Long Play Festival: il marchio Bang On A Can colpisce ancora

Gli artisti e i produttori di eventi meno convenzionali si rivolgono con più agio a Brooklyn, che offre luoghi dove poter fare lievitare le proprie idee senza l’angoscia di conti salatissimi

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Il Long Play Festival di Brooklyn, targato Bang on a Can, è un appuntamento ineludibile per chi segue con attenzione la musica contemporanea, ivi compresa anche la cosiddetta indie music, quindi il jazz, il rock sperimentale e affini. Oltretutto, se a questa rassegna aggiungiamo la metà del Winter Jazz, poi il Vision, il festival «all guitars» di cui parliamo in queste stesse pagine e la sempre viva stagione del BAM (Brooklyn Academy of Music) assieme a quella del teatro Roulette, ecco che si può sicuramente parlare di una vera e propria «new wave» di importanti eventi musicali con sede in quel distretto di New York che è da tempo immemore in malcelato conflitto culturale con la più luminescente Manhattan. Le ragioni di questa travolgente e piacevolissima ondata, che sta vorticosamente sommergendo Brooklyn, sono in parte economiche e in parte creative. Manhattan è diventata sempre più cara, anche per le performing arts, di solito predominio esclusivo delle istituzioni culturali americane: andare in qualche top jazz club per un appassionato significa spendere oggi non meno di sessanta dollari (senza cena), per non parlare dei teatri o gli show di Broadway, per i quali si va nell’ordine delle centinaia di bigliettoni. La più rilassata Brooklyn, e forse più accorta verso il pubblico, costa decisamente meno e offre spazi più ariosi e a misura d’uomo. Dunque gli artisti e i produttori di eventi meno convenzionali si rivolgono lì con più agio alla ricerca di luoghi dove poter fare lievitare le proprie idee senza l’angoscia di conti salatissimi e con il generoso appoggio dell’amministrazione pubblica, non tanto economico quanto burocratico. 

Billy Hart ©Enzo Capua
Billy Hart ©Enzo Capua

La primavera di Brooklyn si apre – ormai è una tradizione – con il Long Play: un weekend intensissimo ai primi di maggio dove, dalla tarda mattinata fino a notte, in una decina fra locali e teatri si svolgono i concerti più avventurosi, e in gran parte più eccitanti, che si possano vedere nell’area di New York nel corso dell’anno. Del resto il brand Bang on a Can è diventato una garanzia di peripezie musicali dedite al nuovo, all’insolito o alla fin fine alla consacrazione del lessico stilistico che è quello caratteristico dei tre compositori del gruppo, cioè il minimalismo e suoi derivati. Ricordiamo ancora una volta i tre fondatori della benemerita istituzione: Julia Wolfe, Michael Gordon e David Lang. Tre grandi autori che nel tempo, pur con le loro differenti personalità artistiche, hanno saputo creare uno smagliante emblema di qualità musicale che si è imposto con forti riconoscimenti in tutto il mondo. «Ormai siamo tanti, non solo tre: c’è un gruppo allargato di bravissimi autori e musicisti in Bang on a Can» mi ha detto David Lang, forse il più raffinato e esclusivo dei tre, che in Italia è anche noto per le sue collaborazioni cinematografiche nei film di Paolo Sorrentino. Difatti Lang al festival ha portato una sublime suite: Mystery Sonatas in nove parti per solo violino, eseguita magistralmente dalla giovane Emma Meinrenken, mentre la Wolfe nella stessa serata al Roulette ha riesumato il suo magnum opus, Anthracite Field», e Michael Gordon al teatro Bric ha rispolverato il suo primo grande lavoro, Trance, di circa trent’anni fa. Proprio nelle scelte di repertorio si intravedono le caratteristiche personali e stilistiche dei tre compositori: intimista, delicato, con una malinconia schubertiana, David Lang; esplosiva, con un mélange di stili, dal rock all’avanguardia contemporanea passando – ma non soffermandosi più di tanto – per il minimalismo la Wolfe; più rigoroso e geometrico Michael Gordon. 

Ricordo di aver assistito alla prima di Anthracite Fields proprio al BAM, dodici anni fa: l’opera è un oratorio per coro di quaranta elementi e orchestra da camera (allargata alla batteria e alla chitarra elettrica) che si riferisce allo sfruttamento dei lavoratori nelle miniere americane della prima metà del secolo corso. Un lavoro sontuoso e complesso che è valso il prestigioso premio Pulitzer alla Wolfe. Il concerto al Roulette è stato ancora più piacevole, pur nella sua dimensione «onnivora» dov’è inglobata la poetica delle immagini, la visione politica degli eventi, la poesia corale, la musica infine che non dà tregua e s’impone senza mezzi termini. Così è Miss Wolfe, cui fanno da contraltare non solo Lang ma anche Gordon, il quale è quello più intimamente legato al minimalismo, con le sue precise reiterazioni a incastri sonori che si rivelano del tutto incantatorie, da trance appunto: d’altronde quella musica nasce da ispirazioni orientali e mistiche di trame nobili, a volte superficialmente scambiate per semplici ripetizioni ossessive. 

