«Casa do canto». Intervista a Tony Canto

Quinto album per il compositore, autore e chitarrista siciliano, che lo vede impegnato con alcuni tra i migliori musicisti della scena brasiliana. Ne parliamo con lui.

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Foto di Francesco Algeri

Buongiorno Tony e benvenuto a Musica Jazz. Innanzitutto ci spiegheresti da dove nasce il tuo amore infinito per la musica brasiliana?
All’età di quattordici anni sentii in radio Joao Gilberto e rimasi folgorato. Rimandai quella sensazione a data da destinarsi perché l’adolescenza mi ha distratto musicalmente parlando ma per fortuna facevo visita alla bossa episodicamente. A venticinque anni cominciai a frequentarla professionalmente grazie ad un incontro con una cantante brasiliana residente a Milano dove stavo momentaneamente. E cominciai a studiare Joao, Caetano, Gil .

«Casa do canto» arriva dopo «Moltiplicato», solo che il tuo ultimo lavoro lo hai realizzato direttamente a Rio de Janeiro e con un parterre di ospiti internazionali. Qual è stata la genesi di «Casa do Canto»?
Mi trovavo in tournée in Brasile nel gennaio/febbraio 2020 per presentare «Moltiplicato Brasil», il mio precedente album pubblicato lì per Dubas Musica e un produttore mi propose di fermarmi qualche giorno in più per registrare in uno studio con ospiti che avevo conosciuto, ad esempio Chico Cèsar aveva duettato con me pochi giorni prima al Blue Note di Sao Paulo. Avevo solo un inedito, Luna, il resto è nato dagli incontri in studio.

Prima di affrontare la musica, vorresti dirci qualcosa sui musicisti che ti accompagnano, anche degli ospiti?
Molto volentieri: ho la fortuna di avere nel mio album Marcelo Costa che avevo già avuto in Moltiplicato, percussionista strepitoso che lavora con Caetano Veloso, Maria Bethania, Gilberto Gil, Marisa Monte, Zeca Pagodinho e tantissimi altri, lui è una certezza, un musicista chiaro che disegna dinamiche e colori come pochissimi al mondo. Jaques Morelembaum, violoncellista che forse non ha bisogno di presentazioni, la sua opera di arrangiatore va da Caetano a Mariza a Sakamoto e tanti altri. Dadi Carvalho bassista con una storia incredibile e un tocco unico.

Foto di Francesco Algeri

Così, a freddo: dal punto di vista delle opportunità artistiche, è meglio stare in Italia o in Brasile?
Se usiamo la parola “artistiche” direi assolutamente in Brasile, lì la musica e l’arte sono cose serie, endemiche, linguaggi ancestrali, evoluzione, cultura, tradizione, identità ma anche tropicalismo, cioè antropofagia culturale, per questo è difficile entrare in quel mondo se si finge. I musicisti sono molto rispettati e trovano interazioni sociali e tra di loro, succedono tante cose, ad esempio ogni volta che vado lì capita che scrivo canzoni per artisti locali a volte per caso a volte per curiosità e sinergia. In Italia la vedo un orpello, una faticosa ala del decadentismo culturale, una missione da carbonari, sempre parlando di arte. A tutto ciò aggiungerei un atteggiamento non corporativo e collaborativo dei musicisti, manca il citarsi il collaborare, vince sempre la logica dell’orticello.

In questo tuo ultimo disco, la lingua portoghese-brasiliana si affianca all’italiano. O viceversa. Hai “pensato” alla musica e alle parole in italiano o in brasiliano?
Onestamente non ho pensato, credo che i testi italiani in un mood brasiliano acquistino valore, hanno un’altra possibilità di esistere e il portoghese è più vicino all’italiano di quanto si possa immaginare.

