«Metro Stories». Intervista a Fanelly

Un album registrato tra Francia e Italia per la cantautrice tarantina, che da tempo vive a Parigi, e che il 24 giugno debutta al Sunset Sunside.

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Anna, parliamo subito di «Metro Stories» e, come è mia abitudine, vorrei partire dal titolo. Cosa significa? Quali storie racconta?
Ho chiamato l’album Metro Stories perché tutti i brani sono stati concepiti durante i miei spostamenti quotidiani nella metro di Parigi, mezzo che utilizzavo molto specialmente qualche anno fa. Questo album é stato influenzato da due eventi principali: gli attacchi terroristici di Parigi nel 2015 e la scomparsa di mio padre un anno dopo. Osservando i passeggeri, compagni di viaggio per qualche istante, ho immaginato le loro vite, i loro sogni, le loro maschere, esplorando musicalmente e testualmente temi come la fragilità, la perdita, l’identità e il posto di ogni individuo nella società. La maggior parte delle canzoni contenute nell’album corrisponde ad una storia o ad un personaggio diciamo…in cerca d’autore. Scrivere questo album è stata una sorta di terapia per me.

Saresti d’accordo nel dirci, brevemente, di ogni singolo brano?
Partiamo da It’s gonna make a little difference
It’s gonna make a little difference è appunto uno dei primi che ho scritto, sullo shock degli attentati a Charlie Hebdo nel 2015. Il brano parla dell’impatto che alcuni eventi possono avere nel nostro quotidiano cambiando la percezione delle nostre priorità, in quanto individui ma anche in quanto membri di una società.
Poi, troviamo One Step Behind che, personalmente, trovo sia una fusione perfetta tra jazz, pop e cantautorato. Cosa racconta?
La storia di un personaggio inventato, Mr. Kiaka, che teoricamente ha tutto quello che si possa desiderare, ma che in realtà è combattuto tra l’essere e l’avere/l’apparire. Il brano, in 5/4, fa allusione alla famosa piramide dei bisogni dello psicologo  Abraham Maslow, e Mr. Kiaka si trova giusto ad un passo dall’ultimo stadio di questa piramide, quello dell’autorealizzazione (per questo, One Step Behind).
Over
Affronta invece il tema del tempo che passa e attraverso gli occhi di una signora, presumibilmente di origini mediterranee, che fa un bilancio della sua vita…
Superhero
E’ il monologo introspettivo di un supereroe decadente, anti marvelliano, che, dall’alto dei grattacieli, volando da New York a Kathmandu si chiede se sia in grado di salvare il mondo: riconoscerà di «salvare gli uomini da loro stessi».
Koria, perché per questo brano hai scelto la lingua italiana?
Ero intenta ad apprendere Blackbird di Paul McCarteney, mia figlia era con me e a un certo punto abbiamo iniziato a fare un gioco, quello di inventare le parole ed attribuir loro il significato che volevamo; così è nata la parola Koria, che in realtà non significa nulla, ma può significare quel che si vuole quando si vuole …comodo vero?
Into The Woods, che musicalmente ci riporta tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta…
Anche qui l’infanzia è complice, dal momento che il brano è una versione un po’ più rock’n’ roll della fiaba di Cappuccetto Rosso, che come molte altre fiabe, è davvero cruenta!
The Bubble Man, anche qui troviamo una fusione di musiche, con uno swing suggerito.
Bubble Man è un brano scritto dopo l’incontro con uno di quei tanti artisti di strada che fanno delle bolle giganti nelle grandi piazze, regalando magia e bellezza intorno a loro…
Burnout. Come si intuisce dal titolo, questo brano affronta il tema del burnout, dell’alienazione e delle derive della società moderna. Curiosamente, è il brano più shazammato!
Inner Magic
E’ l’unica canzone «romantica», e descrive due amanti che si sostengono vicendevolmente dopo aver affrontato una tempesta. Proprio quel momento in poi cui esce l’arcobaleno! Dopo dei temi così gravi volevo concludere con un brano luminoso.

