Lee Konitz: King of the Road

di Nicola Gaeta

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Lee Konitz e Dan Tepfer

Il sassofonista statunitense è scomparso all’età di novantadue anni per le complicazioni di una polmonite. Sul numero 797 (aprile 2017) avevamo intervistato il grande sassofonista di Chicago, dedicandogli anche la copertina della rivista. Ecco che cosa ci aveva raccontato in quell’occasione.

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Il cool è stata una delle correnti più intellettuali e audaci del jazz. Nonostante il nome, era una musica tutt’altro che gelida. Si staccava dal bebop per una ricerca del suono più attenta, forse più curata, ma in termini di calore aveva pochi eguali. E se il bop è stata – com’è stata – una delle grandi rivoluzioni del jazz, il cool ha percorso strade che ne hanno anticipato altre, per esempio quella del free jazz. Lee Konitz ha avuto un ruolo di primo piano nell’imporre l’estetica del cool all’attenzione del pubblico degli appassionati di jazz. Miles Davis, che lo aveva voluto con sé nelle storiche incisioni di «Birth Of The Cool», così rispose a un intervistatore che gli chiedeva cosa ne pensasse dell’avanguardia musicale degli anni Sessanta: «Cosa c’è di avanguardistico in tutto questo? Quindici anni fa, Lennie Tristano e Lee Konitz hanno creato idee più nuove della roba che va di moda oggi. E quando le hanno create avevano un senso musicale compiuto». Lee Konitz, che a ottobre compirà novant’anni, è uno dei contraltisti più influenti nella storia del jazz, e la sua importanza sullo strumento non è molto inferiore a quella di Charlie Parker. La storia del sax contralto si è svolta anche nell’antitesi tra questi due importanti musicisti. La carriera di Konitz è iniziata verso la fine degli anni Quaranta del Novecento, nell’orchestra di Claude Thornhill, ma la prima maturazione è avvenuta con Lennie Tristano, tramite il quale Lee conobbe il tenorista Warne Marsh, un genio mai troppo valorizzato che fu per lungo tempo il suo alter ego. In quel periodo il jazz era suonato soprattutto nei club, abitudine che il sassofonista di Chicago non ha mai smarrito, al contrario di molte superstar. Personalmente abbiamo amato il disco inciso per la Atlantic nel 1955 «Lee Konitz With Warne Marsh» e il Prestige del 1950, «Subconscious Lee», fondamentale per comprendere l’arte del sassofonista e l’estetica del cool jazz. Ma ogni suo lavoro è un esempio di dedizione e coerenza. È uscito di recente «Frescalalto», (Impulse!), una superba manciata di raffinatissime rivisitazioni di standard (da Stella By Starlight a Darn That Dream a Cherokee) in quartetto con Kenny Barron al pianoforte, Peter Washington al contrabbasso e Kenny Washington alla batteria.

Quando ci è stato chiesto di intervistare Konitz pensavamo che si trattasse di uno scherzo. Non capita tutti i giorni di poter scambiare quattro chiacchiere, anche se solo per telefono, con uno dei musicisti che hanno contribuito in maniera incisiva all’evoluzione del jazz.

Sono emozionato e nello stesso tempo imbarazzato nel farle questa intervista. Emozionato perché non capita tutti i giorni di scambiare due chiacchiere con uno dei giganti del jazz. Imbarazzato perché su di lei, almeno sotto forma di intervista, è già stato scritto, e in maniera esaustiva, da Andy Hamilton in un bellissimo libro edito in Italia da EDT/Siena Jazz. Comunque rompiamo il ghiaccio e mi dica se è contento del risultato ottenuto con «Frescalalto», una piccola rimpatriata tra vecchi amici. Kenny Washington e Kenny Barron avevano già inciso con lei tempo addietro…
In realtà sono rimasto molto deluso dal fatto che ci sia voluto così tanto tempo per farlo uscire sul mercato. Ero convinto che sarebbe stato pubblicato un anno fa. Ovviamente sono orgoglioso del risultato musicale, nel quale – inutile dirlo, ma lo dico lo stesso – i miei partner hanno giocato un ruolo fondamentale.

