Come è nata la band e quale visione vi univa all’inizio?
Siamo nati nel 2011 con l’album omonimo edito da Rai Com, al tempo Rai Trade. Era da poco accaduto il tragico incidente alla ThyssenKrupp e il nostro referente delle edizioni Rai di allora, Pietro Ferri, evidenziò la necessità da parte loro di avere musiche atte ad accompagnare servizi che si occupavano del grave episodio e delle morti sul lavoro. La riflessione sull’importanza del luogo di lavoro, per certi versi ‘sacro’, se rispettato in maniera adeguata e costruttiva, invece che distruttiva, come in certe occasioni ci portò all’accostamento spontaneo con il concetto del “Nulla”. Essere “operai” nella musica e interrogarci sul significato del termine “Nulla” ci parve un buon motivo per iniziare una collaborazione che dura ancora oggi.
In che modo questo lavoro nasce dopo i tour in Nord Europa e l’esperienza televisiva su Rai5: cosa avete portato con voi da quelle esperienze?
La formazione del gruppo, di per sé particolare, flauto, clarinetto, chitarra e pianoforte è scaturita dall’incontro umano, ancor prima che musicale e si è creata un’alchimia particolare. L’amicizia nata tra noi unita all’eclettismo di ciascun componente ci ha permesso di costruire insieme, ognuno con le proprie competenze musicali un suono di gruppo che abbiamo sviluppato negli anni. Questo in un periodo affatto facile rispetto ad un panorama musicale sempre più incline ai “numeri” ed al “successo” Il riconoscimento e credo di poter dire l’apprezzamento per quanto proposto musicalmente in particolare all’estero e più recentemente su Rai 5 ci hanno infuso coraggio e siamo infinitamente grati a quel pubblico e a quei dirigenti capaci di valutare in piena autonomia e senza condizionamenti esterni ciò che ascoltavano e vedevano nel nostro lavoro di gruppo e quindi nel tipo di progetti e musica proposta.
Quali elementi ritenete irrinunciabili nel vostro suono?
Senz’altro la capacità di ritenerci liberi di agire musicalmente al di fuori degli schemi per lo più oggi dominanti. Ci piace partire da forme inizialmente strutturate, nel caso specifico per lo più proposte da me, per poi arricchirle e indagarle con i contributi degli altri, musicisti principalmente di estrazione classica che amano spaziare dalla musica antica alla contemporanea, passando per l’etnica e l’improvvisazione, jazzistica e non, senza disdegnare la così detta ‘musica d’uso’, proponendo la nostra cifra espressiva e il nostro suono.
Quando avete iniziato a pensare alla musica come a un vero e proprio viaggio sensoriale e spirituale?
Credo che l’essere umano sia paragonabile ad una canna d’organo in grado di far risuonare per come meglio può ciò che a lui arriva. Per fare questo abbiamo bisogno di mantenerci in ordine e puliti altrimenti rischiamo di suonare stonati. Nella musica ovviamente tale compito è ancor più necessario per il fatto che produciamo un suono. In realtà non abbiamo mai parlato di questo nel nostro gruppo, ma è quello che ho il piacere e la fortuna di constatare in noi tutti ogni volta che ci troviamo per suonare. La spiritualità e la progressiva presa di coscienza sono alla base per cercare di progredire nella nostra esperienza umana e cercare di crescere. Siamo tutti nella stessa barca e credo che questo sia tra i compiti principali di chi decide di dedicare la propria vita all’espressione artistica e alla musica nel caso specifico.

Foto di Luca Segato
La crisi del presente è raccontata come occasione di rinascita: come si traduce musicalmente questo passaggio?
Ahimè le esperienze dolorose fanno parte della nostra esistenza, ma, anche se può sembrare strano o sconveniente dirlo, possono rappresentare una grande occasione di crescita e quindi di superamento per raggiungere uno stato d’essere migliore. Pensiamo al dolore di una madre durante le fasi del parto e alla meraviglia e stupore che segue con la nascita della creatura. Tradurre in musica per me vuol dire partire dai suoni della materia raccolti/registrati durante esperienze significative, non sempre ‘rosee’ o facili e partire da li per poi tradurre e costruire in musica ciò che abbiamo vissuto, sperimentato e toccato con mano.

