Trilok Gurtu: Dio è un batterista

Il nuovo, brillante album del grande percussionista indiano ci ha spinto ad approfondire una figura artistica di fondamentale importanza nello sviluppo delle musiche degli ultimi decenni: un vero musicista planetario.

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Trilok, ma perché Dio dovrebbe essere un batterista?
Non devi utilizzare il condizionale: Dio è un batterista! Perché Dio pensa a tutti. Cosa diciamo solitamente: che Dio è in noi, è in ogni cosa come dice la Bibbia. Quindi, chi è che suona? E’ Dio, perché se non hai ritmo, se non ci fosse il ritmo, non esisteremmo. Penso che sia un’affermazione molto indiana e, comunque, da credente. Io lo sono, è così che sono cresciuto. E per noi la musica è un elemento spirituale, forse non per tutti. Non voglio essere frainteso, ciò che voglio dire è che Dio è un chitarrista, è un giocatore di calcio. Purtroppo, in ogni settore, ci sono tante persone finte che interpretano male i contenuti della religione. E anche la religione è una stortura, perché è un’interpretazione soggettiva di Dio. Comunque, se non ci fosse il ritmo, se non ci fossero le percussioni la musica non esisterebbe.

Il primo brano è dedicato a Joseph Erich.
Ovvero, a Joe Zawinul con il quale ho suonato a lungo. Quando suono in giro, mi capita spesso di fare musica anche dei Weather Report, cioè scritta da Zawinul. Purtroppo i jazzofili, soprattutto in Italia, sono legati alla conoscenza del bop e poco di quanto è successo dopo. Conoscono i Weather Report, ma non bene Zawinul, che ne è stata la vera anima. Ma questo succede spesso. Ho suonato a lungo con Ivano Fossati, con il quale sono legato da sincera amicizia. Un giorno di tanti anni fa, Fabrizio De Andrè telefonò a Ivano per dirgli: «Ivano, presto accendi la Tv. Ci sono due matti che suonano e uno di questi suona per terra!». Ivano, prontamente, gli disse: «Fabrizio, uno è Joe Zawinul e l’altro è Trilok Gurtu!».

 Mother, invece, a chi è dedicato?
E’ dedicato a mia madre. Grazie a lei ho imparato tantissimo, nella vita. Le sono molto grato perché è stata anche il mio maestro spirituale.

Possiamo dire che la tua via musicale è la fusion?
Non penso sia fusion, non so cosa sia. E’ il mio stile, è il frutto delle mie esperienze di vita e musicali. C’è l’Africa, c’è il jazz, c’è il mio ritmo; così come anche l’armonia europea. Se sei chiama fusion, d’accordo: allora la mia musica è fusion. Voglio sviluppare questo suono, perché ci credo molto. Non mi interessa se a qualcuno non piace la mia musica, va bene: ci sta. Anzi, è meglio non piacere a tutti.

Alcuni, invece, la rubricano nel grande calderone musicale della world musica. Sei d’accordo?
Penso che la divisione in generi musicali sia stata inventata dalle case discografiche per vendere dischi. In particolare, la world music è servita per un periodo; periodo che ora è terminato. E’ come il vino, dove per farti capire ciò che devi gustare ci sono un sacco di sommelier a dirti cosa stai bevendo, così anche nella musica: ci deve essere sempre qualcuno che ti dice, ti spiega cosa stai ascoltando.

E’ stato complicato adattare la musica del tuo large ensemble con la Filarmonica?
Assolutamente no. Mi piace moltissimo l’orchestra e anche i compositori di musica classica. Penso che queste composizioni suonino in modo moderno, così da poter piacere anche ai più giovani. E l’arrangiamento orchestrale è snello, limpido. Di certo non ho composto così come fanno i musicisti classici, ma con tutt’altro spirito. Poi, anche l’orchestra è formata da giovani talenti. Spesso la gente si aspetta da me che suoni musica indiana. E’ un po’ un cliché, come dire: in India si mangia piccante; un musicista indiana suona i raga.

Certo, visto il gran numero di musicisti, non sarà semplice portare in tour questo disco. Hai già una soluzione alternativa?
Sicuramente non porterò l’orchestra, ma ci sono molte orchestre, in Italia in particolare, che potrebbero supportarmi. Molte volte mi chiamano per esibirmi da solo, senza alcun gruppo o supporto.