Questo disco è l’ennesima conferma, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che rivisitare gli standard – e in questo disco lei rivisita anche se stesso in Thingin’ – è un esercizio che può esprimere creatività alla stessa stregua della libera improvvisazione oppure della composizione di nuovi brani. Se lei dovesse tirare le somme e alla luce della sua esperienza cosa dovrebbe sviluppare un musicista di jazz oggi per affermarsi in questo difficile mondo?
Implementare la sua creatività, e questo può avvenire solo attraverso la pratica dell’improvvisazione. È stato, e lo è ancora, uno degli scopi della mia vita. E poi un musicista di jazz non deve preoccuparsi di affermarsi, bensì di suonare.

La sua vita è un piccolo trattato di storia del jazz. Ha partecipato alle incisioni della Tuba Band, ha registrato dischi memorabili con Lennie Tristano e Warne Marsh, ha suonato con l’orchestra di Stan Kenton e tanto altro. Se dovesse delineare una traccia quali sono stati i passaggi fondamentali della sua vita di musicista, quelli che hanno segnato in maniera indelebile il suo rapporto con il jazz?
Non saprei. Mi sono piaciute tutte le situazioni, almeno quasi tutte, alle quali ho avuto l’onore di partecipare. La mia vita musicale ha avuto una costante: l’occasione di improvvisare, di suonare nella maniera più libera possibile. Mi ritengo un uomo fortunato e sono felice di aver potuto provare un’esperienza musicale così intensa. Ho inciso circa duecento dischi che, devo dire, mi piacciono molto. Oggi la scommessa è trovare il tempo per riascoltarli tutti!

Konitz con Tristano e Warne Marsh

Parliamo del suo rapporto con i pianisti. A parte Tristano, che immagino sia una presenza ingombrante, con quali altri pianisti si è trovato a suo agio?
L’esperienza con Tristano mi ha permesso di rendere meno «ovvia», sotto molti aspetti, la mia musica…

Sotto quali aspetti?
Innanzitutto dal punto di vista dell’intensità: la nostra linea musicale era affrontata con un intenso legato, ottenuto con gli accenti, con la lingua, con il soffio. Ed era una intensità che noi perseguivamo sia nei brani lenti sia in quelli più ritmati.

E con i pianisti di oggi?
Dan Tepfer è uno che mi piace molto: suoneremo insieme in quartetto la settimana prossima. Brad Mehldau, forse il mio preferito in assoluto. Florian Weber, un pianista tedesco, col quale mi piace suonare e registrare. Spesso suono con gente che non conosco bene. Ma questi sono quelli con cui mi trovo meglio.

Ha mai suonato con Monk?
No. Ed è un vero peccato. Credo che mi sarebbe piaciuto. Monk suonava con uno swing incredibile e, soprattutto, lasciava molto spazio ai musicisti che suonavano con lui. Sicuramente mi sarei divertito. L’ho conosciuto, certo…. Che risate… Era veramente un tipo singolare.

Ho letto che ai suoi genitori piacevano la musica classica e l’opera. Com’è avvenuto il suo incontro col jazz?
Era la musica della mia generazione. Chiunque fosse interessato lo aveva a disposizione. A me piacevano Glenn Miller e, in generale, tutte le big band che suonassero qualcosa di ballabile. Per un lungo periodo mi sono identificato in quel genere di musica. Ho ascoltato Johnny Hodges con l’orchestra di Duke Ellington, Coleman Hawkins. Dopo aver sentito Benny Goodman, che è ancora uno dei miei musicisti preferiti, chiesi ai miei genitori di comprarmi un clarinetto perché volevo suonare come lui: allora non sapevo che non avrei percorso la sua strada ma Benny è stato una delle mie principali fonti di ispirazione. Subito dopo ho iniziato a frequentare gente dell’ambiente del jazz ed eccomi qui.

Qual è il suo rapporto con la musica di tradizione ebraica come il klezmer?
Nessuno. A me piace il jazz.

