È andata proprio così. Con Steve Tibbetts parliamo pochissimo del suo nuovo album per ECM, «Close». Finiamo, invece, per parlare di Calvino, Joyce, Rothko. Parliamo anche di musica, di morte, di speranza. L’esprimibile e l’espresso, in una conversazione in cui si azzerano i ruoli. È un bene, forse, perché, se si traducesse il colloquio secondo regole, lisciando il pelo nel verso, poco o nulla si capirebbe della verticalità emotiva dell’artista del Wisconsin adottato in Minnesota. La grammatica emotiva di Tibbetts, come la sua musica, nasce da un’umanità curiosa e generosa, di cui volentieri fa dono a Musica Jazz.
Buongiorno Steve, credo di essere un po’ in ritardo, scusami.
Figurati, buongiorno! Che chitarre hai alle spalle?
Una Godin 5th Avenue e questa Steinberger blu, che sto suonando di più in questo periodo…
È molto che non ne vedevo una, credo che la prima volta l’abbia sentita suonare da David Torn; è strana, senza paletta d’accordatura, come ti ci trovi?
Mi piace l’attacco e che mantenga un’accordatura perfetta.
Anche con il ponte mobile e la whammy bar? [la leva del tremolo, NdA]
Assolutamente sì…
Aspetta, dammi un minuto, che riorganizzo le connessioni audio e poso la chitarra; allora sei uno scrittore, posso chiederti cosa ti piace leggere?
Scrittore mi sembra troppo. Da ragazzo ero appassionato dei grandi romanzieri russi, Tolstoj su tutti, poi mi sono innamorato della letteratura americana del Novecento, ti direi Foster Wallace, Bellow e Steinbeck su tutti, poi Carver…
Accidenti, mio padre era un grande fan di Raymond Carver. E gli italiani? Conosci Calvino?
Ovviamente sì, lo amo molto… Palomar su tutti, direi.
Il suo primo libro che ho letto è stato Le città invisibili, un grande scrittore.
Cosa ti è piaciuto?
Vediamo… I capitoli sono brevi e hanno dei nomi evocativi. Ho intitolato un mio brano Cities basandomi sul titolo di Calvino. Mi sono piaciute molto anche le Lezioni americane e il Visconte dimezzato, ne ho un’edizione che adoro con la copertina nera e con un taglio in testa che richiama il titolo, non ho potuto fare a meno di comprarlo e leggerlo.
La letteratura, la musica sono linguaggi che cercano la bellezza in una forma. Allora, conoscendo un po’ la tua sensibilità, ti chiedo che senso abbia trovarci qui, ora, mentre fuori il mondo va in fiamme e con una violenza spaventosa?
Il dubbio che poni è chiarissimo. Chi ha scritto che dopo l’Olocausto l’arte non aveva più senso? Primo Levi, sbaglio?
Ci sono molti punti in Se questo è un uomo in cui si fa riferimento all’insufficienza del linguaggio per descrivere l’orrore, o all’arte umana calpestata nel contesto del lager (anche se il libro si apre con una poesia).
Sai, ho incontrato recentemente un mio caro amico e mio insegnante di chitarra, Tim Sparks; mi ha insegnato a suonare senza plettro, credo fosse il 1977 ed ero alla ricerca di qualcosa di nuovo sul mio strumento e così ho fatto il grande passo di chiedergli alcune lezioni (non è mica semplice quando tu sei già un chitarrista). A novembre scorso la moglie di Tim è morta ed è rimasto paralizzato dal dolore. Nonostante tutto, ha creato quella che io considero la canzone più bella in assoluto su ciò che sta accadendo in Minnesota. È arrivato qui con un gruppo di gospel, i Sanctuary Singers, e ha scritto un brano che mi ha fatto piangere, Proud to Live Free in Minnesota, su Renee Good, Alex Pretti e su quello che sta avvenendo. Come sai, io sono nato nel Wisconsin, ma questo è il mio Stato adottivo… Ecco, credo che Tim abbia sentito la necessità, l’urgenza di farlo. Vedi come l’arte può diventare grande in alcune occasioni della storia; spero possiate conoscerlo anche in Italia, è una canzone breve, ma è meravigliosa. Credo l’abbia scritta per le tante, tante persone che sono volute scendere a marciare in strada; c’è stata una risposta veloce della società nel vigilare l’operato dell’Ice.

