KENNY BARRON «The Source»

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AUTORE

Kenny Barron

TITOLO DEL DISCO

«The Source»

ETICHETTA

Artwork


Per il maestro di Filadelfia quella del piano solo non è un’esperienza da prendersi alla leggera: anzi, è una situazione in grado di mettergli addosso una certa ansia. Lo ha raccontato lui stesso nell’intervista apparsa sul numero di aprile, ma chi nel corso degli anni ha seguito la sfolgorante carriera di uno dei più importanti pianisti in attività se n’era già accorto da un pezzo. Tant’è vero che questo splendido disco, registrato davanti a un ristretto pubblico nel delizioso Théâtre de l’Athénée Louis-Jouvet, forse il migliore di Parigi per quanto riguarda l’acustica, è soltanto il quarto lavoro in solitudine di una produzione discografica da leader iniziata esattamente mezzo secolo fa. E visto che i suoi tre predecessori («Kenny Barron at the Piano», inciso per la Xanadu nel 1981, «Spiral», realizzato per la giapponese Eastwind nel 1982 e «Live at Maybeck Recital Hall, Vol. 10», pubblicato dalla Concord nel 1991) sono da tempo fuori catalogo, «The Source» rappresenta oggi l’unica occasione disponibile per studiare da vicino il modo in cui Barron torna oggi ad accostarsi a una modalità espressiva da lui non molto frequentata. Questo il repertorio: nove brani tra cui un solo standard, il venerabile I’m Confessin’ (That I Love You), due tra le più celebri creazioni di Billy Strayhorn, ovvero Day Dream e Isfahan (brano, quest’ultimo, tratto dall’ellingtoniana Far East Suite del 1966 ma già composto qualche anno prima col titolo Elf), due pezzi di Thelonious Monk (il ben noto Well, You Needn’t e l’abbastanza oscuro Teo), più quattro storiche composizioni di Barron rivisitate per l’occasione: What If e Phantoms (entrambe del 1986), Dolores Street, S.F. (1973) e Sunshower (1977). Ricordiamo, per inciso, che Well, You Needn’t e Sunshower comparivano anche sul live alla Maybeck; e, una volta segnalato che I’m Confessin’ viene dritta dal songbook pre-bop che Monk amava tanto – come ci ricorda la memorabile versione su «Solo Monk» del 1964 – e che What If pesca un po’ da Brilliant Corners e un altro po’ da Friday the 13th, si comincia a scorgere un netto paradigma monkiano all’interno del programma. Del resto, Barron la musica di Monk la frequentava con assiduità già prima del periodo Sphere, e ha continuato anche dopo. Ecco, forse la chiave di lettura del disco, classicissimo nella forma e nell’esposizione ma modernissimo nella sostanza, sta nel ritrovarsi a captare la ritrosia, se non il timore, con cui Barron affronta questa sorta di sfida del tutto personale, avvertirne il sollievo quasi, la crescente sicurezza, infine la gioia del fare musica non solo per se stesso ma anche per i pochi fortunati presenti alla registrazione un pubblico anomalo, costretto dalle esigenze tecniche a trattenersi dal manifestare il suo doveroso entusiasmo. Quindi non stupitevi di voi stessi se vi scoprirete ad applaudire da soli nel salotto di casa. È il minimo che si possa fare davanti a uno dei dischi più riusciti di questo inizio 2023.
Conti

pubblicata sul numero di maggio 2023 di Musica Jazz


DISTRIBUTORE

Self

FORMAZIONE

Kenny Barron (p.).

DATA REGISTRAZIONE

Parigi, 13-7-22.