccolo tour. Intanto, sto già pensando ad un prossimo disco, continuando sempre a comporre e cercando di imparare il più possibile da tutte le esperienze nuove che sto vivendo grazie a questo progetto.
Alceste Ayroldi

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