Correggio Jazz 2026

Il nostro report del festival di Correggio che si è tenuto nel mese di maggio.

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Correggio (Reggio Emilia), varie date di maggio, Teatro Asioli.

Ventiquattro anni per Correggio Jazz, festival che si svolge nell’operosa e accogliente cittadina della pianura di Reggio Emilia, inserito nel circuito emiliano-romagnolo Crossroad, quest’anno con undici concerti svoltisi al Teatro Asioli nella seconda metà del mese di maggio. Il programma è stato vario, senza un indirizzo preciso https://www.correggiojazz.it/edizioni/edizione-2026/) dove hanno brillato le due esibizioni di Enrico Rava come ospite di altrettante compagini italiane. Rava è uno di quei jazzisti a cui basta suonare una nota per determinare un mondo poetico, il suo, ma addirittura quello del jazz in generale, per come quella nota la emette, la colloca, la rapporta, pure quando l’età (il trombettista ha ottantasei anni e suona da sessantacinque) ne ha inevitabilmente un po’ appannato la tecnica.

I due gruppi che l’hanno ospitato sono antitetici: Guano Padano è un trio (con Alessandro “Asso” Stefana alla chitarra, lap steel e armonica; Danilo Gallo al basso elettrico, chitarra e contrabbasso; Zeno De Rossi alla batteria) la cui musica ha sentori di country, di latin, di rock tradotti in canoni jazzistici sempre con una certa energica rilassatezza; mentre l’Artchipel è un’orchestra composta da sedici strumentisti più tre voci che hanno eseguito partiture complesse sotto la direzione di Ferdinando Faraò. La tromba e il flicorno di Rava si sono ugualmente insinuati nelle maglie sonore di entrambi con rispettosa sicurezza, adeguandosi alle diverse situazioni, pur rimanendo, Rava, fedele al proprio assunto stilistico ormai consolidato negli anni: è un eloquio disteso, il suo, dalla bella voce pastosa, squillante negli acuti, che si imbrunisce nei registri bassi e che fa magistrale e “poetico” uso delle pause, un uso che si potrebbe definire con il termine giapponese “ma” (i giapponesi sono sempre precisi nel delineare degli stati con una unica parola) per sottolineare lo spazio dato tra le molteplici note, il silenzio che dà loro valore, un silenzio che si manifesta anche prima d’iniziare una frase e che così la impreziosisce. È l’arte antica di dire: “sto pensando”, ed è la lezione di Miles Davis, uno dei modelli giovanili di Rava.

Il festival ha poi esplorato alcune derivazioni contemporanee della black music, antitetiche per prassi esecutiva, ma convergenti nella ri-attualizzazione del codice musicale afro-americano. Il batterista e produttore di Chicago Makaya McCraven è, dietro al suo strumento, sicuro e assertivo, mostrando una buona gamma di dinamiche, sulle quali prevale un ritmo martellante derivato da un continuo rullare che fa da contro-tono ai più pacati interventi dei componenti il quartetto, che costantemente estendono e contraggono velocità e tempi: la spinta lineare del basso elettrico di Junius Paul funge da asse geometrico fisso attraverso linee sonore scure e mai invadenti, su cui la squillante tromba di Marquis Hill e la nervosa chitarra di Matt Gold, con l’apporto di elettroniche risonanti, innestano cellule melodiche modali, strati di loop campionati e assoli chiari ed energici, creando groove trascinanti.

Aly Keita
Foto di Tiziano Ghidorsi

Anche Hamid Drake fa del suo drumming un inesausto, continuo e fitto intreccio di suoni, ma in modo diverso rispetto a McCraven: quest’ultimo segue una logica urbana proveniente dalla cultura hip hop e dub, invece in Drake l’accento è marcatamente africano, con poliritmie ritualistiche di matrice mandingue e gnawa e uso dei tamburi e piatti (a volte si mette anche al tar, tamburo a cornice del nord Africa) come vere e proprie voci, oltre che costruttori di ritmo. La sua batteria si sposa perfettamente con gli altri due strumenti, ugualmente “a percussione”, il vibrafono di Pasquale Mirra e il belafon di Aly Keita. Insieme costruiscono brani incentrati su unici centri tonali, quindi procedendo non per progressioni armoniche e modulazioni, ma per estesi orditi melodico-percussivi, quelli del vibrafono più metallici e risonanti (con Mirra che inventa frasi solistiche complesse) e quelli del belafon più stoppati e martellanti (con Keita maggiormente propenso all’iterazione di riff materici).

Isaiah Collier
Foto di Tiziano Ghidorsi

Di segno opposto a entrambi i precedenti gruppi, ma speculare nell’urgenza espressiva, è stata la musica del sassofonista Isaiah Collier, che si colloca nella linea del tardo coltranismo e dell’energy jazz degli anni Sessanta del secolo scorso. Collier ha presentato alcuni brani classici di John Coltrane, come Africa, The Inch Warm, Naima, Spiritual e My Favorite Things, alternando tenore e soprano con un controllo rigoroso dei registri estremi, impiegando multifonici e sovracuti vulcanici all’interno di un fraseggio modale serrato, facendo anche efficace uso della respirazione circolare. È un altro modo ancora d’intendere la densità timbrica e ritmica, con lui arrivata alla completa saturazione dello spazio acustico alla ricerca della catarsi sonora, con il pianista Davis Whitfield che riprende McCoy Tyner, il contrabbassista Conway Campbel e il batterista Tim Regis che ricostruiscono mutatis mutandis la sezione ritmica del quartetto storico di Coltrane (Jimmy Garrison ed Elvin Jones). Nonostante tutto questo, l’operazione non risulta un esercizio meramente manieristico, ma una riproposizione sincera del codice coltraniano attraverso la violenza sonora e la trance ritmica di Pharoah Sanders (quello di alcuni dischi di Alice Coltrane) e il timbro acre e viscerale di certi sassofonisti post hard bop, come Booker Ervin e Billy Harper.

Non abbiamo potuto ascoltare Francesca Tandoi (che ha sostituito Rachel Z, il cui concerto è stato annullato), il Quinto Elemento, l’On Time Contest, China Moses e il quartetto di Fabrizio Bosso con Nico Gori, riuscendo però ad assistere alla performance conclusiva del festival, quella del pianista Danilo Rea che ha incontrato il dj Martux_m (Maurizio Martusciello) alle elettroniche e campionamenti, con l’ apporto visivo d’una onirica scenografia in movimento opera del video-artista Mauro Cosenza (i tre s’erano già incontrati per vari concerti nel 2014, dando luce all’album “Reminiscence”). A Correggio hanno omaggiato Ryūichi Sakamoto, compositore, pioniere dell’elettronica, autore di celebri colonne sonore (L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, Furyo di Nagisa Ōshima, con David Bowie) e membro fondatore della Yellow Magic Orchestra.

Danilo Rea e Martux_m
Foto di Tiziano Ghidorsi

Tra libera improvvisazione ed elettronica, con Martux_m che aggiunge al pianoforte di Rea atmosfere evocative, field recording e manipolazioni sonore, la personale rilettura dell’autore giapponese ha visto il pianista, accompagnato dalle esplorazioni del dj, passare da momenti lirici, intimisti e sospesi ad altri più dinamici e spericolati, espressi con sensibilità di fraseggio e tensione armonica in un continuum di rinvii e rimandi, senza alcuna interruzione tra un brano e l’altro, con pieno rispetto delle celebri melodie di Sakamoto caratterizzate da delicatezza timbrica e una forte componente emotiva.
Aldo Gianolio

 

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