Dopo la vittoria al Premio Bianca d’Aponte con Zanzare e ora quella al Premio Gianmaria Testa – Parole e Musica, senti più entusiasmo o più responsabilità?
Credo che la sensazione che provo si possa definire come un’entusiasmante responsabilità.
Il brano con cui hai vinto il Premio Gianmaria Testa, Ago e Filo, è la focus track del tuo nuovo album: come è nata questa canzone e quale storia racconta?
Ago e filo è stata la prima canzone che ho scritto, il primo approccio al cantautorato, il primo incontro con la creazione di una canzone. All’inizio non mi piaceva particolarmente, di fatti, non è presente nel primo album. La trovavo immatura proprio perché apparteneva ai primi tentativi di scrittura. Invece piaceva molto a Pierpaolo De Sanctis, discografico della mia piccola ma grande etichetta Four Flies Records, che mi chiese di lavorarci per poterla presentare a Sanremo Giovani: ahimè, mai presa in considerazione. Quando iniziai a lavorare al disco «Sei» con Pasquale Strizzi, decisi di darle un’altra possibilità, infondo avevo cominciato ad apprezzarla e con Pasquale siamo riusciti a dargli il giusto vestito sonoro. Il brano in sostanza parla di un amore giovanile incerto e della mia promessa di restare nonostante tutto, di ricucire tutte le ferite.

Sei cantante, contrabbassista e cantautrice: quando sei sul palco chi “prende il comando” tra queste tre anime?
Non le vedo come tre anime separate, fanno parte di me. In fondo credo che la musica sia una sola. L’unica cosa alla quale cerco di dare comando quando sono sul palco è la mia verità. Non m’importa di essere la cantante, la contrabbassista o la cantautrice, cerco solo di essere chiara, scusate il gioco di parole, cerco di dare il comando all’intenzione più sincera e concreta che ho di comunicare.
La tua musica alterna lingua italiana e napoletano: come scegli in quale lingua raccontare una storia?
Parlo entrambe le lingue e devo dire che ultimamente ho notato una connessione più vicina alla mia verità utilizzando il dialetto di fatti il disco «Sei» è quasi tutto in napoletano. In generale però seguo l’istinto.
Il tuo sound mette insieme jazz, tradizione napoletana e sonorità moderne: come trovi l’equilibrio tra questi mondi?
Sinceramente non li vedo distanti come mondi; in fondo, se andiamo all’origine del jazz, quest’ultimo nasce dalle work song, che altro non sono che canti popolari. Il famoso canto a fronna ‘e limone o canto sul tamburo, tipico della zona dove sono cresciuta, ha delle similitudini con le work song; infatti, avevano entrambi la stessa funzione comunicativa. Come dicevo prima, per me la musica è una sola. Sicuramente non cerco di cantare e suonare una musica che non si avvicina al mio modo di essere, scelgo sempre di mettere insieme stili e mondi che in qualche modo mi rappresentano per rimanere più autentica possibile.

«Sei» è un numero o un monito?
Sei è il numero di tracce che contiene il disco, è il numero di giorni in studio che abbiamo impiegato per realizzarlo ma sei è anche la seconda persona del verbo essere e quindi: “tu sei”, più che una dichiarazione individualista è uno sguardo rivolto verso l’altro è un riconoscere l’altro. Un augurio che l’altro possa riconoscersi nella mia musica.
Hai mai scritto una canzone partendo prima dal suono di una parola piuttosto che dal suo significato?
Assolutamente sì. E’ il caso di Int’o silenzio una traccia del mio ultimo album. Ho scritto questo brano partendo da un’intuizione, mentre suonavo al pianoforte, le parole sono arrivate spontaneamente. Il momento decisivo è stato quando mia prozia Antonietta ha recitato e cantato un canto dedicato alla Madonna di Materdomini, che poi si è rivelato perfetto per Int ’o silenzio.
Solo dopo ho capito il senso del brano: racconta di una donna che aspetta in silenzio il ritorno dell’amato, reprimendo le proprie emozioni. Il canto, durante la festa della Madonna, diventa l’unico spazio in cui può esprimere quella libertà e quella forza interiore che nella vita quotidiana le sono negate.
Il tuo primo album si intitolava «Chiaré»: quanto di quella Chiaré è rimasto in questo nuovo lavoro e quanto invece è cambiato?
Sono dell’idea che la musica, specie quella originale segue l’evoluzione del nostro essere. Ci sono entrambe, perché senza la vecchia me non sarei quello che sono adesso.
Tra i tuoi riferimenti ci sono Lucio Battisti, Eduardo De Crescenzo e Pino Daniele: se potessi fare loro una domanda sul mestiere di fare canzoni, quale sarebbe?
Chiederei a loro se sono contenti di come si è evoluta la musica d’autore oggi in Italia…
Quanto la tua formazione in canto jazz ha cambiato il tuo modo di pensare la voce nella canzone d’autore?
Io mi reputo molto fortunata perché ho avuto la possibilità di studiare con Maria Pia De Vito, un’insegnante che non cerca d’intrappolarti in certi schemi rigidi della tradizione jazzistica, bensì ha sempre cercato di tirare fuori la mia identità, e quindi mi sono ritrovata da un lato ad approfondire la cultura afro americana ma dall’altro ho scavato a fondo per tirar fuori la mia identità artistica.

Il tuo disco verrà presentato alla Casa del Jazz: che tipo di atmosfera immagini per quella sera?
Me lo immagino come un momento di connessione tra me e i musicisti ma soprattutto tra me e il pubblico.
Sul palco sei accompagnata da altri musicisti: cosa cerchi nel dialogo musicale con loro?
Cerco sincerità, rispetto, emozioni vere.
Qual è la cosa più imprevedibile che può succedere durante un tuo live?
Lo scopriremo alla Casa del Hazz, visto che è la prima data che faremo.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e i tuoi impegni futuri?
Gli obiettivi sono sicuramente quelli di viaggiare e portare un po’ ovunque la mia musica e gli impegni in qualche modo hanno a che vedere con gli obiettivi poiché inizieremo a girare un po’. Una data per me importantissima sarà quella del 23 Aprile all’auditorium 900 di Napoli. Un luogo magico e suggestivo proprio come la città.
Alceste Ayroldi