Jacques Brel: tra incanto e disincanto

di Alberto Bazzurro (foto di Gijsbert Hanekroot)

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Jacques Brel (foto di Gijsbert Hanekroot/Redferns)
Jacques Brel (foto di Gijsbert Hanekroot/Redferns)

Quarant’anni fa moriva Jacques Brel, uno dei cantautori più influenti che abbiano mai calcato le scene: magari per troppo poco, ma con straordinaria intensità.

Un caso strano davvero, quello di Jacques Brel, del quale il 9 ottobre cadono i quarant’anni dalla morte. Un caso strano perché tutto, all’inizio, sembrava tramare contro quella che sarebbe stata la sua vita. Quella, almeno, che ce lo fa ricordare, oggi ma non solo oggi. Nato a Schaerbeek, dintorni di Bruxelles, l’8 aprile 1929, Jacques Romain Georges Brel appartiene a un’agiata famiglia di origini fiamminghe, benché in casa si parli francese. Il padre è un industriale del cartone, e il piccolo Jacques va d’accordo soprattutto con la madre. L’aria che si respira in casa è di un’austerità alto-borghese fortemente intrisa di ecumenismo cattolico. Verso i quindici anni, il ragazzo inizia a strimpellare la chitarra e a scrivere brevi copioni teatrali. A scuola, però, non eccelle: troppo svogliato nelle materie che non gli piacciono. Che sono parecchie. È così che a diciott’anni inizia a lavorare col padre. Poco dopo conosce Thérèse Michielsen, per gli amici Miche, che poco più che ventenne, a capodanno del 1950, sposa, diventando padre meno di due anni dopo. Il 6 dicembre 1951 Miche dà infatti alla luce Chantal, primogenita della coppia.

Che si scoppia meno di due anni dopo, allorché Jacques, che nel frattempo ha iniziato a scrivere canzoni con grande convinzione (ma esiti, almeno all’inizio, non altrettanto convincenti) decide di tentare la carta parigina, trasferendosi nella capitale francese, anche grazie al supporto di Jacques Canetti, fratello di Elias, futuro Nobel per la letteratura, e all’epoca dirigente della Philips nonché proprietario del cabaret Les Trois Baudets. La gavetta, comunque, all’inizio è piuttosto aspra, il successo un miraggio. Le canzoni che Brel sforna, del resto, patiscono ancora qualche ingenuità, una linea non sufficientemente definita in cui stilemi piuttosto triti e di maniera convivono con i primi voli verso altri lidi, più maturi e personali. Le cose migliori, nel primo album, inciso nel 1954, sono Grand Jacques (che diventerà il suo soprannome), Sur la place e Il nous faut regarder, ma il primo successo chiaro arriva nel 1956 con Quand on n’a que l’amour, suo primo autentico capolavoro, suggestionato dai coevi fatti d’Ungheria. Da subito, peraltro, in giro per caves e cabaret parigini, Brel ha dato modo di apprezzare la forte carica emotiva che anima le sue canzoni, nei testi (per le musiche, talvolta, si fa e soprattutto si farà aiutare da altri, Gérard Jouannest e François Rauber su tutti) così come in una vocalità sempre urgente, netta, partecipe, e un’interpretazione in cui, dalla gestualità a tutto il resto, trova sfogo la sua naturale indole teatrale, che del resto segnerà successivi passi della sua parabola artistica estranei all’elemento-canzone.

Nel 1957 gli capita la chance di sostituire Marlene Dietrich nel tempio parigino della canzone, l’Olympia, e lui non se la lascia scappare. È la definitiva rivelazione (se non ancora la consacrazione tout court) di un talento ormai maturo, pieno, destinato a non trovare più ostacoli sulla sua strada, in Francia ma anche fuori. Il 1957 è anche l’anno in cui vede la luce il suo secondo album, in cui, accanto a Quand on n’a que l’amour, spiccano almeno altri due brani degni di nota, fra cruda ironia e amaro sarcasmo: La bourrée du célibataire e L’air de la bêtise. A cavallo fra anni Cinquanta e Sessanta arrivano quindi molti dei massimi capolavori del belga, in cui convivono un lirismo malinconico, persino disarmato, e un’amarezza cosmica, o invece bordate al vetriolo, ritratti impietosi di fantocci, ipocriti, bellimbusti, autentici lestofanti o semplici illusi. I titoli più significativi sono La dame patronnesse, Seul, La valse à mille temps, Ne me quitte pas, Les flamandes, L’ivrogne, Le moribond, On n’oublie rien, Les bourgeois, La statue, Madeleine, Zangra, Les bigotes… Buona parte figurano in un memorabile live del 1961, sempre all’Olympia (che comprende fra l’altro anche l’intensa, molto drammaturgica, Marieke, con parti in fiammingo), bissato tre anni dopo da una sorta di album-gemello (stavolta i titoli sono Les vieux, Les toros, Amsterdam, Le plat pays, Le dernier repas…).

