«Uneven». Intervista a Stefania Tallini

La pianista romana racconta la genesi del suo ultimo lavoro discografico e molto altro.

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Stefania, dopo vari progetti in duo sei tornata al trio: era da lungo tempo che non incidevi come piano jazz trio. Come mai hai fatto questa scelta?
Le mie scelte musicali seguono sempre un percorso artistico e umano interno, intimo, di cui a volte non so neanche spiegare il motivo; ed è quindi la vita stessa che mi porta in una direzione o in un’altra. Il trio a un certo punto mi mancava e in questa nostalgia esso ha preso forma in modo sempre più forte, nell’esigenza di tornare a quelle sonorità più afroamericane che secondo me, con quest’organico, trovano la massima espressione nel percorso di un pianista jazz. E ho pensato così ad un nuovo album, registrato totalmente con contrabbasso e batteria, poiché in passato non l’avevo mai fatto, o almeno, non completamente. Nel mio secondo disco, tra i dieci che ho inciso, infatti, c’erano solo pochi brani in trio, mentre per gli altri avevo coinvolto vari ospiti, strumentisti a fiato. Dopo ho registrato con ensemble sempre diversi: dal piano solo al quintetto.

Così come, si ascolta nella musica di «Uneven» una maggiore inclinazione verso le sonorità di marca statunitense. Cosa è successo?
Anche qui la risposta è in ciò che vivo e ascolto. La mia vita artistica si è sempre nutrita di vari mondi musicali: il jazz, la musica classica e la musica brasiliana. Ma non c’è mai stato un ordine particolare, anzi, posso dire che lo scambio tra questi generi è stato ed è continuo, come se essi fossero dei vasi comunicanti nei quali gli elementi vitali vanno continuamente nella direzione dell’uno o dell’altro. E ciò non ha mai significato una gerarchia, ma semplicemente un percorrere e approfondire strade ogni volta diverse. Per questo i miei progetti sono sempre stati un’alternanza di questi aspetti. Questa maggiore inclinazione verso le sonorità di marca statunitense, come dici, non è altro che il frutto di questi movimenti e quindi è stato naturale, oggi, farle confluire in questo disco.

Però, non hai rinunciato ai ritmi latini, come ne L’isola dei ciclopi o in Triotango o anche Inùtil Pasagem a firma di Jobim. Il tuo apparentamento con la musica dell’America Latina è parecchio importante. Come nasce questa tua passione?
Nasce nell’adolescenza e nei conflitti e depressioni di quell’età così difficile. La musica brasiliana d’autore l’ho scoperta per prima, appunto in quegli anni e addirittura prima del jazz, che è invece arrivato quando di anni ne avevo diciassette. La ascoltavo, la amavo, ne avevo bisogno perché essa era in sintonia con quei miei sentimenti un po’ difficili di allora (molto, per la verità). Cercavo in quella musica quella stessa malinconia che vivevo dentro, mi aiutava a lenire ciò che sentivo. Molto tempo dopo, parallelamente al jazz, mi sono avvicinata al tango, alla musica cubana, che anche ho suonato professionalmente per un paio di anni. Diciamo che tutto questo è appunto una conferma di quello che dicevo prima. Le mie passioni musicali sono sempre state presenti nella mia vita pianistica e compositiva e lo sono oggi ancor di più. Quindi no, non potevano mancare neanche in questo disco gli aspetti di cui parli. Tanto più che sento fortemente quanto «Uneven» mi rappresenti totalmente, in tutte le mie anime musicali. Qui c’è veramente il risultato di tutto ciò di cui mi sono nutrita negli anni e lo sento davvero come una sintesi di me.

Stefania Tallini

A proposito di standard, l’unico standard presente nel tuo lavoro, a parte Jobim, è The Nearness Of You. Perché proprio questo brano?
Semplicemente perché lo amo follemente. Credo sia necessario innamorarsi sempre della musica che si suona. Bisogna farla diventare propria con amore, con rispetto, amarla come se fosse nata da te stesso. E anche arrangiare un brano per me significa ragionare da compositore: trattare il materiale con un approccio compositivo vissuto nel totale rispetto del testo. Cercando di realizzare qualcosa che sia coerente con il tema; cercando un’espressività che sia la più aderente a quella del brano, o un colore che ne sottolinei il significato artistico. Insomma, è dare un po’ di te stesso a qualcosa che non ti appartiene, ma che fai diventare tuo, col tuo mondo, con la tua sensibilità, con la tua storia. Questo ho cercato di fare con questo splendido standard, il cui titolo tra l’altro è bellissimo e parla già da sé!

