«Xennial». Intervista a Rosanna D’Ecclesiis

Il poliedrico disco d’esordio della cantante e compositrice barese. Ne parliamo con lei.

20173

Buongiorno Rosanna e benvenuta a Musica Jazz. Parliamo subito del tuo disco d’esordio «Xennial» e partiamo subito dal titolo. Qual è il suo significato?
Buongiorno a te Alceste e grazie per questa piacevole chiacchierata. Il disco prende il nome dalla generazione Xennial quella nata tra il 1977 e il 1983, definita la generazione di mezzo, tra analogico e digitale e che meglio di altre ha affrontato questo cambiamento adeguandosi al nuovo in maniera efficace mai dimenticando il passato. Io faccio parte di questa generazione e ho ritrovato queste caratteristiche nel mio modo di scrivere musica, di viverla nei live, di cantarla, di adattarmi ai cambiamenti che mi circondano e infine nei brani che compongono questo disco.

Spesso all’esordio discografico c’è l’abitudine di inserire nella track-list qualche standard/cover. Tu, invece, sei partita subito con un album quasi interamente firmato da te, fatta eccezione per due – diciamo – cover (di cui parleremo dopo) e un brano firmato da uno dei tuoi sodali, Vito Di Modugno. La prima domanda è: non hai avuto paura di rischiare?
Sì, tanta, ma ho anche pensato che fosse arrivato il momento di far emergere quella parte di me che per troppo tempo ho tenuto nascosta, quella di songwriter. Ho sempre riarrangiato brani in tutti i progetti musicali a cui ho preso parte, e pensando a un album da solista ho avvertito fortemente la necessità di inserire qualcosa di completamente mio. Per questo devo ringraziare Alfa Music, Fabrizio Salvatore e Alessandro Guardia per aver creduto in questo progetto e avermi supportato nella fase di lavorazione e pubblicazione di questo lavoro.

La seconda, invece, riguarda le tue composizioni. In quale spazio temporale le hai composte e quali sono stati gli spunti dai quali hanno avuto origine?
Sono canzoni nate negli ultimi 15 anni “da esperienze di vita vissuta”, così ho scritto nel booklet del disco, perché si tratta di storie reali, personali e non. Quando vivo qualcosa di forte reagisco scrivendo musica e testi, cerco di trovare il buono anche nelle situazioni peggiori come nel testo di The Mission o spronare al cogliere l’attimo come in Now’s The Time forse proprio perché io ci ho messo un po’ per cogliere quest’attimo, o ancora una canzone sulla vita complicata di noi musicisti, che mai come negli ultimi due anni di pandemia si è rivelata tale.

Una delle due cover è Light My Fire dei Doors che hai arrangiato in modo straordinariamente efficace. Hai lasciata intatta la forza propulsiva del brano, ma hai confezionato un sound più soul e, strano a dirsi, più psichedelico anche dell’originale. Ci diresti come hai agito e se c’è stata qualche Musa ispiratrice?
È uno dei brani che più amo suonare nei live, con la band l’abbiamo sperimentata molto in questi anni, ho ascoltato e cantato molto jazz rock, in particolare ho praticamente divorato il repertorio di Julie Driscoll e Brian Auger da cui questa Light My Fire ha preso ispirazione, aggiungendo però delle dinamiche di hammond e vocali più personali, legate al testo e al significato del brano.

Il soul la fa da padrone nelle tue composizioni. Alcune volte traditional come in Memories Of My Mind altre volte più jazz oriented come in The Mission. Qual è il tuo brand?
In realtà sto cercando di capirlo anch’io, ma non credo sarà facile trovare una risposta perché amo sperimentare e mescolare le carte. Sicuramente il soul è il mondo musicale e vocale a cui sto dedicando più attenzione anche nella composizione, ma canto da sempre diversi generi, ho studiato le varie tecniche vocali dalla lirica al musical, dal pop al jazz, e questa cosa mi permette di giocare con le sonorità come più mi piace.

A proposito di brand, ti senti una jazzista?
È una domanda difficile, dipende dai punti di vista, vocalmente parlando se penso alle grandi voci del Jazz del passato probabilmente no, mi sento più legata ad artisti del jazz moderno come Rachelle Ferrell, Melody Gardot, Kurt Elling, ma sicuramente lo sono per quanto riguarda il modo d’intendere la musica sul palco, amo la condivisione con i musicisti, l’interplay, l’improvvisazione sonora e vocale che intrecciandosi tra loro generano sempre nuove versioni di uno stesso brano, tutte cose che ritroviamo maggiormente nel jazz.

 The Mission lo troviamo anche in radio edit version. Perché questa scelta
È una versione un po’ più ridotta per la realizzazione di un videoclip che sto ultimando e che ho deciso comunque di inserire nel disco. In generale per questo album, ho preferito lavorare in maniera libera lasciando spazio a tutti i musicisti allungando quindi la durata dei brani, ma ormai è tutto molto veloce, da brava Xennial mi adatto alle situazioni attuali che portano a dover comprimere le versioni studio per adattarci alla media delle visioni youtube e passaggi radio.