Jacques Brel
Jacques Brel assediato dai cacciatori d’autografi in una bella foto degli Anni Sessanta. (Photo by ullstein bild/ullstein bild via Getty Images)

Altri tre anni, di nuovo l’Olympia (sono arrivate nel frattempo Jef, Ces gens-là, Jacky, La chanson des vieux amants, e ben presto arriverà anche Vesoul, con un magistrale Marcel Azzola alla fisarmonica) ed ecco, come un fulmine a ciel sereno, l’annuncio del ritiro dalle scene. Grand Jacques è stanco: si dà per un po’ al teatro (dov’è fra l’altro Don Chisciotte) e al cinema, dove debutta in Les risques du métier di André Cayatte, in cui impersona (molto efficacemente, specie considerando che si tratta della sua prima apparizione sul grande schermo) un professore accusato ingiustamente da alcune allieve di attenzioni morbose. In totale sono una decina i film da lui interpretati, anche con Marcel Carné (Les assassins de l’ordre, 1971) e Claude Lelouch (L’aventure c’est l’aventure, 1972), nonché in un paio di opere di Edouard Molinaro, Mon oncle Benjamin, del 1969, e soprattutto il celeberrimo L’emmerdeur (in Italia Il rompiballe), la sua interpretazione più nota e felice, un rappresentante di camicie aspirante suicida (ovviamente per amore) che rende la vita impossibile al killer (a sua volta in più frangenti tragicomico) impersonato da Lino Ventura, con cui chiude la sua carriera cinematografica, forte anche di due film di cui, oltre che interprete, Brel è regista: Franz (1971), in cui appare anche Barbara, e Far West (1973, una nomination a Cannes). In molti casi Brel cura anche la colonna sonora, affiancato di regola da François Rauber.

A questo punto il Nostro avverte la necessità di mollare una volta per tutte gli ormeggi del suo veliero, l’Askoy, e salpare alla volta della Polinesia, Hiva-Oa, per l’esattezza (come Gauguin), in quelle isole Marchesi che canterà nel suo ultimo, sorprendente (e splendido) album, intitolato semplicemente «Brel». È il 1977: Jacques non è tornato solo per registrare ma anche per tentare un’ultima carta, un’ultima operazione, all’ospedale di Bobigny, nei pressi di Parigi. Solo in pochi lo sanno, ma Grand Jacques ha un cancro ai polmoni. Il mondo lo scoprirà, come detto, il 9 ottobre 1978, ma nel frattempo ha avuto l’opportunità di vedersi regalare un nuovo album di inediti (e di che livello, con che evoluzione palpabile rispetto al Brel che ricordavamo). La copertina ritrae un cielo azzurro, però gonfio di nuvole incombenti (una premonizione?), specie sul retro della stessa, classicamente a libro. L’interno riporta invece un’immagine recente dell’artista: capelli corti, pizzetto, e un dito davanti alla bocca, a consigliarci silenzio, una sorta di «non fate pettegolezzi» pavesiano post-litteram. Brel l’ha inciso in settembre, l’uscita è in novembre, la sorpresa, e il successo immediato, notevoli. Vi trovano posto dodici canzoni, con diverse punte di diamante: l’epico-solenne, persino struggente, Jaurès, per voce e fisarmonica sole (ancora Azzola), la più docile La ville s’endormait, Vieillir, magistrale testamento di uno che non vuole invecchiare e del resto sa fin troppo bene che non accadrà («morire, è una cosa da nulla / morire, che bell’affare / ma invecchiare… ah, invecchiare»), Les F…, cioè Les Flamingats (chanson comique), ennesima dichiarazione di disamore, tragicomica e caricaturale, beffarda, testo e musica, verso i fiamminghi, bersaglio breliano per eccellenza, e poi Orly, canzone dell’abbandono, Les remparts de Varsovie, inarrestabile, Voir un ami pleurer, ennesima gemma di quel filone tenero-amaro di cui la successiva Jojo è una delle espressioni massime, e Les Marquises, dedicata alle sue isole, un’appendice magistrale e toccante, perché una volta di più, in chiusura dell’album e dell’arte breliana, pur sempre di un ritratto, qui più tenero che amaro, si tratta.

Altri cinque brani incisi nelle sedute di «Brel» ne rimangono fuori. Almeno uno, La cathédrale, meritava certamente l’edizione, come in effetti avverrà nel venticinquennale della morte dell’artista (2003) in un box riepilogativo (con altri inediti), degno capofila di tante – del resto prevedibili – antologie e cofanetti vari che hanno comunque il pregio di divulgare il verbo breliano, facendolo conoscere a chi non ne ha avuto la ventura in presa diretta, visto che stiamo pur sempre parlando uno dei più straordinari artisti del Ventesimo secolo. Per chi scrive, di fatto, il prototipo stesso del cantautore, nel suo mix esplosivo fra scrittura e interpretazione. Molti anche dalle nostre l’hanno capito, dai più ovvi, tipo Gaber e Paoli, ad altri meno scontati, i genovesi tout court, compreso quel Joe Sentieri che l’ha riverniciato appunto in genovese, e poi Jannacci, Guccini, Vecchioni, oltre ai molti che ne hanno tradotto e cantato caparbiamente l’opera, Dino Sarti (in emiliano) e Duilio Del Prete su tutti. Senza dimenticarne le contraddizioni. La presunta misoginia, per esempio, o la già additata dicotomia fra incanto e disincanto, lirismo attonito, imbelle, e caustica irriverenza, vulnerabilità e virulenza, l’abbandono della berceuse e la veemenza del pamphlet. Pompiere e piromane insieme, a volte. Tutto ciò che, di fatto, ce lo fa amare così tanto. Perché la vita passa per tutti questi rivoli. Di cui lui ha saputo farsi cantore insuperabile.

Alberto Bazzurro