Tony, cosa c’entra Parlami d’amore Mariù in questo canzoniere?
Oserei dire che da lì nasce tutto. Anni fa feci questa versione bossa lenta con armonie più vicine al mondo jazz, e lo feci non per motivi estetici, ma etici, sentivo che questa straordinaria composizione poteva uscire dall’alveo del valzerino per allargarsi in un tessuto bossa, la melodia è assoluta e il testo è ricco di parole vetuste dal fascino magnetico che rendono il tutto più ricco di saudade. A incoraggiarmi in questa operazione è stato indirettamente Joao Gilberto che ha regalato al mondo la versione più bella e direi definitiva di Estate di Bruno Martino che nella sua versione originale non tanto spiccava secondo me. Spesso i brasiliani ci fanno capire quanto i nostri compositori siano grandi. Ho voluto farlo io da italiano appassionato di Brasile.

Oggi è difficile pensare alla musica senza concepirla anche per immagini, anche se personalmente non sono d’accordo. Ho cercato su YouTube e non ho trovato un video, come dire, rappresentativo di questo album. E’ una tua scelta, oppure è in procinto di uscire?
E’ uscito Luna su YouTube, brano e video di cui vado fiero.

Chi è il musicista brasiliano che ha maggiormente influenzato questo tuo ultimo disco?
Non c’è. Questo disco è uno step di un viaggio.

Il tuo passato, però, non racconta solo il Brasile. Hai collaborato – e collabori – con grandi nomi della musica italiana. Vorresti, in breve, raccontarci come e quando hai iniziato a pensare alla musica come la tua professione?
Io sono laureato in legge, e ho anche fatto l’avvocato ma ho sempre lavorato con la musica. Alla fine ho deciso che avrei portato questa dolce croce. I primi soldi li ho guadagnati a sedici anni suonando funky e questa cosa mi aperto un mondo.

Qual è la tua chitarra preferita?
Non ho dubbi: quella degli altri, e posso assicurarti che ogni chitarrista risponderebbe la stessa cosa. Puoi avere venti chitarre ma se per caso provi quella di un amico è quella che vorresti. In generale non sono mai stato convinto che il suono lo faccia lo strumento, anzi non me ne è mai importato nulla, credo che il suono lo faccia il cervello, la vita, infatti quello è uno strumento ma tu sei la musica.

Foto di Francesco Algeri

A proposito: chi è stato il tuo maestro di chitarra?
Ho studiato un anno con Franco Mussida della PFM tantissimi anni fa e devo dire che mi ha insegnato oltre alla tecnica, la filosofia della musica e dell’essere un musicista, gli devo molto sarà sempre il mio maestro.

C’è un artista con cui vorresti collaborare?
Sì, Caetano Veloso.

Cosa cambieresti del sistema dell’industria musicale in Italia?
Il giovanilismo a tutti i costi, intendo alla guida, e poi la ricerca di numeri e consensi ma non mi sento di condannarli, cercano solo di sopravvivere, non sono missionari. Condanno, però la mancanza assoluta di indirizzo artistico, si inseguono tutte facendo le stesse cose perché la fetta da spartire è il web e lì i numeri li fanno i vari Tik Tok, ciò che spiace è che i ragazzi non sono molto motivati a studiare uno strumento per cui il risultato sarà pressapochismo e copia/incolla. Spero in tempi migliori per i ragazzi.

Immagino che sarà un problema portare in tour tutti i grandi artisti che hanno collaborato al tuo disco. Chi saranno i musicisti che ti affiancheranno sul palco?
C’è un’idea internazionale con nomi della musica brasiliana, in Italia ho scelto, e ne vado estremamente fiero, di uscire in duo con Ferruccio Spinetti al contrabbasso, un live che ci ripromettiamo di fare da tanto e che finalmente prende vita, un duo aperto a terzi ospiti però. Ferruccio è il Picasso del contrabbasso, ha suonato nel mio precedente album Moltiplicato e io ho composto cinque brani per Musica Nuda.

Cosa è scritto nell’agenda di Tony Canto?
Sto lavorando come produttore e arrangiatore, anche per il cinema cosa che adoro, e attendo le prime date del live «Casa do Canto» con Ferruccio.
Alceste Ayroldi