Basterebbero le opere dei tre grandi «padri putativi» di questa forma stilistica, quali Terry Riley, Steve Reich e Philip Glass, a puntualizzarne definitivamente l’importanza nella storia della musica contemporanea. Reich e Glass sono stati celebrati anche loro in grande stile quest’anno al Long Play. Di Philip Glass è stata presentata una nuova versione del suo album più noto, quello di maggior successo, «Glassworks», che con la sua ostentata attenzione a una precisa e toccante forma melodica ha suscitato in molti, a suo tempo, il sospetto di una voluta degenerazione commerciale nell’insieme dei lavori del compositore americano. Diciamo che non ha la complessità e la poderosa imponenza di Music in Twelve Parts o di Einstein on the Beach, ma la musica è sicuramente bella, non semplicistica, pur se può essere ascoltata con un certo disimpegno. È vero anche che da Glassworks in poi il suo autore ha avuto così tante proposte e richieste che a volte una certa sensazione di modelli «ciclostilati» si è sentita nei lavori susseguenti di Glass, ma a lui, per tutto ciò che ha fatto e realizzato in questi ultimi sessant’anni, possiamo solo elargire omaggi senza fine. Onori che allo stesso compositore, presente nell’affollata sala del Roulette, sono stati lungamente espressi con applausi e ossequi alla fine del concerto. La musica di Glassworks è stata riarrangiata per la Bang on a Can All-Star dal più devoto esegeta glassiano, Michael Riesman, anche lui presente nel pubblico. Riesman, dei sei brani che compongono l’album, ha ridefinito e levigato la forma, facendo emergere la nobiltà intrinseca dello stile dell’autore, senza scadere in facili estetismi o infiocchettature ornamentali. A Steve Reich invece è stato dedicato lo spazio più importante al festival per celebrare il suo prossimo novantesimo compleanno, con una maratona di alcuni suoi capolavori, ripetuta per ben due volte al prestigioso Fisher Theater del BAM. Abbiamo quindi avuto il piacere di riascoltare in concerto opere importanti, del tutto centrali nella storia della musica del novecento, quali Piano Phase che risale al 1967, Four Organs del 1970, Sextet del 1984 e Electric Counterpoint del 1987. Sono composizioni nelle quali il genio di Reich si è espresso al massimo livello, con un’elaborazione del minimalismo che ha fatto scuola. In particolare il Four Organs per quattro musicisti alle tastiere Farfisa, che eseguono una partitura a incastro con dilatazioni sia tonali che ritmiche, basate su un solo accordo e punteggiate da un percussionista con due maracas suonate senza sosta, è forse l’esempio più fulgido dell’estetica del compositore. 

Lo stesso Philip Glass, ricordiamo, era uno dei tastieristi nella prima versione su disco. È impressionante il fatto che il brano, ascoltato oggi, crei la stessa emozione e promuova quel senso di assoluta modernità che aveva più di cinquanta anni fa. Bravissimi e precisi nell’esecuzione del repertorio reichiano i musicisti dei gruppi So Percussion e di Dither and Friends, già noti a chi conosce la musica di Steve Reich, ma a lui particolarmente devoti nell’ambito del festival con questa maratona-omaggio speciale all’autore che forse più di tutti gli altri ha costruito e dispiegato in modo definitivo tutta l’estetica del minimalismo. 

Dither Guitar Orchestra ©Enzo Capua
Dither Guitar Orchestra ©Enzo Capua

Il jazz, d’altra parte, ha avuto un suo notevole spazio al Long Play: i gruppi di Billy Hart, di Kris Davis, di Matthew Shipp, di Steve Lehman con Mark Turner, di Brandon Ross e tanti altri hanno arricchito il già sontuoso cartellone della manifestazione. Fra loro ci piace mettere in evidenza il quartetto del batterista Billy Hart, con Nicole Glover al sax tenore, Ethan Iverson al piano e Joe Martin al contrabbasso: fa impressione il leader che suona ancora ai massimi livelli alla bella età di ottantacinque anni. Con lui il sempre elegante Iverson e la Glover che brilla fra i sax player dei nostri giorni per lucidità e senso dello swing. 

Steve Lehman ©Enzo Capua
Steve Lehman ©Enzo Capua

A proposito di sax, il quartetto di Lehman e Turner, che ha presentato il bellissimo omaggio alla musica di Anthony Braxton, uno degli eventi musicali di quest’anno, ha letteralmente stravolto il pubblico di Brooklyn per compiutezza, forza espressiva e capacità di rendere al meglio la musica del grande compositore americano. Anzi, ascoltando quel repertorio, che perlopiù risale agli anni Settanta, ci ha fatto pensare a quanto Braxton fosse stato fondamentale per l’evoluzione dell’estetica jazzistica, forse un po’ messa da parte nella sua produzione più recente, sempre più cerebrale e introversa. Per finire una notazione doverosa verso la trombonista Kalia Vandever, da noi già intervistata di recente (Musica Jazz, gennaio 2026), che con il suo nuovo progetto si sta affermando fra le voci strumentali di cruciale importanza nel panorama musicale odierno, dal jazz originato e allargato a sonorità contemporanee davvero originali, frutto di una personalità artistica che non conosce preclusioni di sorta. Di Kalia sentiremo parlare più spesso in futuro con gli elogi che questa giovane musicista si merita senz’altro. 

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