Spesso leggendo le notizie sui giornali passa la fiducia circa la capacità trasformativa dell’arte, non credi?
È possibile. Ma dimmi: ti sei mai chiesto se la musica abbia mai cambiato qualcosa nella storia? L’arte ha mai cambiato la realtà?
Non ne sono convinto.
E io non sono convinto della tua mancata convinzione. Che mi dici della letteratura? Aspetta, ho un esempio, prendi il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, non credi che abbia avuto la forza di mettere il mondo sottosopra?
Certamente.
Benissimo: quella è anche un’opera d’arte. Possono accadere cose diverse. Prendi Crosby, Stills, Nash & Young che hanno pubblicato Ohio solo dopo tre settimane il Massacro del Kent State il 4 maggio 1970 [la Guardia Nazionale uccise quattro giovani universitari e ne ferì nove, nel corso di una protesta per la dichiarazione di Nixon di aprire il fronte Cambogia durante la Guerra del Vietnam, NdA]. Quella era una gran buona canzone ed è stato bellissimo poterla ascoltare ovunque. Ha cambiato qualcosa? Ha fatto in modo che Nixon venisse cacciato dalla Presidenza? No.
Andiamo alla fonte: quando tu scrivi o suoni, il motore principale delle tue azioni è il narcisismo, qualcosa che ti fa sentire importante, o un qualche tipo di altruismo?
Credo che sia un po’ la stessa cosa che capita a te quando scrivi. Magari parti da una posizione e finisci in tutt’altra. E per me è cominciata, certamente, con la volontà di essere «la voce più rumorosa nella stanza». E come potevo fare? Ho preso tutti gli amplificatori più potenti… [mostra una parete del suo studio con testate e casse Marshall dimensione stadio, NdA]. In ciò rivedo lo Steve di quattordici anni, che era diventato «la voce più rumorosa della scuola», poi con il tempo si cambia, si prende una via diversa, forse puoi aiutarmi, spiegandomi com’è la tua esperienza di scrittura…
Si inizia sempre per una forma di narcisismo, parlo per me. Certo, la maggiore soddisfazione è quando, inaspettatamente, capita che qualcuno apprezzi un passaggio o una frase, quella è un’emozione forte.
Esatto, e credo che non vada mai via completamente. Ho fatto caso che quando qualcuno scrive la recensione di una mia registrazione, di un disco o di una raccolta, alle volte sembra capire la musica in un modo in cui neanche io la capisco. In almeno un paio d’occasioni ho trovato descritte esattamente le emozioni che volevo trasmettere. È un livello di comunicazione, di percezione molto alto quello di cui ti sto parlando, il trovarsi raccontati meglio di come sapresti fare tu. D’altro canto, ho ricevuto anche brutte recensioni; non mi capita da un po’ a dire il vero, forse per una questione d’età. Ormai, mi sembra, non si scrive più male di qualcosa, al limite non se ne parla…
È abbastanza vero. Nel tuo sito c’è una curiosa sezione con le «cattive recensioni», non è proprio comune.
Ah, certo! Alcune sono davvero terribili… A te è mai capitato?
Sono stato stroncato più di una volta, non è un piacere, ma spesso scrivono cose vere su cui riflettere, per quanto pungenti.
Hai ragione, alcune volte hanno ragione. Mi ricordo di una volta che lavoravo alla Minnesota Public Radio; ero in pausa pranzo e sono andato in una libreria, Shinders, in centro a Saint Paul, ho preso una copia di una rivista musicale [Musician, luglio 1982, NdA], ero curioso di sapere se avessero recensito «Northern Song» (ECM, 1982). L’autore si chiamava J. D. Considine, diceva che il nuovo album di Steve Tibbetts, con la complicità di Manfred Eicher, gracchiava come il nuovo modello di freezer Amana e che se gli avessi mostrato dove comprarlo, avrebbe permutato volentieri il suo vecchio. Qualcosa del genere. Erano poche righe intelligenti, divertenti e pungenti. Però sono diventato paonazzo, sono rimasto impalato col giornale in mano e ho iniziato a sudare. A casa ho pensato che avrei dovuto farne qualcosa. Ho iniziato a mandare a J.D. Considine personalmente i miei dischi e allora è arrivata qualche parola positiva. La sua più atroce stroncatura fu per il gruppone dei GTR, Steve Hackett e Steve Howe, l’acronimo sta per «guitar». Recensione? «SHT» [shit, NdA]. Credo abbia il record della più breve di tutti i tempi. Però su una cosa hai ragione, si può imparare da una brutta recensione come da un brutto concerto…
Cos’è per te un brutto concerto?
