David Byrne: True Stories

di Riccardo Bertoncelli

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David Byrne (foto di Benno Friedman) - True Stories
David Byrne (foto di Benno Friedman)

Dopo trentadue anni esce la colonna sonora integrale di «True Stories», uno dei più bei film musicali degli ultimi decenni

Alla metà degli anni Ottanta David Byrne visse un magico momento di creatività. Accentuò il suo controllo sui Talking Heads con due album notevoli, «Speaking In Tongues» e «Little Creatures», e insegnò all’universo mondo come esprimere al meglio l’arte del cinerock, scrivendo con i compagni e con il regista Jonathan Demme la geniale sceneggiatura di Stop Making Sense, una pellicola che è difficile non mettere in cima alla scala delle migliori del genere. Il successo incontrato in quel campo fu una scossa, e di lì a un paio d’anni Byrne alzò la posta in gioco: sarebbe stato sceneggiatore, compositore, regista e narratore in scena di un film vero e proprio, True Stories, «basato su “storie vere” desunte dai tabloid». Una sorta di «60 minutes in acido», precisò con una punta di provocazione, ricordando un mitico programma di indagini giornalistiche trasmesso dalla rete televisiva CBS.

True Stories era un film a episodi con tanta musica, ma Byrne ci teneva a sottolineare che non si trattava di un musical. I protagonisti non si mettevano improvvisamente a cantare senza motivo, secondo il canone del genere, né recitavano con i loro versi una storia, come nei video rock che allora vivevano la stagione d’oro. Le canzoni servivano ad altro: erano un modo di delineare i personaggi, di spiegarne natura e carattere, di animarli con energia. Non erano personaggi comuni. Louis Fyne, interpretato dal grande John Goodman, era un tecnico di laboratorio di un’azienda di computer alla smaniosa ricerca dell’anima gemella ma convinto di essere perseguitato dal malocchio. Fissato di country & western, cercava conforto in un bizzarro stregone voodoo, il signor Tucker, già impegnato ad assistere la signora Rolling, spiaggiata a letto da una vita, ventiquattr’ore su ventiquattro. Tutto il film ruotava intorno a tipi del genere: un marito che da anni non rivolgeva direttamente la parola alla moglie, uno scombinato predicatore cospirazionista, un cantante Tex-Mex convinto di sentire le voci, una logorroica baronessa di Münchhausen smaniosa di raccontare a chiunque inverosimili storie di sé. Byrne giurava che niente era farina del suo sacco, erano tutte «storie vere» rubate a un giornale in particolare, il Weekly World News. Quello che certo era suo era lo sguardo, la selezione soprattutto; eliminando «argomenti pesi come sesso, violenza e politica, per cui tutti hanno idee preconcette» e privilegiando piuttosto «vicende troppo stupide perchè qualcuno perda il suo tempo a farsene un’opinione».

Tutte queste «storie vere» si intrecciavano in un solo, immaginario luogo, Virgil, Texas, in occasione del centocinquantesimo anniversario di quella mai fondata cittadina. Byrne in origine non aveva pensato al Texas ma, quando quell’idea era balenata, gli era apparsa subito come l’unica possibile. Una fauna umana tanto stravagante non poteva che albergare in quell’angolo d’America, popolato di gente per molti versi intollerante ma straordinariamente indulgente nel campo dei comportamenti individuali. E poi – eccoci finalmente al Byrne musicista – il Texas consentiva una straordinaria varietà di soluzioni musicali; e il curiosissimo regista era eccitato dall’idea di far colare nella grondaia della colonna sonora tutto un bendidio di «rock, country, Tex-Mex, polke, musica latina, marchin’ bands, disco, lounge jazz», il variopinto juke box di vecchie nuove musiche sudiste più qualche invenzione ad hoc (tipo «una marchin’ band di fisarmoniche»).

