Ho visto suonare per la prima volta Jordan Williams a Bergamo, nel marzo del 2024, in occasione del Jazz Festival che ogni anno si tiene nella città lombarda. Suonava in un quintetto guidato da Bobby Watson. Ricordo la sensazione che provai sentendolo suonare. Il suo pianoforte non sembrava soltanto uno strumento, ma una macchina del tempo, un organismo pulsante che respirava umori d’altri tempi. «Porca miseria» pensai «questo ha solo vent’anni». Era piegato sulla tastiera con le dita che danzavano come marionette impazzite e lo sguardo perso in un altrove che evocava da un lato il profumo del cotone delle piantagioni di cotone, dall’altro il fumo di Harlem. Di una Harlem che non esiste più. Su di lui l’ombra di Fats Waller, con il suo sorriso sornione e la sua gioia carnale e poi l’eleganza nobile di James P. Johnson, quella cerniera magica tra il ragtime e il jazz moderno. Williams attinge da lì, da quella sorgente di swing antico e irresistibile solo che lo fa con una mano nel presente e lo sguardo dritto nel futuro.
C’è qualcosa di profondamente teatrale nel suo modo di suonare. Ogni nota sembra un personaggio, ogni pausa un respiro necessario. E mentre il mondo attorno a lui corre in avanti, tra batterie elettroniche e algoritmi che scelgono suoni al posto degli uomini, Jordan risponde con il gesto più radicale possibile: tornare alle origini. Tornare a quella forma primitiva e sublime in cui il pianista era al tempo stesso la sezione ritmica, l’orchestra e il cantante.
Il suo debutto discografico, «Playing by Ear», per l’ottima Red Records, arriva in quartetto. E che quartetto. Alla batteria Jeff «Tain» Watts motore pulsante di infinite rivoluzioni sonore; al contrabbasso Nat Reeves, memoria viva del linguaggio hard bop; alla tromba Wallace Roney Jr., erede di un suono che sa ancora ferire. E curare. Da loro Jordan Williams non cerca riparo: si espone, dialoga, provoca. Ha vent’anni e un’anima da veterano. Sa che lo swing è una dichiarazione di libertà, ogni walking bass una rivendicazione d’identità, ogni chorus un frammento di storia afro-americana che torna a respirare attraverso il tempo.
Nel suo modo di toccare i tasti si sente la fame di chi conosce la fatica dei pionieri. Ma c’è anche un’eleganza disarmante, una consapevolezza rara nei giovani pianisti di oggi: la capacità di non imitare, ma di proseguire. Perché la tradizione non è un museo, è un campo di battaglia. E Jordan Williams combatte a colpi di swing, d’invenzione, di sincero amore per la verità.
Ascoltandolo ci si accorge che il jazz non è mai finito, che non si è mai chiuso in un decennio o in una formula. È ancora quella lingua viva che cambia con chi la parla. Williams la parla con accento antico e dizione moderna, restituendo alla tastiera il suo ruolo originario, la sua dimensione di strumento di libertà, di resistenza, di pura gioia espressiva.
E allora, più che un debutto, «Playing by Ear» è un manifesto, la prova che il fuoco brucia ancora, che non basta la modernità per cancellare la grazia di un pianista che sa sorridere alla vita anche quando la vita non sorride a lui. C’è in Jordan Williams la leggerezza di chi ha ascoltato troppo, di chi porta nella mente le ombre dei padri e nel cuore la speranza dei figli. E nel suo tocco, tra un accordo martellato e un arpeggio improvviso, si sente ancora quel messaggio semplice e potente che il jazz non ha mai smesso di consegnare al mondo: suona, e sarai libero.

Mi racconteresti qualcosa di te? Della tua vita? Dove sei nato, com’è iniziata la tua passione per la musica, e così via.
