«Voices of Human Consciousness» è un titolo davvero suggestivo. Cosa rappresenta per te e che tipo di «voci» volevi che gli ascoltatori percepissero nel corso dell’ascolto dell’album?
Il titolo «Voices of Human Consciousness» racchiude diversi livelli di significato. Inizialmente è stato ispirato dalle opere d’arte di Wojciech Siudmak, ma riflette anche la realtà del mondo in cui viviamo oggi. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente molti ambiti della creatività, compresa l’industria musicale, ho voluto creare un’opera che mettesse in risalto ciò che è tipicamente umano: la profondità dell’esperienza, delle emozioni, della memoria e dell’identità culturale che sta alla base dell’espressione artistica.
L’album riunisce musicisti provenienti dall’Europa, dal Medio Oriente, da Cuba e dagli Stati Uniti. Qual era la tua visione quando hai messo insieme l’ensemble Sound Circle?
La ricchezza culturale del mondo è stata per me fonte di profonda curiosità e rispetto fin dall’infanzia. Ho sempre amato viaggiare ed esplorare prospettive diverse: prima attraverso i miei studi di Filologia Francese, poi attraverso la musica e, successivamente, durante il mio master in Relazioni Internazionali. Ero affascinata dalla domanda su cosa unisca le persone al di là delle culture e, allo stesso tempo, su cosa crei divisioni tra noi. Ho scelto la musica perché è lì che batte davvero il mio cuore, ma anche perché credo nel suo potere unico di unire le persone. Grazie ai miei viaggi, ho avuto la fortuna di stringere amicizie significative nel corso di molti anni e di incontrare musicisti le cui voci ho trovato davvero speciali. Sound Circle è il risultato del mio percorso musicale e ogni artista apporta il proprio linguaggio, la propria esperienza e la propria prospettiva; insieme creiamo un dialogo tra tradizioni provenienti da diverse parti del mondo, ed è proprio questa la mia visione. Piuttosto che limitarsi a combinare diverse tradizioni musicali, l’album sembra creare un dialogo autentico tra di esse.

Greg Osby è da decenni una figura di spicco nel jazz contemporaneo. Com’è stato collaborare con lui a questa registrazione?
È stato un piacere e un onore lavorare con lui a questa registrazione. Ci conosciamo da un po’ di tempo ormai ed era già un amico e un mentore quando ero a New York. Ascoltavo i suoi dischi e il mio sogno era quello di registrare con lui. Col passare del tempo, mi sono resa conto che anche la sua personalità era qualcosa che apprezzavo moltissimo. La sua presenza in studio era molto rasserenante e la sua fiducia nel progetto mi ha dato tantissima forza. Gli sono molto grata.
Greg Hutchinson una volta ha descritto il tuo modo di suonare la batteria come una fusione tra lo spirito di Tony Williams, Elvin Jones e la tua voce distintiva. Come ti rapporti oggi a queste influenze?
Tony Williams ed Elvin Jones saranno sempre presenti nel mio modo di suonare in un modo o nell’altro, semplicemente per l’enorme quantità di tempo che ho dedicato allo studio della loro musica. Lo stesso vale per ogni batterista che mi ha influenzato nel corso del mio percorso. Allo stesso tempo, credo che l’obiettivo non sia mai quello di imitare una voce particolare, ma di assorbire quelle influenze e trasformarle in qualcosa di personale. Trovare il proprio suono è una parte essenziale del diventare un artista. Per me, uno dei modi più efficaci per sviluppare quell’individualità è suonare la propria musica e le proprie composizioni.
Alceste Ayroldi
