Onyx Collective: Lower East Suite Part Three

di Marta «Blumi» Tripodi

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Onyx Collective (foto di Maxwell Deter)
Onyx Collective (foto di Maxwell Deter)

Onyx Collective, il gruppo del momento a Manhattan, ci parla della sua strana miscela di free jazz e arte contemporanea

Secondo la pagina culturale del New York Times, i cui redattori sono assidui frequentatori dei loro concerti, «gli Onyx Collective hanno un vero talento per attirare una tipologia di pubblico che è rarissimo vedere nei locali jazz». Il tipo di pubblico in questione è costituito soprattutto dai coetanei del frontman Isaiah Barr, anni ventidue, la cui immagine coincide perfettamente con la concezione moderna di hipster – cosa che in fondo non dovrebbe stupire troppo, visto che il termine fu originariamente coniato negli anni Cinquanta per definire i fan di Chet Baker. Ma chi sono costoro? Oltre a Barr, la band si compone di un manipolo di ventenni newyorkesi, tra cui Austin Williamson (batteria), Joshua Benitez (tastiere), Jack Guliemetti (chitarra), Felix Pastorius e Spencer Murphy (basso elettrico), Dean Torrey e Walter Stinson (contrabbasso), più Maxwell Deter, che per gli Onyx Collective si occupa dell’aspetto visivo, fondamentale per caratterizzare la loro produzione, come è evidente anche dal look dei componenti. Il loro potrebbe essere definito un free jazz contemporaneo: sopra le righe, chiassoso, appassionato, a tratti forse anche grezzo e dissonante, ma originalissimo e pieno di idee nuove, la cui ispirazione arriva dai contesti più diversi. La colonna sonora perfetta per la Grande Mela, insomma, che fa del melting pot il suo punto di forza. Hanno cominciato la loro ascesa in sordina, nel 2017, come un fenomeno prettamente locale, ma la loro energia e il modo di operare fuori dagli schemi li hanno ben presto traghettati sulla scena globale, rendendoli una formazione di culto anche – o forse soprattutto – al di fuori dell’ambito strettamente jazz. La loro etichetta è la londinese Big Dada, una delle più prestigiose tra quelle che si occupano di musica elettronica, e i loro brani sono stati campionati già in decine di canzoni rap. Sono riusciti a crearsi uno zoccolo duro di fan anche nell’ambiente dell’arte contemporanea, tanto che la copertina del loro album di debutto, «Lower East Suite Part Three», è un dipinto firmato dal leggendario Julian Schnabel. Quando raggiungiamo Isaiah Barr al telefono a Manhattan è mattina, ma lui è già in fervente attività.

Come definiresti gli Onyx Collective?
Non tanto come una band o un collettivo, perché siamo una formazione mutevole e in perenne evoluzione, ma come un modo nuovo di pensare alla musica e all’arte. Siamo una grande famiglia, di cui io tengo le fila ma che è sempre aperta ad accogliere nuovi membri. Promuoviamo innanzitutto un movimento, un cambiamento, che va a lambire molti generi musicali diversi e in generale tutta la sfera della creatività. Onyx Collective è innanzitutto una filosofia di vita, per noi.

Hai fondato questa realtà quando andavi ancora a scuola. Cosa spinge un adolescente degli anni Dieci ad approfondire un genere ostico e «antico» come il jazz?
Quando ho iniziato a interessarmi di musica, i miei primi contatti sono stati con dei jazzisti, e mi ritengo molto fortunato. Mi hanno insegnato tutto quello che so, ed è stato davvero molto formativo confrontarmi con loro. All’inizio ero sicuramente un po’ intimidito, ma hanno trasmesso a me e a molti altri miei coetanei il loro amore per la materia. Abbiamo preso l’abitudine di suonare tutti insieme: tra noi c’erano persone adulte e gente che frequentava ancora il liceo, ma eravamo una vera comunità. È stato bello sentirsi parte di qualcosa: credo che se avessi dovuto intraprendere questo percorso da solo non sarebbe stata la stessa cosa. Non mi sarebbe venuto altrettanto naturale amare il jazz, forse.

Il sassofonista Isaiah Barr (a sinistra) ha fondato l’Onyx Collective nel 2014 (foto di Cian Moore)
Il sassofonista Isaiah Barr (a sinistra) ha fondato l’Onyx Collective nel 2014 (foto di Cian Moore)

Spesso dicono di voi che siete una realtà enigmatica e sfuggente: ti riconosci in questa descrizione?
Assolutamente: siamo pieni di sorprese e continueremo ad esserlo, anche perché siamo una formazione molto prolifica, autentica e piena di sfumature, cosa piuttosto rara di questi tempi. Cerchiamo di coniugare l’aspetto umano a quello musicale per creare qualcosa di unico e spingere più in là gli orizzonti, le aspettative che ha la gente su ciò che una jazz band dovrebbe o non dovrebbe essere. Stiamo già abbattendo parecchie barriere, in maniera molto naturale: ascoltando il nostro album è facile capire che si tratta di qualcosa di completamente diverso dal solito. Con la nostra musica cerchiamo di catturare l’essenza stessa di New York.

