Il sublime equilibrio del duo, tra Medio Oriente e Russia

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Michel Godard & Ihab Radwan «Doux Désirs»

Michel Godard & Ihab Radwan «Doux Désirs», Dodicilune, distr. IRD

Tra le edizioni recenti della pugliese Dodicilune spiccano due cd di duetti accomunati da una raffinatezza di pronuncia e da un’eleganza cameristica esemplari, oltre che dall’accurata registrazione negli studi di Stefano Amerio a Cavalicco. Entrambi sembrano tendere a un equilibrio assoluto, universale; differenti sono invece gli àmbiti culturali di riferimento. «Doux Désirs» scaturisce dalla collaborazione fra il francese Michel Godard e l’egiziano Ihab Radwan, che danno corpo a un incontro fra culture estremamente partecipato ma riflessivo e sereno. Alle nostre orecchie, tuttavia, prevalgono le movenze e le atmosfere della musica mediorientale, la cui sensualità viene smorzata e decantata in sfumature avvolgenti e senza tempo dalle sonorità grevi o acute, gorgoglianti o ronzanti degli strumenti usati. Nei dodici brani, a firma dell’uno o dell’altro, oppure congiunta, Godard si dedica soprattutto al medievale serpentone, che negli ultimi anni sembra diventato il suo strumento preferito, forse per la sua rarità, ma anche per la peculiarità del suono; solo in due occasioni imbocca la tuba e in altri tre accenna frasi essenziali al basso elettrico. Radwan accarezza le corde del suo oud con un tocco morbidissimo e una capacità narrativa incantatoria; solo in un suo brano canta un testo d’amore.

Gianluigi Trovesi & Umberto Petrin «Twelve Colours And Synesthetic Cells

Gianluigi Trovesi & Umberto Petrin «Twelve Colours And Synesthetic Cells» Dodicilune, distr. IRD

Un carattere decisamente europeo si riscontra in «Twelve Colours And Synesthetic Cells» in cui Trovesi e Petrin s’ispirano alla musica di Aleksandr Skrjabin per trarne ventuno episodi, ognuno dei quali definito in modo lapidario pur concatenato strettamente agli altri. Dodici di questi brani, lunghi poco più di un minuto ognuno, si rifanno alla nota tabella sinestetica creata dal compositore russo per stabilire una relazione fra colori ed espressività musicale. Un sinergico interplay e l’assonanza d’intenti fra i due improvvisatori guidano la loro azione verso un’essenzialità quasi sublime. La ricchezza d’inflessioni che il sassofonista sa trarre dai suoi strumenti è magistrale: al clarinetto contralto spettano gli episodi più turbolenti e free, al clarinetto piccolo sono riservati gli sprazzi più nitidi e acuminati, mentre il vibrato, i glissando, le appoggiature conferiscono alla pronuncia del sax contralto una sensualità quasi popolaresca. Dal canto suo, il pianismo di Petrin si articola in modulazioni dinamiche e timbriche di volta in volta indolenti o affermative, di delicato intimismo o di percussiva perentorietà.

Farnè

[da Musica Jazz, novembre 2017]