Ci sono artisti che inseguono l’attualità e altri che riescono a raccontarla senza mai nominarla. Anouar Brahem appartiene da sempre alla seconda categoria. Nel concerto del 2 luglio alla Casa del Jazz di Roma, inserito nel festival Summertime 2026, il maestro tunisino non ha parlato di guerra, di esilio o di confini; ha lasciato che fosse la musica a evocare tutto questo. Ed è probabilmente proprio qui che risiede la forza del suo nuovo progetto, After the Last Sky: nella capacità di trasformare la cronaca in meditazione, la sofferenza in forma, il dolore collettivo in una bellezza che non consola, ma illumina.

Foto di Paolo Soriani
Otto anni separano questo lavoro da Blue Maqams, disco che aveva segnato uno dei vertici della maturità artistica di Brahem. Se allora il dialogo con Dave Holland e Jack DeJohnette si muoveva ancora lungo un asse fortemente jazzistico, oggi il baricentro si è spostato altrove. After the Last Sky è probabilmente il lavoro più cameristico della sua produzione recente: non tanto un album di jazz, quanto una partitura contemporanea nella quale l’improvvisazione è ormai completamente assorbita dentro una scrittura di straordinaria precisione.
Il titolo, tratto da un celebre verso di Mahmoud Darwish — “Dove dovrebbero volare gli uccelli, dopo l’ultimo cielo?” — non rappresenta semplicemente un omaggio al poeta palestinese, ma la chiave interpretativa dell’intero progetto. Darwish non viene illustrato musicalmente; viene interiorizzato. La domanda sospesa del poeta diventa il principio costruttivo dell’intera architettura sonora. Ogni frase sembra nascere da un’incertezza, ogni pausa apre uno spazio di riflessione, ogni melodia evita accuratamente qualsiasi enfasi narrativa.
È qui che emerge uno degli aspetti più sorprendenti del concerto romano: Brahem continua a sottrarre invece che aggiungere. In un’epoca musicale dominata dalla densità sonora, dall’accumulo e dalla spettacolarizzazione della tecnica, il suo linguaggio procede nella direzione opposta. Riduce il materiale tematico all’essenziale, elimina ogni ridondanza e costruisce una tensione emotiva attraverso il controllo assoluto del tempo e del respiro musicale.

Foto di Paolo Soriani
Anche la scelta dell’organico appare rivelatrice. Attorno al suo oud, Brahem riunisce tre musicisti provenienti da tradizioni differenti: Django Bates al pianoforte, Anja Lechner al violoncello e Mats Eilertsen al contrabbasso, quest’ultimo subentrato in questo tour con una naturalezza impressionante. Non si tratta di una semplice collaborazione internazionale, ma di una vera sintesi culturale nella quale nessuno rinuncia alla propria identità e nessuno prevale sugli altri.

Foto di Paolo Soriani
Django Bates rappresenta forse l’elemento più sorprendente del quartetto. Chi conosce la sua carriera, segnata da un gusto per la complessità ritmica e per l’ironia compositiva, potrebbe aspettarsi una presenza più invasiva. Accade invece l’opposto. Bates mette il proprio straordinario bagaglio tecnico completamente al servizio della musica di Brahem, lavorando sulle armonie con un’impressionante economia di mezzi. I suoi interventi sembrano aprire prospettive armoniche più che cercare protagonismo e che mettono in chiaro quanto il sessantacinquenne pianista inglese abbia a cuore la tradizione europea, con il suo linguaggio cristallino e ricco di fioriture melodiche.

Foto di Paolo Soriani
Anja Lechner, ormai collaboratrice storica del musicista tunisino, costituisce invece il vero doppio espressivo dell’oud. Il dialogo tra i due strumenti rappresenta il cuore emotivo dell’intero concerto. Il violoncello non accompagna mai: risponde, prolunga, anticipa, respira insieme all’oud. È una conversazione continua nella quale diventa impossibile distinguere chi conduca realmente il discorso musicale.

