Laura J Marras: una nuova voce del sassofono

Parliamo con la sassofonista di Iglesias del suo album d'esordio, un riuscito omaggio alla musica di Joe Henderson

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Nata a Iglesias, Laura J. Marras si avvicina alla musica a soli otto anni, iniziando lo studio del sassofono e coltivando sin da subito una profonda passione per il jazz. Diplomata con il massimo dei voti al Conservatorio di Cagliari «Giovanni Pierluigi da Palestrina», costruisce negli anni un percorso solido e intenso tra orchestre, ensemble e progetti originali. Primo sax alto dell’Orchestra Jazz del Conservatorio e membro della Sardica Swing Orchestra, affianca all’attività orchestrale una costante presenza nella musica dal vivo in quartetto e quintetto. Dopo collaborazioni discografiche di rilievo, il 16 gennaio 2026 firma il suo debutto con «Serenity – Laura J Marras plays Joe Henderson», (pubblicato dalla WoW Records). Con lei, Francesca Corrias (voce, flauto traverso e testi), Alessandro Di Liberto (pianoforte e arrangiamenti), Alessio Cogotti (batteria) e Gabriele Loddo (basso elettrico). Parallelamente, trasmette la sua passione alle nuove generazioni come docente di musica nella scuola primaria.

Come nasce la tua passione per il jazz?
In realtà il jazz non faceva parte del mio ambiente familiare. A casa si ascoltavano soprattutto cantautori italiani e rock anni Settanta; mio padre suona la chitarra, quindi la musica era molto presente, ma non il jazz. Per molti anni ho ascoltato prevalentemente pop e rock, italiano e internazionale. Poi, a un certo punto, ho sentito il bisogno di qualcosa di diverso. Il mio orecchio cercava una musica che fosse più imprevedibile. Ricordo perfettamente il momento in cui è scattata la scintilla. Ero al mare e quasi per caso ho cercato «musica jazz» sul telefono. Il primo brano che ho ascoltato è stato Infant Eyes di Wayne Shorter. È stato un impatto fortissimo, una vera rivelazione. In quel momento ho capito che quella era la musica che volevo suonare.

Nasci musicalmente in un contesto bandistico e ti formi poi nel jazz accademico. Quanto questa doppia radice ha influenzato il tuo modo di suonare oggi?
Il contesto bandistico è stato una palestra fondamentale. Sono entrata in banda da bambina, avevo dieci anni, e il sassofono era quasi più grande di me. Lì ho imparato la lettura, il senso del tempo, la disciplina dello studio, ma soprattutto a suonare insieme agli altri. Il percorso nel jazz accademico è arrivato successivamente e ha aperto nuove prospettive: la comprensione dell’armonia, il rapporto tra scale e accordi, l’improvvisazione e la conoscenza dei grandi maestri. Sono due mondi distinti, ma complementari. La banda mi ha dato solidità e senso dell’ensemble; il jazz mi ha aperto alla libertà. 

Il Conservatorio di Cagliari ha avuto un ruolo centrale nella tua formazione. Cosa ti ha lasciato, artisticamente e umanamente, lo studio con Stefano D’Anna e Achille Succi?
Il mio primo insegnante di jazz è stato Stefano D’Anna, che mi ha seguita dal primo anno di triennio e successivamente durante il biennio. Quando ho iniziato, avevo ancora poca dimestichezza con il linguaggio jazz. Con lui ho costruito le basi: la familiarità con gli accordi e le sequenze armoniche, il lavoro sulla tecnica, sull’intonazione e sull’improvvisazione, orientandomi progressivamente nel linguaggio degli standard della tradizione. Negli ultimi due anni del triennio ho studiato con Achille Succi. Con cui il lavoro si è orientato maggiormente sul suono, sulla ricerca espressiva e sulla sperimentazione compositiva. 

Laura J Marras
Laura J Marras

Accanto all’attività artistica sei anche docente. Quanto l’insegnamento incide sulla tua consapevolezza musicale?
Insegno propedeutica musicale e strumento ai bambini, e questa esperienza incide molto sulla mia consapevolezza. L’insegnamento ti costringe a fermarti e a rendere chiari molti aspetti che, quando suoni, rischi di dare per scontati. Spiegare la respirazione, il suono, la postura, la meccanica dello strumento e gli elementi di base della tecnica significa rimettere continuamente a fuoco questi aspetti anche per sé. In questo senso, insegnare è sempre un processo di apprendimento reciproco. Lavorare con i bambini, inoltre, mi riporta a una dimensione molto autentica della musica. I bambini hanno un modo di vivere molto «jazz»: sono spontanei, curiosi, non hanno paura di sperimentare e si relazionano al suono con libertà e naturalezza.

