Susanna Stivali «Vai!»

Dopo otto anni, la cantante torna con un nuovo lavoro discografico, e nel frattempo è stata chiamata a presiedere il MIDJ

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Ciao Susanna, iniziamo subito dal tuo ultimo lavoro discografico «Vai!». Non posso esimermi dal chiederti il motivo di un titolo così esplicito, ma anche variamente interpretabile.
Innanzitutto «vai» è una parola che ha lo stesso significato in italiano e portoghese e, trattandosi di un lavoro di incontro tra jazz, musica brasiliana, quindi lingua italiana e portoghese brasiliano, mi piaceva l’idea che nel titolo ci fosse qualcosa che legasse questi mondi. Inoltre «vai!» è un’interiezione che sembra un po’ un invito al movimento, alla curiosità e all’entusiasmo di andare a scoprire qualcosa di nuovo, cosi come succede in un viaggio o in un incontro musicale.

Mi sembra che il tuo precedente album risalga al 2017. In un’epoca in cui i musicisti sfornano almeno un disco all’anno, tu ne hai impiegati otto. Cosa è successo in questo periodo di tempo?
In generale, cerco di assecondare i miei tempi interni negli aspetti creativi e compositivi, ma la ragione fondamentale è che entrambi i miei ultimi progetti discografici: «Caro Chico», il mio omaggio a Chico Buarque de Hollanda (uscito per la Biscoito Fino, in cui c’è anche la sua partecipazione) e «Going for the Unknown», un lavoro sulla musica di Wayne Shorter, hanno avuto una vita lunga e ricca dal punto di vista dei live. Ho suonato e viaggiato molto, anche fuori dall’Italia con entrambi i progetti, soprattutto con «Caro Chico». Per me è stato importante far respirare, nel corso del tempo, la musica registrata in studio, portandola il più possibile sul palco. Inoltre, in questi anni ho incominciato nuove collaborazioni che si stanno definendo come nuovi progetti e ho ricominciato a scrivere musica originale.

Come è nata la tua collaborazione con il Trio Corrente, che è al tuo fianco in questo disco?
Grazie alla mia assidua frequentazione con il Brasile, in questi anni ho avuto l’occasione di conoscere e apprezzare il Trio Corrente, vincitore di un Grammy Award e, senza ombra di dubbio, tra i migliori nel mondo del jazz samba, nonché ognuno nelle rispettive collaborazioni: per esempio Fabio Torres e Paulo Paulelli per il loro lavoro al fianco di Rosa Passos. Quando ho avuto l’occasione di poter avere al mio fianco il batterista del trio Edu Ribeiro per alcuni live in Brasile, ho avuto modo di conoscere anche Fabio e Paulo ed è nata una bella amicizia; successivamente ci siamo incontrati in Italia, prima presso il conservatorio di Frosinone – dove insegno – e dal vivo grazie a una produzione dell’Ancona Jazz Festival con un large ensemble diretto e arrangiato da Massimo Morganti. Dopo quell’esperienza, e dopo diversi concerti insieme, abbiamo deciso di registrare «Vai!», che è stato pubblicato sempre dalla prestigiosa etichetta brasiliana Biscoito Fino. Finalmente lo scorso giugno «Vai!» è stato presentato in diverse tappe in un tour in Brasile e stiamo lavorando per portarlo in Italia il prossimo anno. 

Susanna Stivali «Vai!»

