Non c’è niente di convenzionale in questa giovane ragazza che suona il trombone e compone musica come nessuno oggi. La padronanza del suono, l’uso della timbrica, del fraseggio sono superbi, eppure risultano ammantati da una malinconica linearità che fa apparire semplice ciò che non è. In Kalia Vandever l’arte della composizione rifugge qualsiasi paragone, sia esso stilistico che di genere. Definirla una jazzista sarebbe riduttivo, eppure la linfa del linguaggio afro-americano è in lei ben presente; anche definirla un’artista vicina a certe estetiche del rock contemporaneo sarebbe altrettanto limitativo; d’altro canto definirla come una musicista di rigorosa discendenza classica con una tendenza al minimalismo sarebbe superficiale, pur se tutte queste direzioni musicali non le sono certamente aliene. Diciamo allora che ci troviamo di fronte a una trombonista che ha il dono intrinseco dell’originalità in ogni forma, sia essa inerente all’uso dello strumento che nel difficile mestiere della composizione. Dotata di una grazia innata, «femminile» se vogliamo, ma allo stesso tempo priva di fronzoli, Kalia ha saputo avventurarsi in un mondo che non perdona chi non segue coerentemente certi dettami stilistici.
La flessibilità è la sua arma principale, mentre l’abilità di sfuggire alle catalogazioni con disinvolta bravura e l’austerità coperta da un’estatica contemplazione delle risorse dei suoni, della musica, ci portano verso una e una sola definizione: grande classe. Qualità sopraffina dello spirito che si esprime in qualsiasi direzione la sua arte conduca. L’abilità di tessere forme sonore dal tessuto finissimo rende la Vandever una musicista da portare in palmo di mano, da seguire con attenzione perché proprio dalla sua giovane età (ha giusto trent’anni) possono sortire sorprese stupefacenti. Ha pochi dischi a suo nome: «In Bloom», autoprodotto nel 2019; «Regrowth» del 2022; «We fell in turn» del 2023; «Something we once knew» (con la band Tilt) del 2024, ma è col suo nuovo cd, da poco uscito col titolo «Another View» (Northern Spy records), che la ragazza si afferma definitivamente come la musicista più interessante dei nostri giorni.
L’album è semplicemente un capolavoro, un’opera che si colloca fra le più belle in assoluto di questi ultimi anni. Lì spicca il brano In My Dream House, che accarezza l’anima per via di una linea melodica purissima, indimenticabile. Il titolo si riferisce a un libro (in italiano Nella casa dei tuoi sogni, Codice, 2020) di Carmen Maria Machado, scrittrice americana molto nota, devota alle storie di fantascienza e horror, legata alle tematiche di genere e bisessualità che la Vandever ammira esplicitamente fino a dedicarle anche le sue esibizioni dal vivo. Così è stato, per esempio, durante il bel concerto da lei dato di recente al club Public Records di Brooklyn. Una performance molto intensa, ben strutturata con una band di primissimo piano: Kanoa Mendenhall al contrabbasso, Kayon Gordon alla batteria e un nuovo chitarrista, Tim Watson, che pare in perfetta simbiosi stilistica con la trombonista. Nel disco appena citato c’era invece Mary Halvorson, chitarrista che sappiamo avere un particolare «tocco di Re Mida» nel suo sapere scegliere le soluzioni ideali per i suoi progetti e quelli altrui, cui volentieri collabora quando ha modo di esprimere al massimo le sue capacità creative. La Halvorson non ha mai sbagliato un colpo: il suo intuito di musicista polivalente la conduce inevitabilmente verso le situazioni più gratificanti. Così è stato anche con Kalia Vandever, ma gli impegni sempre più pressanti le impongono scelte spesso dirimenti: in questo caso l’alternativa è stata decisamente felice. Tim Watson, già noto per le sue collaborazioni nella scena d’avanguardia di Brooklyn, si è trovato così bene nel suonare con la Vandever, al punto di proiettare un ideale percorso a lungo termine fra i due, che potrebbe essere foriero di future, mirabolanti imprese, anche se la stessa Kalia tende a rimarcare le sue prioritarie «affinità elettive» con la Halvorson.