Come convivono, nella vostra scrittura, musica colta contemporanea, world music, jazz, minimalismo e improvvisazione?
Grazie alle variegate esperienze di ciascuno di noi. Stefano Agostini, oltre che didatta e direttore di Conservatorio, è stato primo flauto in numerose orchestre, si occupa di musica antica, ha eseguito premiere di innumerevoli compositori contemporanei. Al tempo stesso ha collaborato con attori, coreografi di primissimo piano e frequenta spesso gli ambienti della pura improvvisazione o collabora con jazzisti affermati. Carlo Failli ha lavorato moltissimo con Luciano Berio e più di recente con Krzysztof Penderecki. È stato primo clarinetto dell’Ort, ma è anche compositore sopraffino e potente improvvisatore, oltre che anche lui didatta in conservatorio. Luca Guidi fa parte di un quartetto di chitarre classiche piuttosto ricercato (di recente in tournée negli Usa) e parallelamente coltiva la sua propensione al cantautorato con innumerevoli progetti alternati a frequenti sessions live nel blues e improvvisazione. Io nasco come jazzista e dopo varie esperienze anche giovanili tra progressive, rock e musica etnica ho deciso di dedicarmi principalmente alla composizione. Shakeriamo il tutto, aggiungiamo un pizzico di suono creativo con Rob Nigro e nasciamo noi come gruppo.
Come nasce l’idea di iniziare il percorso con una discesa nelle profondità dell’essere?
Credo che ciascun musicista che si rispetti compia questo percorso innanzi tutto attraverso la ricerca del proprio suono. E il suono non può che scaturire dal profondo del nostro essere. Nel caso specifico di «E se l’onda è il mare» le letture di certi autori hanno favorito l’analisi e la riflessione, aiutandoci a mantenere dritta la barra del timone.
Come definiresti oggi la direzione artistica della band?
Ci piacerebbe mantenere la nostra linea guardando avanti alla ricerca di ulteriori stimoli che possano consentire di non ripeterci e, sempre se ne sia capaci, di mantenere quel po’ di originalità, che credo di poter dire, in parte ci contraddistingue.

Foto di Luca Segato
Vi sentite parte di una scena musicale o preferite restarne ai margini?
Più che restare ai margini noi, cosa che non vorremmo affatto, ci piacerebbe che la scena musicale fosse meno cristallizzata, per non dire lottizzata in nome del dio denaro. Sarebbe bello che le persone tornassero ad essere più curiose di quanto avviene e che venisse dato maggiore spazio a tutto ciò che potrebbe essere diverso. Distinguersi per non estinguersi, come ricorda qualcuno.
Quanto è importante la coerenza artistica rispetto alla sperimentazione continua?
Quando si cerca di creare, comunque si compie sempre una sperimentazione. Poi si può calcare la mano o meno a seconda di ciò che si vuole cercare e possibilmente ottenere, sempre si riesca. Restare fedeli alla linea forse è davvero l’unica ricchezza ottenibile e pace per la ricchezza materiale, che non è detto che non possa sopraggiungere in misura maggiore o minore, ma il guaio è quando quest’ultima diventa l’obiettivo principale del proprio lavoro.
Massimo, quali sono state le tue prime esperienze creative prima della band?
Posso dire di aver sempre prediletto la creazione fin da subito. Dalle prime esperienze giovanili in vari gruppi jazz rock progressive ecc. fino all’attività compositiva vera e propria in ambito cameristico, sinfonico e operistico e come autore di musiche per il teatro la danza, pubblicità in minima parte, colonne sonore per video e documentari.
Quali esperienze extra-musicali hanno inciso maggiormente sulla tua scrittura?
A me piace camminare, sono un amatore della montagna e cammini e scalate mi hanno portato in luoghi affascinanti che hanno lasciato un segno e un insegnamento profondo nel mio animo.
Che relazione personale o artistica ti lega alla figura di Ryūichi Sakamoto e al suo lascito musicale?
Semplicemente si è trattato di uno tra i punti di riferimento importanti della nostra epoca in campo musicale. Partiva spesso dal pianoforte per comporre le sue opere e alcune frequentazioni durante un mio soggiorno in Giappone mi hanno ulteriormente avvicinato alla sua figura. Ovviamente ho letto e suonato molta della sua musica che sento, facendo le debite differenze, piuttosto vicina.
Cosa ti motiva oggi a continuare a creare e pubblicare nuova musica?
Mah, credo che ognuno di noi si senta nato per svolgere un compito. E, bella o brutta che sia, la musica è stata l’unica cosa che sono riuscito a fare nella mia vita e che comunque mi ha dato da vivere. Per questo sono immensamente grato al fatto che abbia avuto modo di occuparmene e conto di avere ancora sufficientemente motivazione per affrontare il progetto successivo, che poi è la cosa che più mi interessa.
Cosa significa, per te, trasformare la vibrazione in pensiero e l’ascolto in introspezione?
La materia vibra e la vibrazione non è altro che il collasso delle onde che noi non vediamo. I Maestri orientali invece percepivano questo come fatto interiore. La moderna scienza e la fisica quantistica percepiscono questo come fatto esteriore. La realtà non è né interiore né esteriore. Ed è partendo da questo punto di incontro che noi possiamo proseguire nell’indagine.
Cosa è scritto nell’agenda di Massimo Buffetti e de La Fabbrica del Nulla?
Siamo pronti a scrivere nella nostra agenda i nomi di chi vorrà accoglierci con sincerità e attenzione reciproca. Anche in questo caso si tratra di un punto di incontro che ci porterà presto in altri luoghi della Toscana, nel Lazio e auspicabilmente di nuovo in Nord Europa, ma senza ansie. Ciascuno di noi ha il suo calendario tra concerti e commissioni varie e questo ci consente, come gruppo, di valutare con serenità le proposte sul tavolo che stanno arrivando.
Alceste Ayroldi