New York, in effetti, è centrale per la vostra produzione: dite spesso che, se foste cresciuti altrove, fareste qualcosa di completamente diverso…
In fondo ogni newyorkese pensa che sia il posto più bello del mondo! Respirare questa atmosfera, essere un artista e vivere qui, è un’esperienza davvero unica. Lo stile, il suono, le strade di questa città sono incredibili. È un luogo ricchissimo di sfumature e differenze, come tutte le altre metropoli probabilmente, ma qui le persone sono spinte a unirsi e incontrarsi più che altrove. La storia della Grande Mela, oltretutto, è talmente intrisa di jazz che è difficile non farsene influenzare. Credo che la nostra musica sia il proseguimento di una tradizione vecchia di generazioni.

Avete voluto ribadirlo anche con il vostro album di debutto: in ogni titolo omaggiate varie locations della città, da quello del disco «Lower East Suite Part Three» a quelli dei singoli brani. Che significato hanno quei luoghi per voi?
Alcuni hanno un significato personale ma sono soprattutto posti in cui gli Onyx Collective hanno suonato, registrato, collaborato. Magic Gallery, ad esempio, è una galleria d’arte di quartiere dove ci troviamo spesso a chiacchierare e bere qualcosa, Market St è dedicato a uno dei nostri studi di registrazione di riferimento… Vogliamo dare a chi ci ascolta uno spaccato della zona in cui viviamo attualmente, downtown Manhattan: una specie di messaggio in bottiglia o capsula del tempo, che trasmetta l’atmosfera che si respira ogni giorno quaggiù.

Il vostro sound è molto libero sia nella forma che nel contenuto. L’impressione è che siano brani pensati soprattutto per l’improvvisazione dal vivo, più che per essere catturati in un disco…
Effettivamente la seduta di registrazione dell’album è avvenuta sull’onda del momento, e ogni volta che suoniamo quei brani dal vivo è un’esperienza diversa e speciale. Però, come spiega anche il titolo, «Lower East Suite Part Three» è concepito come una suite musicale, o se preferite come la colonna sonora di un film. La speranza era di spingere l’ascoltatore a immaginare qualcosa che non conosce o che non ha vissuto personalmente: nello specifico, le vibrazioni e i profumi della nostra città. In generale, comunque, cerchiamo di catturare il momento, senza riflettere troppo su tutto il resto.

Onyx Collective ‎«Lower East Suite (Part Three)»
Onyx Collective ‎«Lower East Suite (Part Three)»

Collaborate regolarmente con musicisti specializzati in altri generi: dai rapper Wiki e Princess Nokia agli astri emergenti del contemporary R&B Dev Hynes e Nick Hakim. In che modo si integrano con la vostra musica?
Ogni collaborazione ci permette di imparare qualcosa di nuovo su noi stessi e sul mondo che ci circonda. Gli artisti con cui ci relazioniamo apportano una visione completamente diversa, in parte anche perché il loro stile di vita è completamente diverso. Princess Nokia, ad esempio, sul palco è eccezionale, ma allo stesso tempo è una persona lontana anni luce da noi. [Un eufemismo per dire che è nota per essere molto irrequieta: al suo ultimo concerto milanese ha sfiorato la rissa con una fan, ndr] Il confronto tra due realtà così agli antipodi ci rende più forti come individui. Con altri, invece, siamo sulla stessa lunghezza d’onda, solo che abbiamo modalità differenti per esprimere la nostra creatività: è il caso di Nick Hakim. Abbiamo la stessa energia, gli stessi gusti, frequentiamo gli stessi posti e siamo molto amici, ma non facciamo lo stesso tipo di musica. Mescolando le nostre influenze viene sempre fuori qualcosa di interessante.

Hai affermato più volte che il vero scopo degli Onyx Collective, prima ancora che fare musica, è creare una piattaforma in cui gli artisti possano condividere esperienze. In cosa consiste?
Abbiamo creato una vera e propria comunità attorno al collettivo, per sostenere altre band, gallerie d’arte, mostre, stilisti di moda… Sono tutti aspetti che sono sempre stati presenti nelle nostre vite. Inoltre organizziamo dei workshop per far sì che musicisti che condividono la nostra stessa filosofia di vita possano incontrarsi. Vorremmo creare un corpo di artisti che non fanno necessariamente parte degli Onyx Collective, ma comunque gravitano attorno a questa realtà.

Marta «Blumi» Tripodi

[da Musica Jazz, ottobre 2018]