In riferimento al concerto del Public Records di Brooklyn pare che l’inserimento nella tua band di Tim Watson sia particolarmente riuscito, al punto di farci pensare a future collaborazioni. È una novità che avrà un suo sviluppo?
Tim subentrava a Mary Halvorson perché lei era impegnata, e dunque era la prima volta che suonavamo assieme. La sintonia è stata eccellente, devo dire, ma Mary è la chitarrista di riferimento nel mio gruppo, anche se lei è sempre piena di impegni, come puoi immaginare. Comunque la mia musica, pur essendo stata composta con in mente Mary, può essere suonata da altri chitarristi e la scelta di Tim è stata veramente azzeccata.
Il tuo nuovo album s’intitola «Another View»: è un altro riferimento a Carmen Maria Machado?
Sì, proprio al suo libro In My Dream House, dove si prospettano visioni alternative alla realtà che ci circonda. Un altro modo di vedere le cose. Di solito mi piace leggere libri di memorie altrui, scrittori che raccontano le loro personali esperienze. Nel caso della Machado mi ha colpito il suo modo di descrivere i misteri delle sue relazioni, dove non abbandona mai la narrazione dei dettagli.
Ti sei identificata in lei?
No, non proprio. Ma sono i temi trattai da lei e anche la «darkness» che pervade la sua opera che mi hanno profondamente impressionata. È proprio il modo con cui lei tratta quelle storie così «dark» che mi invoglia a leggere continuamente i suoi libri. Leggevo la Machado quando componevo i brani del mio album: ecco perché la sua scrittura ha influenzato decisamente la mia musica.
L’hai mai incontrata?
L’avevo invitata ai miei concerti a New York, ma non abita più qui. Ribadisco che il suo stile è ciò che è veramente importante per me. Persino la copertina del mio nuovo album, disegnata da Francie Chang in stile volutamente retro, riflette le tematiche di Carmen Maria Machado. In fondo vedi che mi piacciono le storie che si svolgono in un ambito «dark» ma allo stesso tempo romantico.
La tua musica non ha testi cantati, ma se la letteratura ti interessa così tanto hai mai provato a cimentarti anche tu con la scrittura?
No, ma disegno molto. Scrivo per me stessa in forma poetica. Solo per me, non per altri. Però ho scritto testi per le canzoni di un altro gruppo di cui faccio parte, una band rock che si chiama Tilt.
Credo che la caratteristica principale della tua musica sia l’originalità. Nel senso che è quasi impossibile identificarla con un genere ben codificato. Se ti chiedessi a quale corrente o stile musicale appartieni credo mi risponderesti: a nessuno. È così?
Esatto! Nella mia musica o nello stesso modo in cui suono il trombone si possono sentire varie influenze, stili diversi, ma mai un’unica direzione che non sia propria della musica che scrivo. Guarda, giusto ieri qualcuno mi ha fatto la stessa tua domanda, chiedendomi di identificare un genere per la mia musica. Ho risposto così: è qualunque cosa tu possa trovarci di jazz, di rock, dell’avanguardia o quant’altro ti possa venire in mente!
Allo stesso tempo nell’ascoltarti dal vivo o su disco si percepisce chiaramente il tuo desiderio di rimanere entro gli ambiti ben definiti dai concetti armonici e melodici. Raramente ti allontani per andare «fuori», non credi?
Se ti riferisci ai miei progetti è proprio così. La melodia mi appartiene, e anche se improvviso non mi allontano dai quei cardini. Con altri è diverso, ma la mia musica è costruita lavorando su quei concetti che tu nomini.

Inoltre credo che una costante che sottosta a tutta la tua produzione è la tendenza malinconica. Un modo d’essere che emerge in maniera davvero brillante in certi pezzi, come ad esempio in In My Dream House. Un brano da sogno, molto tenero.
Sì, è vero. È qualcosa che è sempre presente in me, al punto di non farci più caso quando scrivo la musica. Non me ne rendo conto più ormai, ma sono sicura che sia vero. È nel mio animo.
Non credere, però, che sia una questione di «tristezza». Non è così: la tua musica crea un certo tipo di feeling malinconico, pur essendo molto originale e fresca. Potresti citarmi dei musicisti, compositori o solo trombonisti del passato o del presente, cui ti senti davvero in sintonia artistica o che ti abbiano insegnato qualcosa d’importante?
