Lana Meets Jazz, Lana, dal 5 al 10 giugno 2026

di Giuseppe Segala

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In questo caso, nel sintetico resoconto della quattordicesima edizione di Lana Meets Jazz, ci piace iniziare dalla conclusione. La ragione è da imputarsi parzialmente alle bizze del tempo, che nelle ultime due giornate del festival ha costretto gli ideatori della rassegna, Helga Plankensteiner e Michael Lösch, a dirottare convenientemente i concerti in luoghi chiusi. Così, l’esibizione di sola fisarmonica che ha visto protagonista Vincent Peirani nell’ultima serata ha trovato ospitalità all’interno della Chiesa Madre di Santa Croce, anziché nello spazio programmato della giardineria Galanthus. L’imponente e austero spazio sacro, ingentilito dalle vetrate policrome con giochi geometrici, ha certamente suggestionato la lunga prima parte di performance del musicista francese, spingendolo a uno scandaglio di grande profondità spirituale, che lui stesso ha chiamato “Family Suite”, con brani senza soluzione di continuità, dedicati al padre a e ai figli. La fisarmonica ha incarnato il ruolo di un organo di piccole dimensioni, ma di alta pregnanza, con musica dal respiro possente, dai forti contrasti dinamici, di volta in volta confidenziale, acrobatica, delicata. Il pubblico assorto nell’ascolto avverte lo stretto dialogo tra gli episodi: modulazioni armoniche e ritmiche sono mirabilmente tracciate e sviluppate in una densa coerenza narrativa. Nella parte finale della performance, l’atmosfera si stempera in una dimensione più leggera, ma ancora significativa nell’accostamento di Chaplin e Lennon: “Smile” e “Imagine”, cucite senz’altro dall’auspicio di un umanesimo ancora possibile. Nel bis conclusivo, Peirani parte da un brano tradizionale di Bali per approdare sereno a Simon e Garfunkel.

Un balzo indietro ci catapulta alla fase iniziale del festival, dove l’istrionico mattatore è stato senza dubbio Matthias Schriefl, che ha aperto con la tromba e con l’Alphorn, in duo con il contrabbasso di Alex Morsey, l’esposizione fotografica “Round About Miles” di Roberto Cifarelli: scatti vivaci, stampati in grande formato, esposti nella via principale della cittadina alle porte di Merano, che presentavano collaboratori di Miles Davis, nel centenario della nascita. Tra gli altri, Sonny Rollins, Jack DeJohnette, Joe Zawinul, Herbie Hancock, Wayne Shorter, Gary Bartz. Anche nel concerto successivo, alla biblioteca di Lana, la vena dissacrante del musicista germanico era in primo piano con il suo gruppo Schreefpunk, nella pulsante, ironica mescolanza, perfettamente equilibrata nei suoi ingranaggi, di jazz, musica folkloristica alpina, ritmi caraibici, flamenco, avanguardia e tradizione. L’organico inusuale che connette tromba e flicorni, Alphorn, fisarmonica e oggetti vari del leader, con chitarra, contrabbasso, tuba, violino, viola e violoncello, permette a Schriefl di sciogliere gli ormeggi della propria lucida follia. Nella musica dal metro complesso e mutevole si stempera talvolta un lirismo delicato, con il condimento di deliziose armonie corali folk-surrealiste.

Barionda 2026 (Foto Roberto Cifarelli)

Il giorno successivo, nel contesto incantevole dello storico maso Burgerhof, si collocava il concerto di Barionda Reloaded. Una creazione originale di Helga Plankensteiner, che vanta ormai una decina d’anni di attività. Anche qui Schriefl ha fatto la sua apparizione a sorpresa, mostrando nuovamente la propria malleabilità e sensibilità nell’inserimento in circostanze diverse, pur mantenendo la propria inconfondibile cifra stilistica. La band presenta un organico speciale, forse unico, che allinea quattro sax baritoni, con la leader, Massimiliano Milesi, la nuova arrivata Giulia Barba e Rossano Emili, accostandovi la flessibile batteria di Mauro Beggio. Qui ha mostrato una salda maturazione nell’alternanza di insiemi robusti e ben strutturati, di interventi solistici, tra i quali spiccava la narrazione sopraffina di Emili. Con brani storici (tra cui Mulligan) e composizioni originali, tra le altre di Milesi, Klaus Dickbauer, Garrison Fewell. Ci auguriamo che la sintonia con Schriefl possa avere un seguito.

Barionda 2026 (Foto Roberto Cifarelli)

Altro piatto forte del festival è stato il trio di Jim Black, dove lo stimato batterista statunitense presentava due giovani europei: il sassofonista danese Asger Nissen e il bassista elettrico germanico Lennart Schandl. In questo caso, la proposta virava verso un panorama contemporaneo a  tinte forti, di robusto impatto energetico, con la batteria martellante alla ricerca di continue varianti, provocazioni, sconnessioni nel rapporto con il basso preciso, talvolta ipnotico nel proprio incedere. E con il sax alto che tracciava pennellate ampie e ipnotiche, liberando a tratti un fraseggio guizzante, spigoloso. Una proposta che deve ancora sviluppare appieno la propria complicità turbolenta, in grado di sprigionare masse granitiche, ma anche di librarsi con la forza di un reattore.

Diversa l’impostazione del trio di Lorenzo Frizzera, apprezzato chitarrista roveretano che ha tra l’altro avuto modo di ospitare Joey DeFrancesco, in un proprio lavoro di qualche anno fa. Accanto alla seicorde del leader, a Lana erano il basso elettrico del giovane Tommaso Cifariello Ciardi e la collaudata batteria di Matteo Giordani. Il trio ha lavorato su lunghe e articolate improvvisazioni, innescate da alcuni temi scritti da Frizzera, anche in tempi lontani. Se la matrice del chitarrista era originariamente rivolta a Pat Metheny, nel corso del tempo ha avuto modo di svincolarsi da quell’impronta, e oggi si sviluppa con scioltezza e maturità tra timbriche focose e sinuosi scandagli melodici, in una vena mutevole, ricca di spunti, nella salda empatia del trio.

Little Groovers (Foto Ruedi Ankli)

Tra le virtù del festival, giunto quest’anno alla quattordicesima edizione, non ci stanchiamo di sottolineare l’investimento sulle giovanissime leve provenienti dalla locale Scuola Musicale, spronate e guidate come sempre dall’entusiasmo degli stessi direttori artistici e ideatori della rassegna. Anche quest’anno, uno spazio significativo era riservato all’esibizione di Little Groovers, tre sax alti e un formidabile trombonista, dall’età media di dodici anni, in azione sia davanti all’entusiasmo degli allievi della Scuola elementare che alla Biblioteca comunale, nell’apertura dell’applaudito concerto di Nico Gori con il suo sestetto. Come è accaduto spesso negli anni passati, tra l’altro con Gianluca Petrella, Stefano Di Battista, Enrico Pieranunzi, lo stesso protagonista della serata si è unito a loro, in un dialogo di valore notevole per l’esperienza dei giovanissimi allievi. Il concerto di Gori ha poi evidenziato un ensemble compatto e ben lubrificato, percorso dall’esuberanza del virtuoso leader e dai gagliardi interventi dei comprimari, tra i quali si è distinto il chitarrista Andrea Muciarelli.
Giuseppe Segala

 

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