La New Wave del Jazz

Londra ne è la capitale, ma in tutta la Gran Bretagna alberga il nuovo seme del jazz. Di seguito la prima parte del focus sulla nuova scena jazzistica made in Great Britain.

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Se New York mantiene alta la densità del jazz targato USA, a Londra e zone limitrofe alberga il seme del «nuovo jazz», quello che apparenta vecchie e nuove generazioni di pubblico (sì, anche i millenials!). La creatività made in Great Britain è elevatissima, forse anche perché frutto di apparentamenti con mezza Europa: sono tanti i musicisti provenienti da altri Paesi (Belgio, Olanda, Italia, soprattutto) che si sono insediati in queste latitudini per trovare nuova linfa vitale. La scena britannica, che ha come epicentro Londra, è in fermento, sia dal punto di vista musicale, che culturale. In antitesi, per quest’ultimo aspetto, con ciò che accade negli Stati Uniti, ottenebrati da altri problemi e da altri punti di vista socio-culturali-politici.

Unapologetic Expression. The Inside Story of the UK Jazz Explosion (Faber & Faber) di André Marmot

Partiamo da un libro fresco di stampa:  Unapologetic Expression. The Inside Story of the UK Jazz Explosion (Faber & Faber) di André Marmot. Eccellente Lavoro, senza dubbio, ma già vecchio allorquando è stato pubblicato. Perché le scene musicali, in generale, si evolvono con una rapidità incredibile, soprattutto con tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione oggigiorno, sia per ascoltare, che per proporre musica.

Un libro – eccellente, si ribadisce – che mette in chiaro quanto di nuovo e di buono la scena jazzistica targata UK abbia sfoderato fino ad ora: United Vibrations, Steez, Brainchild, Total Refreshment Centre, Steam Down, Brownswood e We Out Here, Jazz Re:freshed, Church of Sound, Tomorrow’s Warriors, Sheila Maurice-Grey, Dave Okumu, Poppy Ajudha, Jason Yarde ed Emma-Jean Thackray, giusto per dirne qualcuno.

Sgomberiamo il campo da ogni dubbio: questa non è una critica al libro suddetto, né un ampliamento e/o rettifica di quanto il libro menziona. Qui si cercherà di dare una visione della scena britannica, sottolineando quanto di nuovo – anche nel linguaggio – il Regno Unito stia offrendo ora; purtroppo con la scarsa attenzione da parte dei nostri organizzatori che, come sempre, privilegiano tutto ciò che arriva dagli Stati Uniti, anche se obsoleta o dai muscoli cascanti.

Il jazz targato UK ha delle nuove sembianze: mette insieme la solidità storica, della tradizione, con le sonorità più fresche e scattanti, quelle che piacciono ai giovani: non si può rimanere conservatori per sempre…soprattutto se i risultati sono questi. Bella musica, eccellenti arrangiamenti, strumentisti con una tecnica invidiabile. Insomma, l’armadio londinese è pieno zeppo di roba.

A corollario di tale assioma, arriva la limpida dichiarazione di Femi Koleoso degli Ezra Collective (sorprendente gruppo che assembra elementi di afrobeat, calypso, reggae, hip-hop, soul e jazz): «La musica che suoni è jazz? – Non lo so e, a dirla tutta, non m’interessa più di tanto. Una cosa è certa: è il suono di Londra». Null’altro da dire, perché Londra ha un suono jazz che in altre città è difficile ascoltare: almeno che non si vogliano sentire i soliti esercizi ginnici post-parkeriani o lo swing anteguerra rivisitato in qualche salsa inacidita o la serialità inconcludente che proviene da altre febbricitanti scene, fin troppo osannate.

Nubya Garcia
Foto di Mariana Pires

Qualche nome conosciuto c’è già, come Nubya Garcia sassofonista e compositrice trentunenne di Camden Town, di madre guyanese e padre delle Trinidad, già nota anche negli italici confini per essersi esibita in alcuni festival. Fama che s’accomuna a quella di Alpha Mist, di Shabaka Hutchings, The Comet is Coming, Theon Cross, Sons of Kemet.

Se questa è la punta dell’iceberg, poi, c’è tutto un «sottobosco» ancora da esplorare: in realtà già noto altrove, ma quasi del tutto sconosciuto alle platee jazzistiche dello Stivale.

In prima battuta salta all’occhio l’organizzazione Jazz Re: Freshed, la cui denominazione racchiude già tutta la loro filosofia di vita. Non è un collettivo, ma opera come se fosse tale. E’ una casa discografica, ma non solo, perché si occupa anche della promozione dei propri artisti: e lo fa benissimo. Hanno contribuito alla crescita di tanti artisti, della scena britannica; hanno favorito la creazione di un pubblico per ogni artista, curando anche gli aspetti di marketing come il merchandising e gli showcase.  La sua data di nascita è l’anno 2003. Nel loro roster fanno bella mostra personaggi noti (i già citati Ezra Collective, così anche Nubya Garcia, Seed Ensemble, la trombonista Rosie Turton) e rising star come il trentatreenne pianista Ashley Henry, apparso qualche anno fa al JazzMi, che tiene nello stesso cilindro jazz, beat, hip-hop, grime, sfoderando una musica fresca e dirompente.

Rosie Turton

Bazzica dalle parti di Londra anche questo sestetto proveniente da Leeds: Work Money Death, capitanati dal sassofonista Tony Burkill e dal contrabbassista Neil Innes. Hanno recuperato il gusto, l’eleganza e tutti i suoni dello spiritual jazz, quello forgiato da Pharoah Sanders. Da ascoltare, sia l’album licenziato nel 2022 «Thought, Action, Reaction, Interaction» e il fresco di stampa «People of the Fast Flowing River», con composizioni a più lungo respiro, quasi fossero concepite per una destinazione visiva.

Floating Points

E a proposito di Pharoah Sanders, non ci si può esimere dal sottolineare le abilità di Floating Points (al secolo Samuel Shepherd, classe 1986), che con il sassofonista dell’Arkansas ha dato alla luce, nel 2021 (con anche la London Symphony Orchestra), un vero e proprio capolavoro «Promises»: una suite in nove movimenti che apparenta lo spiritual jazz, il minimalismo contemporaneo e l’elettronica da producer d.o.c. Allo scadere dello scorso anno, il polistrumentista e producer britannico ha pubblicato «Cascade», che si evolve senza intoppi, ma anche senza particolari sussulti.

Vicina per gusto e sensibilità alla corrente del neo spiritual jazz, c’è la sassofonista e compositrice Jasmine Myra, che ha pubblicato da poco il suo nuovo album «Rising». Il cui ascolto è caldamente consigliato, in combine al suo precedente «Horizons».

Chip Wickham

Restando tra ance e spiritual jazz fa bella mostra la musica di Chip Wickham, originario di Brighton, che spesso tradisce la natia patria per trascorrere del tempo in Spagna e Medio Oriente. Le sue sonorità sono un’eccellente merge di tradizione (Yusef Lateef, Roland Kirk) e downtempo à la Jazzanova, Robert Glasper et similia.
Alceste Ayroldi

 

 

 

 

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