Dal ruolo di primo sax alto in orchestra alla dimensione del combo; come cambia il tuo approccio al suono e all’improvvisazione?
Nella big band il contesto è più strutturato: gran parte del materiale è scritto e bisogna rispettare tempi, dinamiche ed equilibri tra le sezioni. Anche gli spazi per l’improvvisazione sono definiti e la durata degli assoli è stabilita, quindi l’approccio deve essere essenziale e controllato, al servizio del suono orchestrale. Nel combo, invece, tutto è più aperto. L’organico ridotto favorisce l’ascolto e l’interplay e i tempi dell’improvvisazione possono dilatarsi. Le forme sono più flessibili e, attraverso il dialogo tra i musicisti, i brani possono evolvere liberamente e prendere direzioni anche impreviste.

«Serenity – Laura J Marras plays Joe Henderson» è il tuo debutto discografico. Come nasce l’idea dell’album e perché hai sentito che questo era il momento giusto per fissare su disco la tua visione musicale?
In un primo momento ho suonato la musica di Joe Henderson come omaggio, eseguendo i brani nelle loro forme originali con un altro quartetto. Questo percorso è stato molto importante, perché mi ha permesso di conoscere a fondo un repertorio straordinario. Allo stesso tempo, però, sentivo di non avere qualcosa di realmente nuovo da aggiungere ai brani originali, cosa che mi limitava artisticamente. Per questo ho affidato ad Alessandro Di Liberto il lavoro di arrangiamento: il suo intervento ha trasformato profondamente i brani a livello armonico, ritmico e formale con l’aggiunta di seconde voci che facessero da contrappunto alle melodie originali, rimaste inalterate. Suonandoli molte volte, questi arrangiamenti sono diventati uno spazio in cui potermi muovere con sempre maggiore naturalezza. La nuova veste data ai brani mi ha fatta sentire più libera a livello espressivo, tanto da avvertire l’esigenza di fissare questo progetto su disco. 

Il disco è interamente dedicato a Joe Henderson. Che cosa rappresenta per te, come musicista e come compositrice/interprete?
Per me rappresenta un grande maestro, un musicista che ho sempre stimato perché sento in lui una voce profondamente originale. Nella sua musica non ci sono cliché: ogni frase, ogni scelta sembra nascere da un pensiero personale e da una forte identità artistica. Mi colpisce molto il suo suono, intenso ed espressivo, capace di trasmettere un’emozione diretta e profonda. Allo stesso tempo, il suo modo di improvvisare risulta sempre in equilibrio tra struttura e ricerca, tra controllo e apertura.

Sottolinei che non si tratta di un semplice tributo. In che modo hai lavorato per «rileggere» Henderson senza imitarlo?
Per rileggere la musica di Joe Henderson senza imitarlo, il primo passo è stato costruire un contesto sonoro che mi permettesse di trovare una voce personale. Ho organizzato molte sessioni di prove, con l’obiettivo di creare prima di tutto un suono d’insieme, una dimensione collettiva dentro la quale potermi muovere con libertà. La scelta dei musicisti è stata fondamentale. Ho cercato persone che rispecchiassero la mia idea di interplay: un modo di suonare basato sull’ascolto reciproco, sulla flessibilità e sulla disponibilità a costruire la musica nel momento, senza schemi rigidi o soluzioni predefinite.

Henderson è noto per la complessità armonica; come affronti questi brani dal punto di vista dell’improvvisazione?
Dal punto di vista armonico, il lavoro di Alessandro sugli arrangiamenti ha inciso in modo significativo. Le armonie originali di Henderson non sono state mantenute: in molti casi sono state rielaborate e, in alcuni brani, addirittura trasformate. Questa rielaborazione ha cambiato in modo sostanziale il contesto dell’improvvisazione: avendo a disposizione nuovi percorsi armonici e nuove strutture, il mio approccio ai soli è diventato in maniera naturale più personale e spontaneo.

