‘Round About Miles

13 giugno 2026. Chiostro di Santa Chiara. Mola Di Bari. Agimus Festival.

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Quella sera la figura di Miles Davis è tornata a vivere attraverso una voce narrante e una band che ascoltava e commentava, rilanciando sogni sottoforma di note. Una formula semplice, ma solo in apparenza. La voce era quella di Ugo Sbisà, giornalista e critico musicale, che con Miles Davis ebbe il privilegio di un rapporto diretto. Non il Miles monumentalizzato dalle biografie o imbalsamato dalle celebrazioni, ma l’uomo dietro il mito: quello ironico, sfuggente, spigoloso, a volte disarmante nella sua sincerità. Sbisà non ha letto una conferenza né impartito una lezione di storia del jazz.
Ha raccontato un amico difficile da definire, lasciando che fossero le parole dello stesso Davis, raccolte in occasione di quell’incontro, a guidare il pubblico dentro un universo fatto di intuizioni, silenzi, provocazioni. Attorno a lui una formazione di assoluto livello capace di evitare il rischio più grande di qualsiasi tributo a Miles: quello dell’imitazione.

Foto fornite dall’organizzazione dell’evento

Roberto Ottaviano al sassofono (tenore e soprano) ha confermato ancora una volta la sua capacità di abitare la tradizione senza mai diventarne prigioniero. Il suo fraseggio, ora lirico, ora abrasivo, ha attraversato la musica con la libertà di chi sa che il modo migliore per rendere omaggio a un maestro è continuare a cercare. Accanto a lui Flavio Boltro ha trovato una dimensione particolarmente intensa: il suo suono, limpido e autorevole, possiede quella rara qualità di evocare Miles senza inseguirne la voce. Nei momenti più raccolti emergeva il lirismo, mentre nelle aperture più energiche riaffiorava quella tensione moderna che da sempre caratterizza il suo linguaggio. Al pianoforte Eugenio Macchia ha svolto un lavoro prezioso di connessione, cucendo insieme gli interventi solistici con sensibilità e intelligenza. Nessuna esibizione muscolare da parte sua, solo una continua ricerca di equilibrio tra spazio, armonia e colore. La sezione ritmica formata da Giuseppe Bassi e Mimmo Campanale ha rappresentato il motore dell’intera serata. Il contrabbasso di Giuseppe, profondo e cantabile, ha fornito fondamenta solide senza mai irrigidire il flusso musicale. Mimmo Campanale, dal canto suo, ha dimostrato ancora una volta perché sia uno dei batteristi più importanti del panorama nazionale: dinamico, fantasioso, capace di suggerire direzioni senza mai imporle. Ma il vero protagonista della serata è stato forse il dialogo, quello tra parole e musica, e tra memoria e presente.

Foto fornite dall’organizzazione dell’evento

Tra quello che Miles Davis è stato e quello che continua a rappresentare. Perché Davis non è stato solo uno dei più grandi musicisti del Novecento, è stato un metodo di pensiero, un invito permanente a cambiare pelle, a non sedersi sugli allori, a non fermarsi mai. E così Four, So What, ‘Round Midnight, Tutu, Milestones – alcuni dei brani della bella scaletta scelta per l’occasione quella sera – hanno inanellato una catena di emozioni, le stesse che continuano a farci affermare che l’idioma afroamericano è ancora più che attraente e non solo per quelli delle vecchie generazioni.

Foto fornite dall’organizzazione dell’evento

Alla fine mentre le ultime note si dissolvevano nell’aria estiva di Mola, restava la sensazione di aver assistito non a una commemorazione, ma ad un incontro. Miles quella sera non era un santino da venerare, era una presenza inquieta, una domanda ancora aperta. Forse è proprio questo il destino dei grandi artisti: non lasciarci delle risposte, ma continuare a indicarci strade che non abbiamo ancora avuto il coraggio di percorrere. E mentre Ugo raccontava “Sai chi era John Coltrane vero? Era il più grande di tutti, solo faceva troppe note e io volevo suonare la mia musica… Devo ammettere che non è stato per niente facile sostituirlo. Poi ho incontrato Wayne… Sai di chi sto parlando vero?… E da allora la mia vita è cambiata” Miles era lì, da qualche parte, e, in qualche modo, sorrideva.
Nicola Gaeta

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