Mi ha colpito una cosa. Sei italiana, ma vivi in Francia, però nessuno dei brani è in lingua francese. Come mai?
Quando mi accingo a scrivere un brano non mi pongo la domanda: «Adesso che lingua utilizzo?». No. Intendo la lingua come musica e l’utilizzo di un idioma piuttosto che un altro è per me qualcosa che avviene naturalmente, spontaneamente. Ho iniziato a studiare il francese all’età di otto anni. Amo da sempre la lingua e la cultura francese, sono cresciuta con i suoi poeti, i suoi scrittori e chansonniers, che ho sempre visto come dei miti. E’ forse proprio per l’immensa ammirazione per questi capolavori che non me la sono sentita, probabilmente, di invadere questa sfera. Un po’ come De André che non ha mai assistito ad un concerto di Brassens, il suo idolo. 

La tua musica, come si diceva prima, è originale e ricca di vari spunti provenienti da altrettanti emisferi musicali, compreso il jazz. Come agisci in fase compositiva?
Tutto parte da un’idea musicale che mi appare improvvisamente nella testa e che non mi abbandona per giorni (a discapito del mio entourage che mi sente canticchiarlo o suonarlo di continuo!). A volte è un gimmick, a volte un ritmo, un arpeggio, a volte un vocalizzo che poi sviluppo. Quando queste idee mi appaiono mi sono già chiari gli arrangiamenti e l’ambientazione che vorrei. Spesso dico che le canzoni arrivano dal cielo, si palesano…come un dono. A quel punto non devo fare altro che trascrivere quelle note e rimango, di solito, fedele alle prime intuizioni. Un’altra cosa è il processo di scrittura dei testi, che nel mio caso avviene sempre dopo la composizione della musica. Come dicevo prima intendo la lingua come musica, e l’utilizzo di un idioma piuttosto che un altro dipende per me dall’idea compositiva del brano. In questo senso la sfida è quella di unire l’estetica voluta con la necessità «significar qualcosa», la famosa prosodia. Altre volte invece ritengo che le parole non siano necessarie e che la voce sia semplicemente uno strumento per trasmettere emozioni, non necessariamente per esprimere un concetto. Riproduco infine una prima demo con musica, voce e cori da trasmettere ai musicisti, nella quale mi avvalgo se necessario di strumenti percussivi veri o sintetici, per rendere meglio il quadro.

Utilizzi la chitarra per comporre?
Utilizzo due strumenti: la chitarra e la voce. A volte l’uno prevale sull’altro nel processo compositivo, ad esempio, il brano Burnout è nato da un semplice a cappella, mentre Inner Magic è nato da un arpeggio su un accordo che amavo, intorno al quale si è sviluppato il brano.

Vorresti parlarci dei tuoi compagni di viaggio musicale?
Ho scelto di lavorare con dei talenti della nuova scena jazz francese e italiana (questi ultimi tutti pugliesi), provenienti dai miei due paesi, appunto l’Italia e la Francia. Ognuno di loro ha una sua personalità ben definita, una storia. Amo mettere in relazione culture diverse per creare uno scambio, entrambe mi appartengono. Il disco è stato registrato con la contrabbassista franco-afro-caraibica Sélène Saint Aimé, il batterista percussionista Davide Chiarelli, il chitarrista Matthieu Barjolin, la flautista Marjolaine Ott, e due chitarristi ospiti su due brani: il chitarrista classico Andrea Cianca (autore di due solo) ed Elio di Menza. Al mix e mastering un altro pugliese: Francesco Gaudio. Nel tempo ho incontrato anche altri compagni di viaggio: il contrabbassista parigino-barese Mauro Gargano, Aurélien Calvel (contrabbassista di Hindi Zahra) o il percussionista argentino Guillermo Venturino.

Anna, perché hai lasciato l’Italia e perché hai scelto la Francia?
Sono venuta in Francia dopo la laurea in economia e qualche anno di lavoro in Italia presso un’azienda internazionale che mi ha proposto di trasferirmi qui. Poi, è arrivata la musica, inaspettatamente fu una grande rivelazione. Parigi offre tanto in termini di arte, di ispirazione: è qui che ho scoperto davvero me stessa.

