BILL FRISELL «In My Dreams»

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AUTORE

Bill Frisell

TITOLO DEL DISCO

«In My Dreams»

ETICHETTA

Blue Note

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Molto atteso, «In My Dreams» giunge come album celebrativo dei settantacinque anni di Frisell, che li compirà il 18 marzo 2026. Il chitarrista riunisce, con progettualità ormai consueta, materiali nuovi e repertorio rielaborato, fondendo inoltre il «suo» trio, che comprende Morgan e Royston, con gli archi di Scheinman, Kang e Roberts, collaboratori di lunghissima data. Dunque radunando compagni di viaggio che, mai messi gli uni accanto agli altri in questo assetto, sono ben conosciuti, per tener fede a un suo punto di vista, espresso con encomiabile costanza: la creazione musicale come «affare collettivo». Questa dimensione umana e personale gli è imprescindibile, fino a fargli dire che: «Music, for me, is about the chemical reaction that happens between people, the give and take». Accanto a questo, egli pone il proprio consueto mondo espressivo: inquieto, calato fra realtà e sogno, caratterizzato da una poli-causalità strutturale. Essa è il frutto della pluralità di interessi, il corrispettivo di una curiosità in moto spiraliforme e continuo, che sviluppa tortuosità in apparenza inconcludenti, che tuttavia, alla fine del percorso, generano senso e strutture musicali. Tale processo creativo è specificamente «americano», e non è certo casuale il richiamo esplicito fatto a Charles Ives come una delle sue fonti di ispirazione. È il rimando a un concetto prettamente novecentesco, nel senso di rivolgersi costantemente a una complessità molteplice e simultanea. 

Nel suo trovarobato, Frisell accoglie temi, materiali e suoni eterogenei, unificati in una visione personalissima, della quale sono parte una sorta di trascendenza onirica (apertamente enunciata nella presentazione del lavoro, che rimanda a un vecchio sogno, fondativo del proprio reale); la dolcezza melodica, che evoca un mondo straniato e una visione «spostata»; suggestioni da colonna sonora; la finezza di grana, sempre un po’ malinconica. Insieme la presenza anche di zone d’ombra, a volte inquietanti: andamenti ironici niente affatto tranquillizzanti; un suono fluttuante e sospeso, dall’andamento circolare e quasi etereo; l’evocazione, anche per questi profili, di una provincialità americana (diremmo alla Stephen King, se non potesse sembrare irriverente). Insomma, vi è – ed è giusto che sia così, in ragione degli anni trascorsi e della Storia compiuta – un’affermazione di autorialità talmente consolidata da essere quasi indifferente al contesto. L’album presenta infatti una fortissima dimensione di rievocazione, che è sia dell’elemento umano, nella rinnovata collaborazione con i musicisti, uniti nel sestetto creato per l’occasione, sia dei materiali musicali, per il metodo consueto del recupero di repertorio. Le modalità di registrazione, principalmente dal vivo, ma con vaste porzioni affiancate in fase di post-produzione, contribuiscono, unitamente al robusto affiatamento tra i musicisti, a restituire una sensazione di intimità e di legame comunicativo. La musica, perciò, potrebbe davvero vivere di se stessa, parlando soltanto ad ascoltatori riconoscenti. Ed essere amata così tanto proprio per questo, per questa alchimia. Eppure, essa mantiene una forte capacità di attrazione.

Tra i brani riletti, impossibile non citare Isfahan e When We Go. Il primo come struggente omaggio a Strayhorn, nel quale Frisell riesce a dispiegare tutta intera la sua drammaturgia chitarristica, così dominata eppure così poco sfoggiata. Il secondo come recupero d’annata (addirittura da «Rambler», un ECM del 1985), pienamente adatto a dimostrare la tesi di una straordinaria completezza della tavolozza espressiva dell’artista, fin dai primordi. Tra i nuovi pezzi, a nostro opinabilissimo avviso, la menzione è indispensabile soprattutto per quello, magnifico, che intitola il disco – per il senso di inquieta attesa, nella dimensione «cinematografica» di cui parlavamo più sopra – e per Curtis (A Year and a Day), dedicato allo scomparso trombonista Curtis Fowlkes, brano generativo di mondi trasversali e con un lavoro straordinario di Scheinman. Ma l’intera opera presenta un livello omogeneo altissimo, di sublime artigianato. Nello stesso modo, il sestetto si segnala per l’eccellenza, muovendosi nel congegno a specchio dei due trii, che sa valorizzare ogni possibile combinazione timbrica. 

Ciò detto, di fronte a un «ambiente» cameristico di tramatura così elastica e raffinata, ci pare strettamente necessario elogiare Royston, sapiente gestore di ogni possibile sfumatura dinamica, e inoltre capace di punteggiare, sostenere, legare e melodizzare, come solo i grandi batteristi sanno fare. Era un album agognato da tutti quelli che amano il chitarrista, che lo volevano di nuovo a cimentarsi con un lavoro per organico più ampio e più largamente orchestrato (eppure capace di dar vita anche al semplice incanto di Hard Times). 

L’attesa non è andata delusa e possiamo ben dire che il festeggiato ha portato un dono meraviglioso, per tutti i suoi amici, vecchi e nuovi. 

Sandro Cerini

DISTRIBUTORE

Universal

FORMAZIONE

Bill Frisell (chit.), Thomas Morgan (cb.), Rudy Royston (batt.), Jenny Scheinman (viol.), Eyvind Kang (viola), Hank Roberts (cello).

DATA REGISTRAZIONE

New Haven, Brooklyn e Denver, tra febbraio e aprile 2025.

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