Sono nato a Filadelfia, in Pennsylvania. I miei erano degli appassionati di musica. La amavano. Mio padre suonava la batteria, suonava jazz, e ovviamente è stato lui ad inculcarmi questa passione. Mia madre adorava il gospel. Per cui sono nato e cresciuto in un ambiente ricettivo da questo punto di vista, in cui si ascoltavano molti dischi di jazz e di gospel. Anche se prima di loro devo citare i miei nonni, sia paterni che materni, che amavano la musica, e in particolare il jazz, in maniera viscerale. Mio nonno paterno ascoltava Art Blakey e i Jazz Messengers, Wayne Shorter, John Coltrane, Miles Davis e tutti i nomi possibili che puoi immaginare. Era più che un fan un vero e proprio fanatico del jazz e questo suo fanatismo l’ha trasferito a mio padre che ascoltava questo tipo di musica già dall’età di cinque anni. Pensa che a quell’età lui già ascoltava «Speak No Evil» di Wayne Shorter. Questa cosa è stata trasferita da mio padre a me. Mia nonna invece era una fan di Sarah Vaughan. Insomma la mia famiglia di provenienza è davvero una famiglia molto «musicale». Molti cugini, dal lato di mio padre, suonano ancora gospel nelle Chiese: sono batteristi, pianisti. Uno di loro era il pianista-leader di una famosa chiesa Battista negli anni Settanta-Ottanta. Questo per quel riguarda il lato paterno. Mi raccontano che mio nonno materno era solito saltare le lezioni a scuola per andare ad ascoltare jazz dal vivo. Mi dicono che negli anni cinquanta/sessanta si spingeva fino a New York per andare a sentire Freddie Hubbard e Miles Davis. Uno zio materno suona il pianoforte a orecchio, un cugino suona la batteria – è stato uno dei batteristi di McCoy Tyner durante gli anni Settanta. Quindi capirai, quando suono e mi esibisco dal vivo sento su di me lo spirito della mia famiglia. Ed è una cosa molto importante per me. Devo tutto alla mia famiglia di provenienza.
Quali sono i musicisti che ti hanno influenzato di più? Come pianista, ma anche come compositore…
Posso dire di essere stato ispirato da pianisti di qualsiasi epoca, da Jelly Roll Morton, James P. Johnson, Fats Waller, Monk. Anche se, forse, per rispondere in maniera un po’ più precisa le mie più forti fonti d’ispirazione sono rappresentate da Bud Powell, sicuramente uno dei miei pianisti preferiti, poi Herbie Hancock, McCoy Tyner. E poi mi piace tornare indietro e ascoltare i pianisti stride come Joe Turner.
«Playing by Ear» è il tuo album d’esordio. Come mai hai deciso di inciderlo con la Red Records? Un’etichetta italiana…
E molto prestigiosa… Sono stato presentato a loro da Bobby Watson, ma ovviamente li conoscevo da tempo per il gran lavoro che hanno fatto negli anni con il trio di Cedar Walton – con David Williams al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria – i dischi che hanno fatto incidere a Joe Henderson… Sapevo che Bobby aveva inciso con loro e aveva sviluppato un buon rapporto prima con Sergio Veschi e oggi con Marco Pennisi. Mi è sempre piaciuto il loro lavoro e quando in occasione del tour italiano Bobby mi ha presentato Marco io sono stato felice di poter iniziare a collaborare e incidere il mio disco d’esordio con loro.

Parlami di questo lavoro e del rapporto che sei riuscito ad instaurare con i musicisti che hanno contribuito con te alla sua realizzazione…
Il disco è stato ispirato da un altro pianista che ha avuto un grande significato per me, Kenny Kirkland, di cui ho appunto utilizzato la sezione ritmica, Nat Reeves al contrabbasso e Jeff «Tain» Watts alla batteria. Per me loro sono state una delle più grandi band di tutti i tempi. Ho suonato con entrambi in diverse situazioni, con Jeff «Tain» Watts al fianco di Isaiah Collier, una volta con Branford Marsalis in un omaggio a Bill Lee, il padre di Spike, mentre con Nat ho suonato in Massachusetts nel quartetto di Joe Farnsworth. Sto cercando di ricordare quando ho suonato con entrambi, nello stesso gruppo, ma non ricordo di preciso. Posso solo dirti che utilizzarli insieme come sezione ritmica – la sezione ritmica del mio idolo Kirkland – nella realizzazione di questo disco è stato per me un grande privilegio.