Una volta, qualcuno disse alla mia futura moglie che non avrei potuto suonare peggio. «Lo so», risposi. «Come lo sai?», mi fa. Semplice, ho detto «grazie, buonanotte!». Suonavo in una splendida sala concerti di Bari con un’acustica magnifica, che ho potuto apprezzare fino in fondo: l’applauso si è interrotto di botto, mentre ancora stavo camminando dal palco al camerino. Non è rimasto altro che l’eco dei miei passi: clip, clop, plum e risuonavano nel silenzio, magnificamente distinguibili.
E, di contro, temi il giudizio dei tuoi colleghi quando pubblichi un disco o suoni live?
Assolutamente sì, sempre! Magari mentre lavoro nel mio studio c’è qualcosa che mi sembra funzionare particolarmente bene e sono contento, ma immediatamente arriva il pensiero: «cosa penseranno quando lo ascolteranno?». Bisogna farci i conti… magari succede anche a te quando scrivi: pensi che qualcosa è proprio bello e poi ti viene la preoccupazione di chi leggerà,
Sempre sull’orlo di buttare tutto.
Appunto. Ora però pensa a qualcuno che, come te, avrebbe voluto gettare tutto alle fiamme e che addirittura aveva incaricato un amico di bruciare ogni scritto dopo la sua morte. Penso a Kafka…
Meno male che Max Brod non gli ha dato retta.
Appunto. Oppure pensa a tutte le Cantate di Bach che sono andate perdute, quelle che sono state utilizzate come carta per scrivere sul retro o buttate nel fuoco…
Riferimenti troppo alti e poi mi piace il suono della carta appallottolata. Anzi, a proposito di «rumori», ho letto una storiella buffa. Nel 1988 confidasti a tua sorella una certa paura di diventare padre; per tutta risposta lei ti mandò una cassetta con i pianti, le coliche, le urla di sua figlia e ci mise l’etichetta «birth control» … ti sei divertito al punto di farne un sample e comporci musica. È un esempio divertente di «musica concreta», la sperimenti ancora?
Ah, già, mia sorella Mary! Non più molto in verità. Una volta cercavo sempre di individuare le frequenze in ogni cosa. Registravo i rumori di strada durante i miei viaggi: l’ho fatto a Bangkok, a Borobudur a Java, in Indonesia e soprattutto in Nepal. Poi, una volta tornato, cercavo di trovare un ritmo adatto, uno spunto per creare un po’ di musica. Però devo anche dirti che con il tempo questa passione si è un po’ appannata.
Avevo letto che ti ci saresti dedicato all’Anderson Center in Minnesota grazie al McKnight Artist & Culture Bearer Fellowships, un premio per chi promuove la cultura e pratica uno stile di vita «curativo, benefico», condividendo pratiche artistiche a vantaggio delle generazioni.
Sarò lì due settimane a marzo. È concepito come un vero e proprio ritiro. In realtà, devo dire che non cambia molto rispetto a quello che faccio tutti giorni. Qui ho la mia tazza di caffè, la chitarra e sperimento, io lavoro così. Magari cerco un bel loop o una forma ritmica che mi piaccia; alle volte arriva e alle volte no. A te non capita lo stesso scrivendo? Hai una scrivania, il tuo pc o forse la penna, scrivi ancora a mano?
Spesso, è il modo che mi aiuta a pensare meglio.
Esatto, ci sono procedimenti che ognuno di noi individua che aiutano a sviluppare meglio il pensiero

Il mio è un modo un po’ solitario, tu in realtà sviluppi molta della tua creatività con Marc Anderson: è una specie di matrimonio, il vostro.