Parlo alle rose, Solo melodia, C’è più samba sono la versione italiana di As rosas não falam, Cançao só, Tem mais samba, i cui testi sono stati tradotti in italiano. Fatta eccezione per il lavoro di Bruno Lauzi con C’è più samba, la traduzione è fedele, oppure hai dovuto adattare la metrica italiana a quelle che sono le sonorità del brano?
Per l’appunto, C’è più samba è la versione in italiano del brano di Chico Buarque Tem mais samba, scritta da Bruno Lauzi che, come altri autori italiani negli anni Settanta – uno fra tutti Sergio Bardotti – si è cimentato nello scrivere versioni italiane di brani di autori come Chico, proprio dopo il periodo durante il quale il compositore brasiliano visse a Roma. Invece, per quanto riguarda la mia versione di As rosas nao falam, una meravigliosa composizione del grande Cartola, qui Parlo alle rose, il testo in italiano è venuto di getto, come se fosse già pronto. Sono riuscita a mantenere una traduzione quasi letterale in alcuni passaggi e, in altri, a trovare parole e metrica che sposassero il messaggio del testo. Cançaò Só è una splendida composizione, testo e musica, di Fabio Torres, il pianista del Trio Corrente. Ho voluto che ognuno dei componenti del trio partecipasse al disco con una propria composizione e Cançaò Só è una di queste. È un brano intimista con una struttura particolare, sia musicalmente che per il testo, che è in parte onirico e in parte descrittivo: ho dovuto fare un lavoro complesso e stimolante per rendere questa peculiarità anche in italiano

Invece, la tua Decostruzione cosa racconta?
Decostruzione è stata scritta pensando allo stile del samba cançâo e a un certo tipo di scrittura ispirata ad autori brasiliani come Cartola o Pixinguinha. Uno stile in cui c’è una ricerca e intensità melodica incredibile, con una certa influenza del bolero latino-americano. Mi piaceva l’idea di scrivere un brano con queste caratteristiche, ma utilizzando la lingua italiana. Il testo è in tema, con questo sapore nostalgico e racconta l’esigenza di decostruirsi dopo una storia d’amore finita.

Poi, troviamo Due e D’incanto.
Due, insieme a Chiama la poesia (composto da Edu Riberio con un mio testo) e Solo melodia (musica e testo scritto da Fabio Torres, con la mia versione in italiano), fa parte dei brani su cui abbiamo lavorato insieme. L’idea di fondo di «Vai!» è proprio quella di trovare un linguaggio comune con i musicisti, partendo dal bagaglio personale e dalle composizioni di ognuno di noi, lavorando insieme sugli arrangiamenti scritti da me, usando soprattutto la lingua italiana. Ho chiesto a ognuno di loro di proporre un brano. Nello specifico il testo di Due, un bellissimo baião, il cui titolo nella versione originale è appunto Baião doce, ha avuto una genesi molto bella. Paulo Paulelli, contrabbassista e autore del brano, lo ha scritto per sua moglie, per raccontare il loro legame; ho voluto coinvolgerlo nella scrittura del testo da un punto di vista emotivo e così è nato un testo condiviso attraverso incontri sulla piattaforma Zoom in cui ci raccontavamo le nostre esperienze. È stato molto interessante, perché lavorare tra due lingue nella trasposizione poetica ha reso il lavoro molto intenso e, al contempo, mi ha permesso di capire meglio come scrivere in italiano su di una metrica tipicamente brasiliana come il baião. D’incanto è un brano scritto da me con l’apporto, per la parte testuale, di una mia amica, la cantante Angelica Ponti. Si tratta di un brano che ho scritto diversi anni fa e che ho avuto l’onore di registrare con Fred Hersch nel mio disco «Piani DiVersi». In quel caso la versione era una ballad sospesa, mentre con il Trio Corrente assume la forma di una bossa nova.

Quale messaggio vuoi dare con questo disco?
Credo che sia un disco pieno di gioia. Il messaggio che mi piacerebbe far arrivare, che è quello che mi ha spinto a iniziare a fare musica ancora oggi, è di essere sempre aperti e curiosi rispetto alle altre culture musicali e non solo; cercare il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort e rischiare. Non fermarsi alle etichette stilistiche e commerciali, che a volte nella musica sono limitanti. 