E Wallace Roney Jr.?
Abbiamo suonato insieme per due anni, in diverse formazioni, ma soprattutto nel quintetto di Bobby Watson e nella formazione di Camille Thurman, con Paul Beaudry al contrabbasso e Darrell Green alla batteria. Quindi lo conosco molto bene, c’è chimica e sinergia tra di noi. Marco Pennisi ha voluto sentirci insieme su un paio di pezzi, la cosa gli è piaciuta, ed eccoci qua.
Negli Stati Uniti – e io direi in tutto il mondo occidentale – si assiste ad uno sgradevole ritorno del razzismo e movimenti come Black Lives Matter stanno facendo sentire forte e chiara la propria voce attraverso tutto il mondo occidentale. Come vive un uomo di colore della tua età tutto questo?
Quando suono sento forte l’influsso dei miei antenati. La musica con la quale ho deciso di esprimermi ha dentro di sé tutta la sofferenza del popolo dal quale provengo. Suono con il cuore. È l’unica cosa che riesco a dirti. E aggiungo che non mi piace molto entrare in profondità in argomenti di questo tipo.
Cosa pensi dell’idea di Nicholas Payton di non chiamare più la musica afroamericana con il termine «jazz» ma con l’acronimo BAM (Black American Music)? Sembra che la parola jazz sia offensiva per la gente afro-americana…
Anche di questo argomento preferisco non parlare. Ognuno può avere la propria opinione per cui non ho granché da dire. Forse l’unica cosa che mi sento di dire – pensando anche alla tua domanda precedente che riguardava quello che mi ispira dal punto di vista musicale – devo dirti che sono andato a scuola non solo per studiare jazz ma anche ingegneria nella cui disciplina ho conseguito una laurea. Per la precisione in bioingegneria. Per un periodo di tempo molto breve ho anche lavorato nel settore. Questo per dirti che ho un lato del mio cervello, sviluppato in senso matematico, che aiuta notevolmente la mia creatività. Seguo molto quello che accade nella scienza, nella matematica, nella tecnologia. Questo è uno dei motivi, ad esempio, per cui sento forte l’influenza di Herbie Hancock su di me. Come probabilmente sai anche lui ha frequentato ingegneria elettronica per poi dedicarsi completamente alla musica. Voglio dirti che guardo al mondo con una visione duplice: da un lato l’estrema razionalità, dall’altro i voli pindarici della creatività. Cosa vuoi che mi importi di questioni come quelle che mi poni nelle tue due precedenti domande?

Quanto è importante la tradizione quindi per te?
È vitale. Mantenerla viva è fondamentale, mantenere la sua integrità, il più possibile. Come ti dicevo prima quando suono sento forte l’influenza di quelli che mi hanno preceduto, di tutti quelli che ti ho menzionato finora. Quello che è successo prima di noi va considerato. Sempre. Possibilmente senza perdere di vista quello ci circonda oggi del quale non possiamo non tener conto. La tradizione è importantissima.
A parte te quali sono gli altri giovani musicisti di jazz che stanno facendo musica interessante oggi?
Ce ne sono tanti. Sullivan Fortner, un grande pianista, Luther Allison, un mio amico che swinga alla grande e ha un tocco soulful davvero notevole. Abbiamo suonato insieme un sacco di volte ed è uscito un suo album recentemente. Se devo pensarne un altro allora faccio il nome di Julius Rodriguez che suona davvero grande musica.
La tua connessione con altri tipi di musica: hip-hop, soul, r&b ecc…
Io sono cresciuto ascoltando tutto. A casa, come ti ho già detto, ascoltavo prevalentemente jazz e gospel ma anche l’r&b e il soul erano tra le passioni musicali dei miei genitori. Il pop, il rap erano generi musicali che sentivo di continuo nella mia comunità, a scuola, sull’autobus, con gli amici, con i miei cugini. Ovviamente il rap e l’hip hop sono il linguaggio della mia generazione e quindi anche il mio. Anche se, lo ripeto, sono cresciuto ascoltando diverse cose.