Hai collaborato con tantissimi musicisti, così anche con il dj Robert Miles, prematuramente scomparso. E’ stato più complicato per te affiancare un dj rispetto ai musicisti?
Avevo già incontrato l’utilizzo dell’elettronica: con Bill Laswell, ancor prima con Don Cherry negli anni Ottanta, con l’utilizzo di loop. E mi piacque molto, così quando Robert me lo chiese fui subito d’accordo. Lui era un grande curatore dell’elettronica, veramente fantastico. Ne ho fatto tesoro della sua collaborazione e dell’utilizzo dell’elettronico.

Qualche tempo fa, ho avuto l’opportunità di intervistare John McLaughlin con il quale hai collaborato a lungo. Forse la tua collaborazione più longeva. Cosa vi lega così tanto? E’ per via della passione di McLaughlin per la filosofia indiana?
John è un grande musicista! L’ho conosciuto non per un apparentamento filosofico, ma in un periodo in cui John voleva cambiare qualcosa nella sua musica. E, ovviamente, per me è stato un piacere essere al suo fianco. Tutto ciò accadeva prima della nascita della Mahavishnu Orchestra. Eravamo in trio con Kai Eckhardt al basso.

A proposito di collaborazioni longeve, c’è anche quella con Jan Garbarek.
Esatto, fa coppia con quella con John McLaughlin. Ci troviamo a meraviglia, è un grande compositore e ha un suono unico. Ha un’apertura mentale molto significativa ed è una bellissima persona.

Hai anche collaborato con diversi musicisti italiani, come Pino Daniele, Ivano Fossati, Marina Rei, Gianna Nannini. Qual è il tuo rapporto con l’Italia?
Anche con Adriano Celentano, tra gli altri. In Italia mi sento nelle stesse condizioni di affetto, di calore umano che trovo in India. Mi sento amato e sento le persone molto vicino, mi sento sempre felice. Mi piace il cibo, ovviamente: dal Piemonte alla Sicilia! Quando mi reco in Piemonte, nelle Langhe, per esempio, mi piace parlare con i contadini per sapere della vendemmia, dei prodotti agricoli. Non incontro musicisti, ma contadini. Pino Daniele è Napoli, un grande che se ne è andato troppo presto.

Trilok Gurtu

Spesso hai suonato stando sulle ginocchia e non seduto. Perché questa scelta?
E’ finito tutto: ora suono solo seduto.

Cosa è la musica per te?
Penso che la musica sia potenza, forza e viene da questa. Tu puoi fare qualsiasi cosa con la musica. La sua creazione è una grande cosa, come il cibo: non ne puoi fare a meno.

Per te è molto importante ascoltare l’altro.
Dico sempre ai miei amici che è importante sapersi ascoltare. Perché senza ascolto non potrai mai essere un buon musicista.

Oggi si parla, ma non si ascolta…
Non si ha la pazienza di ascoltare l’altro, così anche non si ascolta la musica.

Hai mai suonato musica classica?
Un sacco, in India. Ma anche in Europa ho fatto altre esperienze legate alla musica classica, che mi piace moltissimo.

Ora dove vivi?
Nel nord della Germania.

In molti paesi, compreso gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, c’è chi sostiene le tesi del razzismo e, quindi, dell’estrema destra. Cosa ne pensi al riguardo?
Penso che la migliore terapia per tutti sia la musica. Dovrebbero imparare a suonare uno strumento. La gente è profondamente infelice e la musica potrebbe aiutarla. La gente non sa cosa sia la religione e chi sia Dio. Poi, ci sono una serie di fake news che alimentano l’odio razziale; l’odio in generale. In Francia, nel Nord Italia, in Germania. Ma so bene che non tutte le persone la pensano così, anzi sono convinto che anche quelle persone che si ritengono razziste non sono convinte di ciò che dicono. I musicisti non pensano in termini razzistici. Quando ci si incontra si parla della bellezza della musica.

Quali sono i tuoi programmi futuri?
Innanzitutto promuovere «God is a Drummer» e sono già fissate alcune date, così come lo sono anche quelle del trio con Paolo Fresu e Omar Sosa. Poi, ci sarà qualcosa anche con Jan Garbarek.
Alceste Ayroldi
Foto di Boris Breuer