Oggi, soprattutto in Italia, la musica brasiliana è inflazionata ed è vista come una sorte di «scacciapensieri». Interpretazione profondamente sbagliata, ovviamente. Qual è l’interpretazione che tu dai alla musica popolare brasiliana?
Sono una musicista di jazz e una compositrice cui è capitato di innamorarsi anche della musica brasiliana. Ci tengo a partire da questo presupposto perché ho un gran rispetto per l’infinita ricchezza, tradizione, storia, peso culturale che troviamo in questo mondo musicale.  Il mio sguardo è quello di chi si avvicina non per emulare qualcun altro, ma di chi, con amore e rispetto, cerca di assimilare e comprendere un linguaggio tanto ricco, magari rimaneggiarlo utilizzando la propria esperienza e il proprio punto di vista. Sarebbe complesso descrivere in poche righe la densità e le tante sfaccettature dei diversi stili che formano la musica brasiliana, ma in generale la ricchezza armonica, i tanti aspetti ritmici, la scrittura poetica, il suono della lingua, il legame incredibile con la tradizione, il peso nell’identità culturale che ha tutta la musica brasiliana, sono tutti aspetti che mi appassionano molto e meritano ascolto e studio.  

Quale posto occupa la tradizione jazzistica nella tua scala dei valori musicali?
La tradizione jazzistica è stata, e lo è tuttora, fondamentale nella mia crescita musicale. E’ l’inizio a cui torno per codificare, capire, ritrovarmi e trovare sempre nuovi spunti; è un linguaggio che ho sentito appartenermi da subito e che non smette mai di insegnarmi qualcosa.

Quali sono i tuoi riferimenti artistici?
Molti, e nel tempo sono cambiati aggiungendosene sempre di nuovi; comunque, non sono esclusivamente legati alla musica. Amo molto dare alla mia creatività nutrimento e riferimenti che vengano anche da altre forme di arte. Sono appassionata di architettura, trovo che lo studio di questa possa essere molto stimolante all’interno di un discorso di struttura compositiva o improvvisativa. Per esempio, mi piace molto il lavoro realizzato dall’architetta Zaha Hadid. Adoro leggere poesie e ascoltare la sonorità delle parole: le immagini e l’aspetto metrico mi stimolano molto nella scrittura, mi vengono in mente Alda Merini o Pedro Salinas. Le prime passioni musicali sono state per la musica afroamericana, l’R&B, il soul, il gospel, Aretha Franklin, Stevie Wonder e, dopo aver scoperto il jazz, i miei riferimenti più forti sono state sicuramente le grandi voci come Ella Fitzgerald, ma soprattutto Carmen McRae e Betty Carter; Bobby McFerrin per ragioni più legate all’improvvisazione vocale. Da ultimo, trovo molto interessante il lavoro che sta facendo Cecile Mc Lorin Salvant. Ascolto moltissimo alcuni pianisti come Bill Evans (soprattutto il trio del Village Vanguard), Keith Jarrett, Brad Mehldau, Sullivan Fortner. Non può mancare colui che considero il maestro dei maestri, Wayne Shorter con la sua visione della musica, sempre in avanti.

Nell’ambito della musica classica apprezzo molto Martha Argerich e ascolto anche cantanti di musica barocca come Cecilia Bartoli. Manco a dirlo, adoro i compositori brasiliani come Chico Buarque, Milton Nascimento, Egberto Gismonti e le cantanti Rosa Passos e Monica Salmaso. Non mi faccio mancare anche ascolti che sembrerebbero lontani dal jazz, come la rapper Doechii.

Come è iniziato il tuo viaggio nel mondo della musica?
Ho iniziato a cantare sin da piccola grazie a un maestro delle scuole elementari che amava molto la musica. Dopo è arrivato il pianoforte, un regalo inaspettato di mio nonno, che era un artista ed è stato il mio primo amato strumento (tutt’ora lo è), che ho studiato per anni. Il canto era già lì, poi è arrivato il jazz che per me ha rappresentato una vera e propria «chiamata». Lo stesso nonno che mi aveva regalato il pianoforte mi portò, di nascosto dai miei, a fare la mia prima lezione di canto jazz in uno storico locale di Roma, il Mississippi Jazz Club; ricordo benissimo che ascoltai per la prima volta Air Mail Special cantato da Ella Fitzgerald: avrei dovuto imparare quel brano a memoria in pochi giorni! e da lì, dopo un tale battesimo, non sono tornata più indietro. Certo, poi ho intrapreso lo studio della voce anche attraverso l’approfondimento del canto lirico e di altri stili, ma il focus è sempre rimasto il jazz e in generale l’improvvisazione, che è quell’aspetto di libertà creativa che continua ad attrarmi nel mio viaggio musicale. Dopodiché, ho avuto l’occasione di vincere una borsa di studio per Berklee e, tornata da Boston, ho registrato il mio primo disco. E non mi sono più fermata!

