LUCA T. MAI, DAL NIGER CON FURORE

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Da un paio d’anni, dopo l’esperienza con gli Zu – band di culto anche oltre i confini nazionali –  ti stai dedicando, assieme ad Antonio Zitarelli (Neo) al progetto Mombu. Come nasce l’idea di una formazione così scarna, solo con sax baritono e batteria? Avevate in mente un suono particolare?

La prima idea che ho avuto per Mombu era di un organico di almeno dieci elementi. Dovevano esserci almeno cinque o sei percussionisti, chitarra, sax, trombone e batteria. Poi la realtà ti mette di fronte a delle scelte drastiche, se non hai dei mecenati che credono in te oppure un conto in banca che ti permette di finanziare il progetto. Così ho agito nella maniera inversa: partire appunto dal duo sax e batteria e poi, piano piano, aumentare l’organico. In due, poi, si lavora più spediti. Pensandola così, ho quindi dovuto lavorare molto sul suono per poterlo arricchire in tutte le sue frequenze. L’idea di base era quella di non assomigliare ai rispettivi gruppi di appartenenza, cioè Zu e Neo, e neanche dare l’idea di un duo d’improvvisazione anni Settanta. Mombu doveva avere il beat su solide strutture ed essere solo Afro grind.

Come nasce il nuovo disco, “Niger”?

Abbiamo passato il novembre 2012 in sala prove, tutti i giorni per sei ore al giorno. Venivamo da un anno e mezzo di tour e questo ci ha dato la possibilità di capire cosa volevamo ottenere e cosa non dovesse entrarci con “Niger”. Innanzitutto siamo partiti con il nome. La parola Niger ci ha dato per tutto il 2012 dei suggerimenti e un immaginario che ci ha poi aiutato a delineare le linee guida del disco. Che poi, come dicevo sopra, è essenzialmente Afro grind, quindi ci sono state solo una estremizzazione e un allargamento di questo concetto.

Nella vostra musica si mescolano le influenze delle percussioni africane, dell’avanguardia jazz e del metal, ma sembra esserci anche una componente ritualistica e neo-primitiva sia nel processo compositivo sia nelle vostre esecuzioni. Puoi  dirci qualcosa in più?

Credo che la musica, ma più nello specifico i suoni e le frequenze abbiano degli effetti sulla struttura della materia, ed è anche per questo motivo che ritualizziamo ogni nostro concerto. Ci sono in giro troppe persone che pensano che la musica sia solo X Factor e i suoi meccanismi ipnotico-deleteri, o che sia sufficiente usare Ableton Live nella propria cameretta per sentirsi musicisti. Così si perde di vista l’aspetto principale, ovvero che la musica, oltre a essere ludica, è anche intenzione, conoscenza e guarigione.

Sembra essere un momento d’oro per i sassofoni “gravi”, mai come oggi sulla cresta dell’onda: mi vengono in mente, oltre a te, i nomi di musicisti come Mats Gustafsson (con cui hai collaborato) e Colin Stetson. E’ come se il suono del sassofono grave fosse oggi il riferimento di una vasta area di interpreti per esprimere una sorta di urlo contemporaneo. Cosa ne pensi?

Credo che i suoni gravi siano una componente di questo squarcio temporale. Non solo appartengono a me e agli altri sassofonisti che citi, ma anche ad alcuni chitarristi metal che usano abbassare l’accordatura o suonano chitarre ad otto corde: per citarne uno, Fredrik Thordendal dei Meshuggah. O anche l’hip-hop in cui si fa largo uso di bassoni. Pensando a quanta aria possono spostare le basse frequenze, forse hai ragione a parlare di urlo.

Quali sono i musicisti, anche al di fuori dall’ambito jazzistico, che più ti hanno ispirato, e quali sono quelli che oggi ti sorprendono?

Ho la mia triade jazz che è Coltrane, Sun Ra e Dolphy. Principalmente  sono cresciuto con il metal e quella musica, quel suono e quell’energia che mi ispira da quando avevo dodici anni la utilizzo sempre e cerco di miscelarla con ciò che la triade mi ha insegnato. E non soltanto loro. Dei musicisti attuali non saprei, dovrei fare a cazzotti con la mia memoria. Mi sorprende chi ha ancora davvero voglia di sbattersi sulla musica, chi carica la musica di significati che vanno oltre il suono, chi suona a tutto volume e non sta a farsi le seghe mentali sulla marca di strumenti o di ampli da usare, chi non resta a casa ad aspettare la telefonata del promoter, del booker, dell’ufficio stampa, chi riesce a discernere lo spirito dall’ego .

Esiste in Italia, secondo te,una scena jazzcore?

E’ esistita, e posso orgogliosamente dire che con Zu siamo stati tra i capostipiti. Ragazzi che si sono impegnati e hanno messo a fuoco qualcosa che è conosciuto anche oltre i nostri confini con il nome di Italian jazzcore. Oggi come oggi in Italia non si può parlare di scene, bensì di orticelli e parrocchiette. Qualche anno fa abbiamo organizzato gli Zu Fest, dei festival dove in programma c’erano  gruppi di varia provenienza, dall’hip-hop al punk, al jazz folk e molto altro. Era un modo per scavalcare i vari credo che impediscono un sano scambio di vedute.

Qualche anticipazione su progetti futuri?

Stiamo partendo per un tour europeo in cui ci fermeremo a Caen, in Francia, per incidere con gli Les Youx de la Tete, un gruppo jazzcore francese. Al ritorno finiremo il nuovo disco degli Spaccamombu, progetto parallelo di Mombu con il chitarrista Paolo Spaccamonti; poi, entro la fine dell’anno, faremo un disco con i griot senegalesi che qualche volta accompagnano Mombu. Dovrebbe uscire nel 2014 un 7 pollici in cui collaboriamo con Night Skinny, un produttore hip-hop. Infine arriverà un nuovo disco degli Zu …

R Crisafi