Marc è il fratello che non ho mai avuto. Credo che sia l’unico e il solo che conosce alla perfezione la mia mente musicale. Esiste una parte creativa del cervello, con i pensieri che vagano un po’ sotto la superficie; è ciò che ti fa suonare alle volte cose che all’apparenza non hanno alcun senso e che speri possano stare insieme. È qualcosa di sottile e impercettibile: Marc è la persona che conosce benissimo quella parte del mio cervello. Ascolta quello che sto facendo o su cui sto lavorando e mi dice se la direzione è giusta o va scartato qualcosa. Quarant’anni fa, credo, è stato lui a dirmi in modo diretto: «Steve, la tua musica funziona meglio con una chitarra acustica che con l’elettrica». Questo mi ha scioccato, è quello che dicevamo prima parlando delle cattive recensioni. Poi ci ho ragionato: era vero.
Posso immaginare.
Da ragazzino, il mio sogno era quello di qualunque altro chitarrista elettrico. Non solo Jimi Hendrix, John McLaughlin o John Lennon. Io sarei stato felice di essere nella band di chiunque, finché fossi stato in grado di suonare quegli oggetti sacri che sono le chitarre elettriche. Ma Marc aveva ragione. Dovevo trovare il modo in cui il suono e la musica non fossero necessariamente espressione di volumi alti. Però, pur avendo maturato un percorso diverso, è una parte di me che non si cancella mai del tutto, come quando sei abituato a fare una cosa da molto tempo, come guidare la macchina, non credi?
È così…
Ecco, c’è uno dei miei amplificatori che è stato aggiustato da poco da un tecnico bravissimo. Ancora non l’ho tirato fuori dalla scatola, ma, come i bambini, non vedo l’ora di attaccarlo e vedere che succede. Sai, anche in questo ultimo album, «Close», la mia idea era di fare un bel disco di chitarra elettrica, ma non funzionava sempre.
E sei tornato alla tua dodici corde, al suono acustico.
Pensa che avevo preparato tutta una serie di drum loops con l’idea di suonarci la chitarra elettrica, il set era pronto con i droni (una tecnica di modulazione del suono per prolungare il suono con un forte sustain, ndr). Niente da fare, il suono finale era forzato e falsato. Avevo tante idee: materiale sincero, musica che suonava in modo autentico, che sapeva davvero raccontare questa mia vecchia mente, la mente artistica, quella tranquilla. Forse è questo che tu definisci acustico. Per spiegarti meglio, voglio farti una domanda: c’è un po’ di letteratura che sai a memoria e passi che non puoi dimenticare di grandi scrittori? Hai mai letto, che so, Dubliners di Joyce?
Certamente, la pagina che chiude il racconto The Dead, con l’inizio della nevicata, è da brividi.
Esatto! «The snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead», probabilmente una delle più grandi pagine di letteratura mondiale… le parole scelte sono perfette. Volevo che «Close» fosse la stessa cosa per me e, nel cercare il risultato, ho avuto l’impressione che la chitarra elettrica non fosse la scelta migliore. Poi è arrivato Marc, ha ascoltato qualche pezzo con l’elettrica molto distorta, ha detto: «no, aspetta, questo funziona, va bene!»; mi ha fatto sedere con lui di fronte alle casse e ha detto che poteva sentire il respiro nel suono, mi ha proposto di lasciare le cose com’erano.
Pensando ai rapporti di lunga durata, Manfred Eicher mi ha spiegato quanto sia importante nel suo progetto editoriale costruire rapporti artistici di lunga durata, perché è l’unico modo per dare respiro allo sviluppo creativo. Arrivato al tuo undicesimo album in quarantadue anni con ECM, sei d’accordo con lui?
Non solo sono d’accordo con lui, ma mi spingo oltre. Il mio rapporto con Manfred è buono. È cambiato con gli anni allo stesso modo per cui tutti cambiamo come individui. È un legame forte che ho con tutta l’etichetta, con il catalogo e il suo staff. ECM tende a incuriosire musicisti che sono autenticamente creativi e alla ricerca della purezza artistica. Molti di loro non sopravvivono facilmente nell’ecosistema dell’etichetta. Non è che cambi molto il fatto di essere ben educati alle arti o essere talentuosi, ma capita di avere sentimenti contrastanti sulla musica e su come debba essere prodotta. «Mi stai dicendo dove posizionare il microfono? non ci sto» e se ne vanno.
Riesci a reggere alla pressione di registrare in due, massimo tre giorni?
Se hai gente brava intorno ci riesci e poi, visto il catalogo straordinario, se alla lunga ha funzionato, ha ragione Manfred. Se parliamo di chitarristi, io non sarò mai come Ralph Towner: non sono capace di entrare in una hall da concerto, piazzare tre microfoni e partorire un capolavoro in tre ore. No, dico, ma lo conosci il suo «Solo Concert» (ECM, 1980)? È stupefacente.