Parliamo dell’etichetta «cool». Immagino che l’abbia perseguitata per tutta la vita. Mi sembra però che non le sia molto simpatica. Sbaglio?
Sì, sbaglia. Non ho alcun problema con questo termine. Credo che, preso in senso positivo, sia un’ottima descrizione della mia musica. In un contesto negativo qualcuno le ha addebitato una mancanza di intensità in contrapposizione con la musica di Charlie Parker o di Art Blakey che, a differenza di noi, suonavano musica nera, hot. Ma io non le ho mai conferito questa accezione negativa. Con Tristano suonavamo melodie basate sulle progressioni del bop, solo che volevamo estenderle in una diversa direzione, con linee più lunghe, ulteriori aggiunte armoniche e differenze ritmiche.

Konitz con Peter Washington, Kenny Washington e Kenny Barron (di John Abbott, cortesia Universal)

È vero che per diventare un musicista di jazz si può anche fare a meno delle scuole?
Se uno ha la fortuna di poter andare a scuola vuol dire che ha la possibilità di accorciare i tempi e di ricevere un’educazione. Io sono favorevole alle scuole perché non ho avuto questa fortuna: ho imparato a suonare il mio strumento prendendo lezioni di sax e clarinetto da insegnanti privati. Non mi piaceva andare a scuola. Ma non significa che si debba seguire il mio esempio. Quelli erano altri tempi…

Esiste un luogo comune che  considera il jazz un’arte legata molto all’individualità, alla capacità espressiva del singolo, qualcosa che può fare a meno della didattica. La credenza che, se uno decide di suonare il sassofono, forse è meglio che impari a suonare sui dischi di Charlie Parker o di Lee Konitz piuttosto che iscriversi a una scuola…
Diciamo che da questo punto di vista sono d’accordo. Credo sia meglio imparare il jazz da quelli che lo sanno suonare, piuttosto che andare a scuola. Del resto è la maniera con la quale ho appreso a suonare io. Da questo punto di vista ho imparato alla scuola dei grandi, ascoltando Charlie Parker, Lester Young, Coleman Hawkins (mi sono esercitato a lungo sulla sua Body And Soul). Ma anche Roy Eldridge, Dizzy Gillespie e tanti altri.

In un’intervista rilasciata alla nostra rivista, Henry Threadgill dichiarava che il livello tecnico dei musicisti di oggi è molto alto – le scuole in questo hanno avuto un ruolo – ma è sempre più difficile trovare musicisti che abbiano una personalità. Lei è d’accordo? Se sì, quali sono i musicisti delle nuove generazioni che la emozionano?
Sicuramente i pianisti che ho menzionato poc’anzi. Non sono mai stato un fan di musicisti come Sonny Stitt, per esempio. Quelli come lui e, più in generale, certi musicisti bop erano arroganti e critici verso la mia ricerca. Per rispondere meglio alla sua domanda, sono attratto da tutti i musicisti delle nuove generazioni che hanno qualcosa da esprimere: li vado a sentire ogni volta che posso. Non sono proprio convinto che i giovani abbiano meno da esprimere rispetto a noi.

Che cos’è il jazz?
Un genere di musica basato su due cose fondamentali: dei buoni standard e delle situazioni che si aprono all’inventiva dei musicisti. E deve regnare sovrana l’improvvisazione.

Che musica ascolta oggi Lee Konitz?
Tutta la musica che dicevo prima: ascolto i miei dischi, quelli dei grandi del passato e sono felice di poterli ascoltare sempre e di nuovo.

A 89 anni si ha ancora l’energia per sperimentare?
Certo. Grazie a Dio, sono grato di avere ancora interesse a provarci. Non so quanto mi resta e sono vicino alla fine, ma prendo la vita con calma e godo di ciò che riesco a fare.

E qual è il suo prossimo progetto?
Portare in giro il mio quartetto con Dan Tepfer al pianoforte, George Schuller alla batteria e Jeremy Stratton al contrabbasso.