Poi, troviamo anche dei brani che ci raccontano il tuo amore per il jazz europeo, come Anna, dove si ascolta meglio il tuo tocco classico. La musica europea, anche quella classica, ha avuto una forte incidenza sulla tua crescita artistica?
Direi proprio di sì. La musica classica mi ha formata profondamente fin da piccola perché ci sono cresciuta, sia negli ascolti, che nel mio rapporto col pianoforte.  Ho sempre amato e amo molto suonarla, anche oggi. Credo che mi abbia abituata soprattutto al senso della forma, che ritengo sia fondamentale nel fare musica, nell’improvvisare, nel comporre. Il jazz europeo lo amo molto: è particolare, sorprendente, originale. Amo il jazz per la sua immensa capacità di trasformarsi e contaminarsi e quello europeo ha fatto una ricerca davvero interessante in tal senso.

Perché hai scelto questo titolo per il tuo album?
Uneven vuol dire asimmetrico, irregolare, inaspettato. E questi significati hanno un carattere di imprevedibilità che raccontano molto bene di me e di ciò che amo: vivere la vita attimo per attimo, senza prevedere nulla, senza tentare di inscatolarla nello scontato, nel già visto, nel già vissuto. Come nella musica, insomma. Credo che la vita sia molto più interessante così, e più vera, soprattutto.

Parliamo anche di Matteo Bortone e Gregory Hutchinson. Come vi siete incontrati e perché hai voluto collaborare con loro?
Con Matteo già collaboravo da tempo e non avevo dubbi su di lui. Quando poi ho cominciato a pensare a questo disco, sentivo che avevo bisogno di un tipo di batterista particolare, che sapesse rapportarsi al mio mondo compositivo in modo discreto e sensibile. Gregory è incredibilmente capace di questo e seppur ovviamente molto legato alla musica afroamericana, in realtà – quale immenso artista lui è – sa suonare meravigliosamente anche un tipo di musica a volte lontana dal suo background. Il clima della registrazione è stato bellissimo. Matteo e Greg hanno amato questo disco e le mie composizioni come se fossero un loro progetto. Sono stati due giorni vissuti in un continuo scambio di idee, con l’unico obiettivo di essere totalmente al servizio della musica e di costruire qualcosa di bello insieme.

Gregory Hutchinson – Stefania Tallini – Matteo Bortone

Tu hai esperienze musicali con differenti tipologie di gruppi: dal duo al quintetto e oltre, così come in piano solo. Qual è la dimensione che preferisci?
Sicuramente il piano solo, il duo e il trio. Dimensioni minime in cui è necessaria un’essenzialità totale, paradossalmente. Less is more, come si dice e la sfida è proprio quella di tentare di raccontare molto, con il poco. Difficile, ma ti costringe ad un rapporto con il suono veramente totale, libero e profondissimo.

Stefania, quando hai capito che la musica sarebbe diventata la tua professione?
Dalla prima volta che ho messo le mie mani su una tastiera: avevo quattro anni e mezzo e fu amore a prima vista! Da piccola passavo le ore a suonare, sentivo di non poterne fare a meno, era come una calamita che mi attirava a sé. Quello era il mio giocattolo, ma era anche il mio andare dentro me stessa per cercare chi ero; era la mia gioia e anche il mistero che non capivo, ma che amavo incondizionatamente, senza saperne il motivo. Da allora non ho mai smesso di suonare, è diventata la mia vita, il mio ossigeno, la mia felicità e anche la salvezza nei momenti più drammatici della mia esistenza.

Hai un rituale o segui delle fasi quando componi?
Non proprio un rituale, ma una sensazione emotiva, un movimento particolare che sento dentro e che riconosco essere quella cosa che mi porterà poi a comporre. E quando questo succede semplicemente vado al piano e comincio a suonare in totale libertà, senza seguire nessuno schema, improvvisando, vagando tra i suoni. Ed è da questi momenti che piano piano prende forma qualcosa, che sento potrà diventare un brano. E allora comincio a seguirlo, con l’orecchio e con le sensazioni, lasciandomi guidare dalla musica stessa.  Non faccio altro che assecondarla verso quel flusso che mi porta in luoghi che non conosco, ma nei quali mi sento completamente me stessa. In fondo era questo il modo con cui fin da piccolissima mi sedevo al piano, improvvisavo, inventavo qualcosa (non saprei definire cosa, ma so che accadeva…). Quindi non è cambiato molto da allora, ed è l’unico modo che conosco, per me non ce ne sono altri.

La situazione creata dalla pandemia Covid-19, pensi che cambierà la percezione dell’arte da parte del pubblico e anche degli artisti?
Purtroppo temo di sì. A volte penso che questa percezione della musica, dell’arte, a causa di queste distanze forzate, possa diventare sempre più astratta, fredda, innaturale. L’arte è condivisione ed è fatta per essere donata alle persone. E’ fatta per essere condivisa, amata e vissuta insieme… Essa ha un valore sociale molto importante, che va anche al di là del fatto artistico in sé. Ha un potenziale immenso di comunicazione umana, di rapporto tra le persone, di scambio, di vitalità che fa bene a tutti noi. E il Covid purtroppo ha spento un po’ questa dimensione. Non so cosa diventerà nel tempo la fruizione e la creazione musicale, so solo che questo è uno dei pochi casi della mia vita in cui vorrei tornare indietro, a un passato che oggi sembra così lontano!