È vero. Tra l’altro, una grande perdita, ho avuto modo di conoscerlo e di apprezzarne le qualità umane.
Sono d’accordo. È stato un artista vero e un uomo gentile, di grande umanità.
Sul tema della morte: spesso resta come un convitato di pietra nelle conversazioni. Ascoltando «Close», ho avuto la percezione che si tratti di una grande opera sul dolore, sulla perdita e sulla morte.
La perdita e la morte… Possiamo concordare che nessuno vorrebbe averci a che fare, ma bisogna farci pace. È difficile, certo, e questo album è sicuramente centrato su queste tematiche. Credo sia addirittura ovvio già dalla copertina, prima ancora che dalla musica. Insieme alla malinconia, questi aspetti prima o poi busseranno alla tua porta: qui entra in campo la chitarra, attraverso la quale canalizzare tutto ciò. Qualche volta è duro chiamare per nome ciò che temiamo, allora ecco che la musica affonda nella mente degli ascoltatori aperti e trova il varco per esprimere oltre le parole. Sono cose che accadono a tutti; noi artisti dobbiamo in qualche modo darne conto alle case discografiche, specie se registri undici album in quarant’anni. È qualcosa che vogliono sapere, conoscere, capire che senso dai a questi temi. È diverso dal dire: il tale va nel suo studio, beve caffè, suona la chitarra, trova un loop, lavora un po’ e poi se ne torna a casa. Così è tutto noioso. Invece, vogliono sapere chi è morto, come stai, come la musica può attraversare il dolore.

Accade anche con la pittura, molto spesso.
È vero, qualcuno ha detto che «Close» è simile al rosso fuoco nelle opere di Rothko; l’ho trovata una bella descrizione. C’è una gran composizione di Morton Feldman che si chiama Rothko Chapel, la conosci?
Sinceramente no.
Allora prova a sentirla. Se ricordi la pittura di Rothko, quella musica ne è la perfetta descrizione. C’è una cappella aconfessionale a Houston con una mostra permanente di alcune opere di Rothko, da cui il titolo [l’opera, commissionata nel 1964 come spazio per la meditazione, non è stata ultimata per il suicidio dell’artista nel 1970, NdA].
Ho letto da qualche parte che hai definito la tua musica come postmoderna neo-primitivista. È uno scherzo?
Sì, ma non è stata una mia battuta. È di un mio amico, scomparso da poco, un gran musicista delle Twin Cities [l’area metropolitana di Saint-Paul in Minnesota dove Tibbetts vive, NdA]. Si chiamava Willie Murphy; siamo diventati ottimi amici col tempo, mi risolveva un mucchio di problemi coi software che entrambi usavamo per registrare. Trafficava e poi passavamo ore a parlare dei problemi dell’industria musicale e di come stesse andando tutto all’aria. Ha prodotto il primo album di Bonnie Raitt, è stato anche un arrangiatore di talento. Una volta scherzavamo sulle domande che mi vengono fatte e gli ho detto: «dimmi una cosa che non vorresti più sentire». Ci siamo messi a ridere e fa: «il tuo è jazz? Come descriveresti la tua musica?» E lui, col vocione baritonale da gran fumatore qual era, dice: «Che ne dici di postmoderna neo-primitivista»? Parliamo di una persona che vedeva e rivedeva i film di Tarkovskij e che leggeva spesso Wittgenstein… Alla fine mi è piaciuta come definizione. Certo, è uno scherzo, ma si avvicina alla verità.
Posso chiederti cos’è il tempo per te in musica? Ho ascoltato a fondo «Close» ed è sorprendente come da un beat tenuto in modo geometrico si espandano i suoni tra pause, riverberi e droni, fino quasi a nascondere il metronomo.
Allora, torniamo un attimo all’ultima pagina di Joyce che ci piace. Nessuno ne cambierebbe una virgola, giusto? Ugualmente, c’è un solo modo in cui una certa pausa funziona nel tempo. Quando c’è da decidere per quanto sostenere una nota, dopo tutti questi anni, la mia mente risponde in modo preciso: dura quanto serve. È qualcosa che viene dall’esperienza e dal suonare da tanti anni. Diciamo che è una buona collaborazione tra una vecchia mente, vecchie mani e una vecchia chitarra.