Come lo hai realizzato «insieme» ai tuoi musicisti?
Il lavoro è nato dall’incontro e dall’intreccio delle sensibilità di ciascun musicista. Fin dall’inizio l’idea era quella di costruire un suono collettivo, basato sull’interplay e sulla possibilità di far emergere le personalità individuali all’interno di un equilibrio comune. Ogni musicista ha dunque dato il suo contribuito artistico aggiungendo dinamiche, colori e direzioni.

La tracklist attraversa diverse fasi della carriera di Henderson: c’è un filo narrativo che lega i brani tra loro?
Più che un filo narrativo, ciò che unisce i brani è una condizione emotiva e sonora: l’idea era quella di creare un mood etereo che attraversasse tutto il disco. In un certo senso, è come se questa musica fosse riaffiorata in seguito a un sogno: riconoscibile, ma trasformata.

Come sono nati gli arrangiamenti insieme ad Alessandro Di Liberto?
Come ho già accennato parlando della nascita di Serenity, gli arrangiamenti sono stati curati interamente da Alessandro. Nel momento in cui abbiamo iniziato a provare in quintetto, i materiali sono stati tati interiorizzati e personalizzati da ciascuno di noi.

Che ruolo ha avuto l’ensemble nel plasmare la forma finale dei brani?
L’ensemble ha avuto un ruolo molto importante nella forma finale dei brani. Fin dall’inizio ho scelto musicisti con sensibilità affini alla mia, persone che sapevo avrebbero potuto contribuire in modo attivo e creativo al suono del gruppo.

Dal punto di vista timbrico, che tipo di suono cercavi su sax alto e soprano in «Serenity»?
Dal punto di vista timbrico, il mio obiettivo è mantenere un’identità sonora personale, senza riferimenti imitativi. Sia sull’alto sia sul soprano cerco un suono caldo e rotondo, ma allo stesso tempo presente ed energico. Per me è fondamentale che il suono rifletta un alto grado di spontaneità. Cerco un’emissione naturale, non costruita, che segua il flusso dell’improvvisazione.

Laura J Marras
Laura J Marras e Francesca Corrias

I tuoi assolo su «Serenity» nascono più dall’istinto del momento o da un lavoro più ragionato in studio?
Nonostante lo studio offra oggi molte possibilità di intervento e di controllo, in «Serenity» abbiamo cercato di mantenere un approccio il più possibile legato al momento. L’obiettivo era infatti quello di conservare quella freschezza e quella immediatezza che nascono solo dall’istinto e dall’interazione reale tra i musicisti.

In brani come Black Narcissus o Isotope, come hai lavorato sul fraseggio per mantenere l’equilibrio tra rispetto della forma e libertà improvvisativa?
Non credo esista una ricetta particolare, se non quella dello studio costante e approfondito. Il mio modo di lavorare è stare molto tempo sui brani, tornarci più volte, anche rimanendo a lungo sullo stesso materiale. Con il passare dei giorni e delle settimane, mi accorgo che le diverse idee sperimentate iniziano naturalmente a trovare una sintesi e un equilibrio tra loro.

La presenza della voce e del flauto di Francesca Corrias aggiunge un livello narrativo particolare. Come avete costruito questo dialogo timbrico?
Ho scelto Francesca perché ha una grande qualità: è capace di interpretare un testo con grande profondità espressiva, ma allo stesso tempo di usare la voce come uno strumento. Questa sua versatilità ha reso il nostro dialogo timbrico molto naturale. Francesca ha inoltre scritto i testi per tre brani, Serenity, Black Narcissus e La Mesha. In questo modo le melodie si arricchiscono di una dimensione ulteriore: il suono diventa parola che esalta il significato del suono stesso e conferisce maggiore originalità alla rilettura dei brani.

In che modo la voce ha influenzato il tuo modo di fraseggiare e «respirare» sul sax?
Il dialogo con la voce ha richiesto da parte mia ascolto e flessibilità, ma allo stesso tempo ha rappresentato uno stimolo: il mio sassofono è entrato in una dimensione più espressiva e narrativa, avvicinandosi in maniera naturale alla voce di Francesca.