John Goodman canta «People Like Us» in una scena del film «True Stories»
John Goodman canta «People Like Us» in una scena del film «True Stories»

Il film è stato molto dimenticato ma regge ancora, eccome, con un indimenticabile Byrne con cappellone texano da regolamento che viaggia di storia in storia su una decappottabile rossa: un’icona degli anni Ottanta. Se volete fare la prova, è appena uscito per la Criterion un doppio Blu-ray con la pellicola originale e un bengodi di bonus, per ora solo in America ma prima o poi chissà. Soprattutto però è uscito, e questo anche da noi, il cd rimasterizzato con la colonna sonora completa, che per un equivoco o una impuntatura all’epoca non aveva visto la luce. Convinti che ad attirare il pubblico potesse solo essere la premiata sigla Talking Heads, i discografici avevano pubblicato un lp in cui la band eseguiva i pezzi chiave del film anche quando nella pellicola erano cantati da altri; esisteva poi anche l’ album con la colonna sonora originale ma era giusto un riassunto, con la metà dei pezzi, e aveva tutta l’aria di un ripiego. Byrne ne aveva fatto una malattia. I Talking Heads, nelle sue intenzioni, dovevano rimanere nel gorgo delle tante musiche che zampillavano sullo schermo, anzi, l’idea era addirittura che suonassero qualcosa di estraneo a loro: City Of Dreams, confessa oggi, era un inno concepito come una canzone di Neil Young, Love For Sale un’improbabile versione di Stooges «byrnizzati» e Wild Wild Life «il mio tentativo di scrivere qualcosa che assomigliasse a quel che passava su MTV in quei giorni». Troppo bravi i Talking Heads a mimetizzarsi, troppo distratto il pubblico per capire o castranti i discografici nel promuovere solo il primo lp? Fatto sta che le convinzioni dell’autore non furono prese in considerazione, l’album della colonna sonora naufragò in fretta e fu dimenticato.

Trentadue anni dopo David Byrne si prende la rivincita. La colonna sonora esce completa, in copertina non c’è il narratore con cappello texano ma il bel faccione di John Goodman (che canta, convincentemente, People Like Us), ed è un piacere ripercorrere il viaggio sonoro del film, anticipazione delle tante musiche incontrate dall’autore quando di lì a poco, fine Ottanta, lascerà i Talking Heads e si farà sballottare dalle sue infinite curiosità. In quale altro luogo, se non l’immaginaria Virgil, un’icona dell’avanguardia come Meredith Monk (Road Song) può stare fianco a fianco dell’enfant du pays Terry Allen (Cocktail Desperado), con il mito gospel Roebuck «Pops» Staples (Papa Legba) e latinos stellati (la bandiera del Texas, non la Guida Michelin) come Tito Larriva ed Esteban «Steve» Jordan with Los Vampiros (Radio Head)? Byrne è il compositore principale e i Talking Heads fungono da house band, ma la porta è aperta e il padrone di casa non si formalizza, anzi: la Banda Eclipse folleggia con un meraviglioso tema da street parade (Festa para um Rei negro) dopo che il Kronos Quartet ha aggiunto l’ennesimo tassello al suo sterminato mosaico discografico (Dinner Music) e Carl Finch ha decorato la tappezzeria sonora con tre miniature apprezzatissime dal committente. E chi è Carl Finch? Il leader di una inclassificabile orchestra di Denton, Brave Combo, che vincerà due Grammy Awards nella categoria «ballabili polka». Byrne gli ha chiesto di scrivere muzak per centri commerciali e lui esegue, accompagnato dall’ammirazione di chi ascolta per un tale elevato esercizio di futilità. In realtà poi non è così muzak. Se ascoltate il Tema di Buster precipiterete in un mondo parallelo a quello di Simon Jeffes, e vi sorgerà il gioioso sospetto che anche a Virgil esisteva, chissà se amato dai residenti, un Penguin Café.

Io detesto i sequel, figuriamoci le serie, ma se David Byrne avesse voglia di girare un altro True Stories non avrei niente in contrario, anzi lo troverei intonato ai giorni che viviamo. All’epoca furono scartati un sacco di spunti e, nel bel libro che la Penguin Books pubblicò come companion di disco e film, si racconta per esempio una true story che suona curiosamente attuale. «Mi hanno parlato di recente di un tizio che in Texas sta raccogliendo fondi per costruire un muro lungo il confine dello Stato, sull’esempio della Grande Muraglia Cinese».

Ehm… Vi dice qualcosa?

Riccardo Bertoncelli