Stefania Tallini

Cosa ne pensi dello streaming? Ritieni che sia uno strumento valido o possa ingenerare pigrizia fisica e mentale negli ascoltatori?
Penso che, nonostante tutto, sia stato ed è l’unico modo per non perdere il rapporto con il pubblico, quindi sicuramente è assai importante. Ma appunto, è “un modo”, che certamente non può diventare la realtà per il futuro. Lo considero un’emergenza, legata solo ed esclusivamente al Covid. Ma non posso pensare, come alcuni dicono, che questo diventerà il nuovo modo di concepire e fare musica, poiché credo proprio che ne sarebbe la morte.

Qual è l’ultimo libro che hai letto (o stai leggendo)?
Il demone della perfezione. Il genio di Arturo Benedetti Michelangeli di Roberto Cotroneo. Bellissimo! Io amo molto leggere le biografie degli artisti e in questo ho avuto conferma di ciò che sapevo e pensavo di Michelangeli: un artista meraviglioso per la sua assoluta dedizione alla musica, per l’incessante ricerca sul suono; per il suo non accontentarsi mai, nell’anelito costante di quel “meglio” sempre possibile… E anche per essere un artista profondo nel suo rapporto con la vita. Davvero un esempio incredibile di purezza e sincerità artistica!

Invece, qual è il tuo autore preferito e perché?
Josè Saramago. Ho letto quasi tutti i suoi libri. Lo amo perché è totalmente imprevedibile, appunto, asimmetrico come piace a me, profondo, spiazzante, surreale, originale e poetico. Oltre al fatto che era un uomo straordinario, veramente fuori del comune. Amo le persone così!

E chi è il tuo compositore preferito e perché?
Dirne uno non mi basta, sono veramente tantissimi! Ma ne cito tre dei miei generi amati: Jobim, Chopin, Bill Evans (che è sempre visto soprattutto come pianista, ma che invece come compositore era notevole!). Tutti e tre sono grandi fonti di ispirazione che confermano costantemente il senso che la musica ha per me, come fondamentale scelta di vita.

Stefania Tallini

Nonostante i tempi grami che stiamo vivendo, quali sono i tuoi progetti?
Il mio progetto più importante è non mollare mai la musica, continuare a studiare, a scrivere, ad arrangiare, perché soprattutto in tempi difficili come questi bisogna imparare a non deprimersi e questo non accade, soltanto se si è attivi, se si fanno progetti, se si pensa al futuro. Innanzitutto sono in attesa che esca nel 2021 il nuovo progetto di Dino & Franco Piana, nel quale mi pregio di aver suonato, insieme a Roberto Gatto e Dario Deidda, più altri ospiti in alcuni brani. Un disco bellissimo, con musiche scritte e arrangiate da Franco e che oltretutto conterrà anche un mio brano, che ho dedicato a questi giganti del jazz (Dino e Franco Piana, appunto). Poi quando sarà possibile, registrerò un nuovo album in duo con il grandissimo armonicista brasiliano Gabriel Grossi, con cui ho da tempo un progetto molto particolare e suggestivo. Avremmo dovuto realizzarlo nella primavera scorsa, portando poi il progetto in Brasile a settembre, con un lungo tour che ovviamente è stato annullato. Comunque lo faremo, è un nostro obiettivo. Il disco comprenderà nostre composizioni dedicate ai compositori classici che ci hanno ispirato. Faremo anche brani composti insieme e questa è per me una grande novità: mai avrei pensato di poter condividere il mio mondo compositivo, del quale sono molto gelosa, con un altro compositore. E invece sta accadendo, stiamo scrivendo anche alcuni brani a 4 mani, ed è un’esperienza davvero particolare per me. Poi un altro progetto ce l’avrei in mente, un sogno da realizzare. Ma non voglio parlarne per ora.

Cosa è scritto nel diario segreto di Stefania Tallini?
Molte cose. Pensieri sulla vita, riflessioni, nostalgie, consapevolezze, desiderio di realizzare ciò che amo (e non mi riferisco solo alla musica) e sensazione di quanto la vita voli via, con una velocità impressionante… e quindi non perdere neanche un istante in stupidaggini. Riporto una splendida frase di Confucio: «Abbiamo due vite, la seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una». Ecco, questo dice tutto. La vita è immensamente preziosa e bellissima, più vado avanti e più ne sono consapevole e mi ritengo davvero molto fortunata per tante cose, ma soprattutto per il fatto di svolgere un’attività che mi fa essere me stessa fino in fondo.
Alceste Ayroldi