Come trasmetti il jazz alle nuove generazioni, soprattutto in un contesto scolastico primario?
Con i bambini cerco prima di tutto di creare un rapporto sereno e aperto con la musica, evitando un approccio troppo teorico o rigido. Lavoro molto attraverso il corpo, con attività di body percussion, perché il ritmo deve essere prima di tutto vissuto fisicamente. A questo affianco momenti di improvvisazione libera, sia con il movimento sia con lo strumento, per stimolare la loro creatività e spontaneità.

Se dovessi indicare un mito maschile e uno femminile del sax che hanno influenzato il tuo percorso, chi sceglieresti e per quali aspetti specifici (suono, linguaggio, attitudine)?
Tra le figure maschili oltre Joe Henderson, ovviamente, un riferimento fondamentale per me è Wayne Shorter. Nella sua musica sento una continua ricerca e una forte identità espressiva. Tra le figure femminili, un riferimento importante per me è Jane Ira Bloom. Il suo suono è lirico e personale, e il suo lavoro sulla dimensione timbrica e sullo spazio mi ha da sempre affascinata.

Laura J Marras Serenity

Dopo «Serenity», senti di aver chiuso un capitolo o di aver aperto una nuova direzione artistica?
Per me ogni disco è una tappa di un percorso, una pietra miliare su cui basarmi per continuare a costruire e andare avanti. Vorrei che il mio lavoro si sviluppasse in continuità: ogni progetto dovrebbe far parte di un cammino artistico che cerca di evolversi il più possibile, ma in una direzione coerente. 

Tra progetti orchestrali, combo e omaggi come Shorter’s Vision, quale spazio vedi per la tua voce più personale nei prossimi anni?
Credo che la mia voce personale non sia legata tanto a una specifica formazione o a un autore, quanto a un modo di stare nella musica fatto di ascolto, studio approfondito, ricerca del suono e desiderio di costruire un mio spazio musicale autentico.

Puoi dirci i tuoi progetti futuri partendo da Il Filo del Vento e altri?
Uno dei progetti a cui sto lavorando è Il filo del vento: un progetto musicale e narrativo ispirato ai miti, alle leggende e all’immaginario della Sardegna, in cui la musica dialoga con la parola e con una dimensione evocativa legata al racconto e all’atmosfera. Il progetto debutterà all’interno di Insulae Lab, la residenza artistica di Berchidda diretta da Paolo Fresu il 15 marzo 2026, in un contesto di ricerca e creazione che mi permetterà di approfondire il lavoro compositivo e performativo.

Il filo del vento suggerisce un’idea di movimento continuo e di leggerezza; dal punto di vista compositivo e improvvisativo, come stai lavorando su forme aperte, sviluppo tematico e gestione del tempo per tradurre questa immagine in musica?
Il filo del vento è un progetto pensato per una formazione in trio – sassofono, tastiere e batteria – in cui la musica nasce da una continua creazione di paesaggi sonori. Il vento è il filo conduttore che attraversa il lavoro e che, simbolicamente, accompagna il racconto delle storie e delle atmosfere legate alla Sardegna. Composizione e improvvisazione sono complementari: i brani partono da idee melodiche semplici ed essenziali, che diventano uno spunto per aprire nuovi mondi immaginifici. Attraverso l’ascolto e l’interplay, queste idee melodiche si trasformano e si sviluppano, dando vita a paesaggi sonori in continuo movimento, che cambiano forma e direzione, proprio come il vento.

A livello timbrico e tecnico, prevedi un’evoluzione nel tuo approccio al sax alto e soprano rispetto a «Serenity», ad esempio nell’uso delle dinamiche, delle articolazioni o di strutture modali più estese?

Penso che, come succede nella vita di ogni persona, anche nella musica esista un’evoluzione naturale. È un processo che mi interessa seguire e assecondare nel tempo. Ho già percepito questa trasformazione fin dall’inizio del mio percorso: siamo in continua evoluzione come persone e, proprio perché cambiamo noi, cambia ed evolve anche il nostro linguaggio musicale.

Quali sono i tuoi hobby?
Mi piace molto leggere, in particolare romanzi biografici. Inoltre, vivendo in Sardegna, amo trascorrere il tempo a contatto con la natura: camminare sulla spiaggia e respirare l’aria del mare. Quando possibile, faccio qualche viaggio di piacere.

C’è qualcosa che vorresti dirmi che non ti ho chiesto?
No, anzi, ti volevo ringraziare per tutte queste domande che mi hanno dato la possibilità di parlare in maniera approfondita di me e dei miei progetti. 

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