Foto di Paolo Soriani
Mats Eilertsen svolge un ruolo apparentemente meno evidente, ma fondamentale. Il suo contrabbasso non costruisce soltanto fondamenta armoniche; diventa uno spazio acustico entro cui gli altri strumenti possono muoversi. Il suo suono, profondo ma leggerissimo, evita qualsiasi gravità eccessiva, contribuendo a quella trasparenza timbrica che rappresenta una delle cifre distintive dell’intero progetto.
«After the Last Sky», come lo stesso Brahem dichiara – con una dizione italiana impeccabile – viene eseguito nella sua interezza.
L’apertura con Awake non è soltanto un’introduzione: è un lento emergere del suono dal silenzio. La musica sembra letteralmente prendere coscienza di sé. The Sweet Orange of Jaffa introduce il tema della memoria, ma evita qualsiasi folklorismo mediorientale. La città palestinese diventa un luogo mentale, simbolo universale della perdita.
Con Dancing Under the Meteorites emerge invece la componente ritmica più mobile del concerto. È uno dei pochi momenti nei quali Brahem lascia intravedere la sua antica familiarità con il jazz, pur mantenendo sempre un controllo rigoroso delle dinamiche.
Il brano che dà il titolo all’album costituisce naturalmente il centro dell’intero percorso. After the Last Sky è forse una delle composizioni più riuscite dell’intera carriera del musicista tunisino. La scrittura raggiunge qui un equilibrio rarissimo tra forma e improvvisazione, tra tradizione araba e sensibilità europea contemporanea. L’impressione è quella di ascoltare una musica sospesa fuori dal tempo storico, pur parlando direttamente al presente.

Endless Wandering e Talwin approfondiscono ulteriormente il tema dell’erranza, mentre Never Forget introduce una dimensione etica che non scivola mai nella retorica. Brahem non racconta gli eventi: racconta la memoria degli eventi.
Particolarmente intenso il dittico In the Shade of Your Eyes / Remembering Hind. Sapere che quest’ultimo è dedicato alla memoria della piccola Hind Rajab, uccisa a Gaza, aggiunge inevitabilmente un ulteriore livello di lettura, ma anche senza conoscerne il riferimento biografico la musica comunica una fragilità quasi insostenibile. Ancora una volta Brahem sceglie la via dell’allusione invece di quella della rappresentazione.
Sur le fleuve e La Nuit accompagnano progressivamente verso una conclusione che non cerca alcuna catarsi. La musica si ritrae lentamente, come se non volesse interrompere il silenzio ritrovato.
Il bis, Vague seguito da E la nave va, assume così un significato particolare. L’omaggio a Fellini non appare come una semplice citazione, ma come l’ulteriore conferma della natura profondamente mediterranea dell’immaginario di Brahem, capace di attraversare cinema, poesia, musica colta e tradizione orale senza stabilire gerarchie.

Se qualcosa distingue davvero questo concerto da molti altri appuntamenti del jazz contemporaneo è proprio la concezione del tempo. Brahem rifiuta la logica dell’assolo come momento culminante della performance. Non esistono climax costruiti artificialmente né virtuosismi destinati a suscitare l’applauso. Tutto procede secondo una respirazione organica, nella quale persino il silenzio assume valore strutturale. È una concezione musicale che richiama tanto la poetica del maqām quanto la filosofia estetica della ECM di Manfred Eicher, etichetta con cui Brahem ha costruito, disco dopo disco, una delle collaborazioni più fertili della storia recente della musica europea.
Proprio il suono ECM continua a rappresentare uno degli elementi più riconoscibili anche dal vivo. Non tanto per una questione timbrica, quanto per un’idea di spazio sonoro: ogni nota possiede un peso specifico, ogni riverbero diventa parte della composizione, ogni pausa contribuisce alla costruzione del senso. È un’estetica della sottrazione che pochi artisti hanno saputo fare propria con altrettanta coerenza.
Il pubblico romano, straordinariamente attento, ha compreso immediatamente questa richiesta di ascolto. Nessuna distrazione, nessuna ricerca dell’effetto spettacolare, ma una partecipazione quasi liturgica che ha trasformato il concerto in un’esperienza collettiva di rara intensità.
In tempi nei quali il rumore sembra costituire la cifra dominante del discorso pubblico e della produzione artistica, Anouar Brahem continua a dimostrare che la delicatezza può essere una forma di radicalità. After the Last Sky non pretende di spiegare il mondo, ma invita a sostare dentro le sue contraddizioni. È una musica che non offre risposte, bensì insegna nuovamente il valore dell’ascolto.
Ed è forse questa, oggi, la forma più autentica di resistenza estetica e civile.
Alceste Ayroldi