Susanna, sei stata eletta presidente del MIDJ – Associazione italiana musicisti di jazz. Immagino che tale compito sia oneroso. Quali sono i tuoi obiettivi come leader di questo sodalizio?
È sicuramente un compito oneroso, ma al tempo stesso davvero stimolante. Sono da sempre una persona che crede nell’associazionismo e sono profondamente convinta che associarsi, nel significato etimologico della parola, oggigiorno sia fondamentale per il nostro lavoro. Un’associazione fatta da musicisti per i musicisti, fatta di persone che lavorano sul sostegno e la crescita reciproca. Quest’anno abbiamo superato il record di associati, siamo più di novecento, e sento una grande responsabilità. 

A questo proposito, l’attività che stiamo svolgendo è quella di sostenere al meglio il nostro lavoro su vari fronti, cercando di essere un interlocutore forte verso le istituzioni su temi fondamentali come: promozione del jazz italiano e dei musicisti in Italia e all’estero (progetto export Oltreconfine, progetto di residenze artistiche AIR), individuazione di esigenze e proposte verso organi preposti, di riassetto del settore  previdenziale; realizzazione di percorsi didattici e pratiche creative legate al jazz nelle scuole di ogni ordine e grado; creazione di reti di collaborazione con gli altri protagonisti del mondo del jazz italiano ed europeo; attività di sostegno su temi di valore sociale e solidale; attività e iniziative legate al tema dell’equità di genere.

Il problema maggiore ritengo sia quello di rendere il musicista un professionista, visto che in Italia, secondo la vigente normativa, non è paragonabile a una professione intellettuale.
Oggettivamente questo aspetto, rispetto alla situazione di altri Paesi europei, in Italia rappresenta un problema ed è anche un dibattito aperto all’interno della Federazione italiana del jazz di cui Midj fa parte. Il gap fondamentale è che non può esistere un albo vero e proprio, nella formula simile ad esempio a quella esistente in Francia. Grazie alla nostra presenza ai tavoli di UNISCA (organismo di coordinamento della filiera del settore creativo, delle arti e delle spettacolo), stiamo monitorando delle proposte finalizzate alla creazione di una sorta di inquadramento che possa avere la stessa funzione di un albo, ma la strada è ancora lunga e complessa.

Questo impegno, quanto confligge con la tua attività artistica?
Sicuramente sto dedicando molte energie all’associazione, ma cerco di non dimenticare che, innanzitutto, sono una musicista e faccio di tutto per non dissociare questa pratica da quella di presidente. 

Quali sono i tuoi obiettivi come artista e quali sono i tuoi progetti futuri?
Il mio obiettivo in questo momento è quello di continuare a crescere come musicista e come persona, continuare ad essere curiosa nella musica e nella vita, citando Wayne Shorter: «going for the unknown». Ho delle collaborazioni che si sono aperte in Brasile con diversi compositori e dovrei tornarci a breve. Sto scrivendo molto e ho alcuni di progetti in essere: il primo è quello di registrare con dei giovani musicisti con cui sto collaborando da qualche tempo; poi realizzare un disco del mio progetto Golsoniana, un omaggio a Benny Golson e, in ultimo, dedicarmi al quartetto vocale di cui faccio parte: V.O.P.P. Vocal Open Portal Project, con cui lavoriamo esclusivamente su libera improvvisazione e improvvisazione condivisa. 

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