Cerchi ancora di raggiungere il grado evocativo di Sultan Khan, che per te è un grande maestro?
Non può esser raggiunto, sarebbe come voler scrivere come Joyce. La prendo alla lontana. Una delle cose che mi ha affascinato del disco di Ralph Towner di cui parlavamo era la foto del retrocopertina. Ha due dodici corde, una in una mano e una in un’altra. Lui è seduto e si vedono due microfoni a lato e uno di fronte (è il mixup predisposto da Manfred): hai presente quando un disco sai che ti piacerà già dalla foto?
Lo so bene, mi accadde guardando la copertina di «Bad News Is Coming» di Luther Allison.
Ma dai! È un grande, era di Milwaukee; da ragazzo l’ho visto tante volte dal vivo. Suonava spesso in un club che si chiamava Stoneheart, di solito in staffetta con Harvey Mandel. Ed era qui che volevo arrivare: Sultan Khan era esattamente come il retrocopertina di Ralph Towner, ma in questo caso era dal vivo di fronte a me. Il modo in cui suonava, utilizzava l’arco, si guardava intorno per avere il completo controllo di ogni singola frequenza e armonico ha lasciato a bocca aperta tutto l’auditorium. Ecco, è stato come guardare un’immagine, ma con un essere umano che respirava. Mi piacerebbe saperlo fare, ho pensato, se solo fosse possibile!
Steve, è stata una conversazione molto bella, umana. Un’ultima curiosità: sei un infermiere ausiliario e lavori da molto tempo in un ospedale di malati terminali. Esiste un vaso comunicante di umanità tra vita «reale» e vita «artistica»?
C’è stata per tanto tempo nella mia testa una vocetta che mi sussurrava: «tu non morirai, forse sarai l’unico a vivere per sempre». È scomparsa. Sono in contatto continuo con la morte. Come infermiere sto a mio agio con questo sentimento e con la tristezza e con lo stare vicino alle famiglie quando i loro amati muoiono. Sai, le persone muoiono, è normale. La vera difficoltà è lavorare bene con le famiglie, «esserci» con chi ha perso un padre, un marito o un figlio; questo richiede esperienza e spazio… Prima stavamo parlando di tempo e senso del tempo, giusto? Ecco, questo lavoro è un processo di pazienza e di cura. Ho imparato molto da questa attività. Ho visto, per esempio, come le persone lavorano. Io ho un orario part-time, ma i miei colleghi vivono giornate incredibilmente stressanti. Molti di loro vengono da paesi come la Somalia, il Kenya, il Congo, il Ghana. Arrivano in America e devono imparare la lingua, andare a scuola, prendere un diploma, superare un test, trovarsi un lavoro e farlo bene in un ambiente che non è il loro: tutto questo mi incanta e mi dà un senso. Mi vergogno a vedere come sono trattati in questi giorni in Minnesota e negli Stati Uniti, mi riempie di rabbia, mi fa venire voglia di piangere.

Da lontano, sembra che il Minnesota sia uno degli Stati più vigili e attivi nel contrastare le politiche presidenziali.
È così, amo il Minnesota perché stiamo combattendo davvero, ci sono persone perbene qui. La cosa che mi fa infuriare è che si parli solo di Minneapolis, che va bene per scrivere canzoni se ti chiami Bruce Springsteen. Ma a Saint Paul, dove abito, siamo molto attivi. C’è una zona che si chiama Frogtown, ci abitano Hmog, Cambogiani, Vietnamiti: l’Ice si sta comportando in modo molto duro con loro e quindi ho il mio cellulare e sono pronto a filmare; abbiamo una chat di comunità, facciamo i nostri turni di vigilanza. Sono orgoglioso del Minnesota. Sai come diceva P.T. Barnum, il fondatore del celebre circo? «Non si sbaglia mai a sottovalutare l’intelligenza del popolo americano», ha ragione. Noi siamo bravi a suonare il country, il jazz, il blues, il rock, tutto qua. Certo, in passato ci sono state grandi possibilità negli States, sta a noi trovare il modo di ricreare il futuro per i nostri figli.
Speriamo di vederci presto, Steve!
Speriamo, così suoniamo qualcosa insieme.
In un’altra vita, magari, però grazie…