 Il 24 giugno ci sarà la presentazione del tuo disco al Sunset Sunside di Parigi: uno dei templi del jazz francese. Oltre ai brani presenti nel tuo disco cos’altro riserverai al pubblico?
Mi piace l’idea di utilizzare il live come una sorta di laboratorio per improvvisare e sperimentare nuovi brani. Vorrei che ogni concerto fosse differente. Per questo oltre ai brani di «Metro Stories» ci sarà qualche sorpresa, qualche nuovo brano che sto scrivendo attualmente, o che sto re-arrangiando.

A proposito di organizzazione: il music business francese funziona meglio di quello italiano?
In questo momento penso sia difficile parlare di business della musica un po’ dappertutto. Non solo l’avvento del digitale ma anche il COVID-19 hanno lasciato il loro segno. Bisognerà ripartire da nuove basi e trovare un nuovo equilibrio economico che permetta da un lato agli artisti, e dall’altro agli organizzatori dell’industria musicale di poterne vivere. In linea di massima il pubblico francese, soprattutto quello parigino, ha un orecchio attento alla musica e culturalmente propenso a pagare un biglietto per assistere ad un concerto. C’è dunque un mercato. Attualmente però in seguito alla crisi, gli attori del music business non prendono molti rischi e preferiscono puntare sui grandi numeri, i grandi nomi; un discorso che in ogni caso, a malincuore, comprendo in questo momento storico. Keep calm and be patient!

Quando hai deciso che la musica sarebbe diventata la tua professione?
Non l’ho mai deciso! Nel mio caso la musica si è manifestata inaspettatamente, come un’evidenza solo verso i trent’anni, e non ho potuto fare altro che accogliere questo fortissimo richiamo a studiare, comporre, scrivere. Poi le opportunità professionali sono state (e spero saranno ancora) solo una conseguenza.

Quali sono le strategie di marketing/comunicazione che stai attuando per la promozione del tuo lavoro?
Il cammino della musica è per me innanzitutto un’introspezione, per cui ti direi la mia più grande strategia è la sincerità, in primis con me stessa, nei testi che scrivo, nel modo di cantare, nella musica che creo. Per quanto riguarda i canali di comunicazione, mi adeguo, come tutti, all’utilizzo dei social (Instagram e Facebook principalmente), del mio sito internet, senza abusarne, solo se ho qualcosa da dire, per non aggiungermi al già troppo rumore che c’è. Vorrei colpire la gente attenta. Ci vuole tempo.

 Quali sono le collaborazioni che ritieni più significative?
Oltre che quella con i musicisti con cui lavoro, penso quella durante il COVID-19 con Annie O., una curatrice musicale di New York, manager storica di mostri sacri come Lou Reed, Peter Gabriel, per la realizzazione di uno dei suoi famosi live streaming shows. E’ stato inaspettato ritrovarsi, in seguito al suo invito, nella stessa programmazione di Arto Lindsay, Yael Naim o Jesse Harris! Ho amato anche la collaborazione con la compagnia di danza contemporanea Duende, diretta da Annadora Scalone per un progetto di danza e voce.

L’artista (non esclusivamente musicista) che ti ispira di più…
La danzatrice e coreografa americana Martha Graham, esempio di coraggio, rivoluzione e forza. La danza è stato il mio primo amore e sono fortemente ispirata da questa forma d’arte. Musicalmente sono diversi gli artisti per me indispensabili, che rendono il mondo più bello. Inoltre, Roland Dyens, Egberto Gismonti, Steve Reich, Philippe Glass, Path Metheney, Charlie Haden, Jan Garbarek, Alice Coltrane, Bobby McFerrin, lo Sting di «Nothing like the Sun», Leonard Cohen, Morricone, De André…

Quale pensi sia il tuo marchio di fabbrica?
Il fatto di non appartenere a nessuna fabbrica. La libertà, la sincerità.

Anna, come hai vissuto il periodo della pandemia?
Come una lezione di vita, un’opportunità per fermarci.

Cosa è scritto nell’agenda di Fanelly?
Pandemia permettendo, la programmazione e la condivisione in live del mio album al più gran numero di gente (attenta). Ad agosto presenterò «Metro Stories» in Italia in qualche data esclusiva. E nel contempo, continuare ad esplorare, fare ricerca musicale, comporre e crescere come artista e come individuo. E ovviamente, fare la mamma.
Alceste Ayroldi