Mi viene in mente solo Mary Halvorson, che ha avuto una forte influenza sul mio essere musicista, anche prima che io avessi l’occasione di conoscerla. Il suo sound rappresenta una ragione importante per la quale io faccio un certo tipo di musica. Per quanto riguarda i trombonisti non so dirti di qualcuno in particolare, certamente non un contemporaneo ma molti del passato. Quelli che sentivo ai tempi della scuola.
Parlami allora delle tue origini musicali. Dove hai studiato?
Sono nata nella North Carolina, però i miei si trasferirono a Los Angeles che ero ancora piccola. Non sono artisti, ma mio padre è sempre stato un appassionato di jazz, per cui sono cresciuta con quella musica nelle orecchie. Ecco perché al college ho scelto di studiare il jazz e la sua storia. Quando poi ho ascoltato qualche trombonista a casa, dai dischi di mio padre, ho chiesto di comprarmi un trombone da studio, visto che era quello lo strumento che mi trasmetteva qualcosa dentro. Pensa che già a otto anni studiavo il trombone, anche se lo strumento era più grande di me! Quindi sono cresciuta apposta per poterlo suonare! Mi piaceva moltissimo il timbro. Quando è venuto il momento giusto mi sono iscritta alla Juilliard School di New York per approfondire il mio studio dello strumento e del jazz. Avevo diciassette anni.
La Juilliard è una scuola molto prestigiosa, grandi musicisti vi hanno studiato. Come è avvenuto il passaggio da Los Angeles?
Qualcuno della Juilliard era in visita alla mia scuola d’arte, mi ha ascoltato e mi ha suggerito di andare a New York per approfondire i miei studi. Per me si è trattato di un passaggio quasi naturale, visto che avevo già deciso di dedicarmi totalmente alla musica.
Ti ricordi quando avevi deciso?
Già alla scuola d’arte di Los Angeles, da teenager avevo formato una mia band e del resto pensavo sul serio di suonare la mia musica originale. Avevo anche registrato un album con i miei brani e persino contattato un promoter per aiutarmi a diffondere il mio lavoro, ma era davvero troppo presto. La chiamata della Juilliard arrivò al momento giusto.

E come ti sei trovata nell’ambiente musicale di New York?
Molto bene, fin da subito. Ricordo che nel 2017 ho avuto la prima possibilità di esibirmi con un mio gruppo alla Jazz Gallery.
Deve essere stato grandioso per te! Avevi solo ventidue anni e già in testa la tua musica. Niente standard nel repertorio?
No, gli standard solo per studio o per divertimento. Mai dal vivo.
E quali erano i musicisti con i quali hai suonato, nelle altre band al di fuori della tua?
Joel Ross, il vibrafonista. Bravissimo! E poi anche in tour con Shabaka Hutchings.
Adesso, al di là del tuo quartetto e del nuovo album, hai in mente qualche nuovo progetto?
Sì, vorrei registrare un album per solo trombone. Ho già fatto concerti da sola, ma già la prossima primavera sarò al festival Long Play di Brooklyn con un concerto per solo trombone.
Ci saremo senz’altro. Ma per te che significato ha suonare da sola o con una tua band?
Be’, qualcosa di completamente differente, che mi porta a pensare alla musica in maniera diversa. Non c’è nessuno sul palco a sostenere il mio suono quando sono da sola. Per esempio, con la band suoniamo musica già scritta, mentre da sola è un mix: pezzi scritti e altri totalmente improvvisati. Però non ho spartiti davanti, quindi la creatività viaggia sul momento, con buona parte d’improvvisazione.
Comunque tu hai già un perfetto controllo del sound del tuo strumento e anche del fraseggio: per paradossale che possa sembrare un concerto da sola può essere d’aiuto, senza appoggi esterni. Non credi?
Credo di sì. In effetti non penso più al sound dello strumento dal vivo. È qualcosa di naturale per me. Da sola uso il suono acustico e anche quello trasformato con effetti elettronici.
Ora sei alla fine di questo tuo tour americano col quartetto, ma hai avuto proposte altrove, magari in Europa?
No, non col quartetto. Ho suonato in Europa in altre situazioni, ma non con questa mia band. Spero proprio di portare lì anche questa mia musica.