Firenze, PARC
18 ottobre
Il duo formato dal sassofonista Roberto Ottaviano e dal chitarrista inglese Rob Luft ha aperto la rassegna FLUX – Flussi di musica creativa, organizzata da Toscana Produzione Musica, che fino al 6 dicembre proporrà altri dieci concerti. Il titolo della rassegna si rivela quantomai azzeccato, in virtù di un’impostazione volta a documentare alcuni degli aspetti più stimolanti – e, appunto, creativi – del panorama jazzistico contemporaneo.
Nell’ambito di un’attività sviluppata con il consueto rigore su più fronti, nel duo con Luft Ottaviano ha individuato una dimensione più intimistica, nella quale il sassofonista barese intende esplorare la melodia perfino nei suoi risvolti più reconditi. A questo scopo, attinge a più fonti. Nelle sue composizioni originali si coglie infatti una notevole varietà di riferimenti. L’interesse per altre culture spazia da impianti ritmici e melodici di chiara estrazione caraibica a echi della musica corale sudafricana. Quest’ultimo aspetto è direttamente collegato al dichiarato amore di Ottaviano per il jazz inglese, alla cui crescita negli anni Settanta contribuirono alcuni valorosi espatriati sudafricani confluiti nella Brotherhood of Breath diretta dal pianista Chris McGregor.

L’inclinazione di Ottaviano per esplorare altri mondi si esprime, in modo del tutto inaspettato, in un duplice direzione. In primo luogo, in seno ad alcune sue composizioni emergono vocalizzi modulati con le tecniche del canto armonico (o difonico che dir si voglia) tipico di Tuva e della Mongolia, introdotto nell’improvvisazione da Sainkho Namtchylak. In secondo luogo, l’indagine si spinge in Brasile, con l’approfondita riflessione sulla bellissima melodia di O siléncio das estrelas di Fátima Guedes.
Sempre nell’ambito delle composizioni originali, non mancano poi temi e fraseggi geometrici – elaborati al sax soprano – che possono ricordare tanto l’approccio di Ornette Coleman, quanto la poetica di Steve Lacy. A questo proposito, vale la pena di sottolineare che, al di là della sua indubbia maestria al sax alto, Ottaviano è uno dei massimi specialisti di sax soprano in Europa (e non solo) per la lucidità del fraseggio, il controllo del suono e della forma. e la varietà delle dinamiche.

Sempre per sua ammissione, Ottaviano ama quella scena musicale inglese degli anni Settanta che, oltre al jazz, annoverava il progressive, il British Blues, il recupero e la riattualizzazione del folk, e cantautori del calibro di John Martyn e Nick Drake, con tutto il fecondo scambio di energie ed esperienze che ne derivò. In questo quadro si inserisce la sua scelta di interpretare By the River di Brian Eno, tratto da «Before and after Science» (1977), sorta di ballad lunare, con un nucleo melodico che si ripete ciclicamente secondo canoni affini a quelli del minimalismo, creando un tessuto ipnotico. Non meno originale, sul versante jazzistico, l’idea di rivisitare la melodia asciutta, straniante, e l’impianto armonico rarefatto di Svantetic, brano composto nel 1966 dal geniale e quasi dimenticato pianista polacco Krzysztof Komeda, tra gli innovatori del jazz europeo di quel periodo.
Già molto attivo in vari contesti a dispetto della giovane età (trentatré anni non ancora compiuti), Luft si rivela un interlocutore prezioso per interagire in una dimensione quasi cameristica, da lui sperimentata con la cantante albanese Elina Duni in due interessanti lavori per la ECM come «Lost Ships» e «A Time to Remember». Nella dialettica con Ottaviano Luft mette a disposizione un’ampia gamma di soluzioni: fini e delicate armonizzazioni; timbriche sfumate e rarefatte, generate attraverso la pedaliera; bordoni prodotti con l’ausilio del delay. Il tutto eseguito con grande gusto e pulizia, il che si riflette anche nelle porzioni di un’improvvisazione sempre controllata e concisa.

Un duo non ancora documentato su Cd, ma da seguire con grande attenzione.
Enzo Boddi
Foto di Giuseppe Flavio Pagano