Poi, troviamo due brani in lingua italiana: Quelli che e Ugo. Il testo del primo brano sembra criptico… ce lo vorresti spiegare?
È una ballad dedicata alla vita dei musicisti e degli artisti in generale, la mia, ma anche di tanti miei colleghi. È una canzone nata in una camera d’albergo in Polonia durante i Warsaw Jazz Days nel 2012, di giorno lavoravamo alle composizioni e a me toccava scrivere i testi, lo facevo di notte, e fu proprio questa alternanza di stati d’animo e lo scambio di esperienze con musicisti appena conosciuti che ha ispirato Quelli che, una song che parla di come la musica che componiamo, resta a lasciare traccia di noi su questa terra, delle notti deboli in cui l’alcool è l’unico anestetico, del fatto che siamo considerati miti ed eroi da chi ci circonda, per aver scelto e seguito i nostri sogni, ma che allo stesso tempo, non sarà mai compresa fino in fondo, proprio per questa incertezza del domani, soprattutto economica.

Il testo di Ugo è goliardico, anche se ricco di malinconia. Ci diresti chi è Ugo?
Ugo è un gatto randagio che ho recuperato dopo quattro giorni di ricerche, era ferito e dovevo assolutamente trovarlo, ogni volta che tornavo a cercarlo su segnalazione lui spariva, puntualmente però, qualche signora che lo accudiva mi raccontava di lui e di come fosse il tipico gatto “boss” del quartiere, quello con sette vite, giocate tutte fino all’ultimo, amava la sua libertà tanto da non legarsi mai a nessuno dei suoi benefattori. Dopo averlo recuperato e portato in clinica, purtroppo non ce l’ha fatta e da quel dolore gli ho dedicato questa canzone, prendendo spunto da quegli aneddoti che mi sono stati raccontati, descrivo la sua giornata tra le strade del quartiere e che in una di queste, purtroppo non tornerà più. È nata di getto, testo e musica assieme, sto lavorando al videoclip che sicuramente piacerà tantissimo ai bambini.

Ci vorresti parlare dei tuoi compagni di viaggio?
Assolutamente sì, perché hai detto bene, sono compagni di un lungo viaggio iniziato tanti anni fa, Vito Di Modugno, musicista eccelso, Maestro e amico, è con lui che condivido sempre le prime bozze dei lavori musicali, lui conosce la mia voce forse meglio di me, tanto da spingermi anche dove spesso io non andrei, a lui devo tantissimo soprattutto per la mia formazione, negli anni mi ha fatto cantare qualsiasi cosa, dal vocalizzare brani come Havona di Jaco Pastorius, al funk di Tania Maria, a brani di Ennio Morricone, un lavoro che oggi mi da la possibilità di spaziare vocalmente in diversi ambiti come in questo album. Nico e Antonio Grimaldi, rispettivamente batteria e basso, anche con loro la collaborazione è storica, nel trio con Vito Di Modugno, abbiamo suonato tantissimo insieme e questo ci permette di avere tanto feeling dal punto di vista musicale. Francesco Lomangino sassofonista, flautista, con lui la collaborazione è più recente, ma si è rivelata da subito produttiva, i fiati sono molto spesso una seconda voce che rischia di diventare invadente, soprattutto nelle parti improvvisate, ecco questo con Francesco non accade mai, è sempre aperto all’ascolto, e a rispondere, musicalmente parlando, nel modo giusto. Una squadra, è l’unico modo in cui sento di definirla.

L’altra “cover” è la splendida Us And Them dei Pink Floyd. Anche qui, come hai agito in fase di arrangiamento?
Ho deciso di lasciare l’atmosfera psichedelica tipica dei Pink Floyd, addolcendola però con un gioco di call and response tra flauto e voce, il tema di questa canzone è purtroppo abbastanza attuale, la guerra, o meglio l’inutilità della guerra, e sull’inciso ho voluto rafforzare il concetto con una vocalità più carica e ricca di voci che ho raddoppiato e armonizzato. I soli di Francesco al flauto e Vito all’hammond alternano in realtà due stati d’animo differenti che culminano nel bridge finale prima di un interplay di improvvisazione tra Flauto e voce che si rincorrono su ottave diverse e chiudono il brano in un suono quasi unico sui vibrati finali. è un viaggio musicale che chiude il disco.

Perché hai scelto proprio questi due brani come cover?
Le cover sono sempre un rischio, il paragone con l’originale è ovviamente l’ostacolo più grande da superare, e con due brani come questi ho rischiato tanto lo ammetto. La scelta è stata dettata dalla consapevolezza che dopo averli suonati e risuonati, avevano raggiunto una maturazione sonora tale che volevo fermarli prima che evolvessero ancora.

Rosanna, nell’epoca della musica sempre più liquida, anzi gassosa (come è stata definita quella in streaming) tu esordisci con un cd. Una scelta controtendenza?
Forse sì, ma a me la musica liquida non basta, ho la necessità di sfogliare libri, ascoltare dischi, avere questo materiale in un formato da poter ascoltare con calma. «Xennial» in realtà è uno dei progetti che la pandemia ha fermato, è stato registrato a dicembre 2019, periodo in cui la sparizione del cd non era ancora così evidente, l’uscita era prevista nella primavera del 2020, ma era tutto cosi complicato che ho deciso di aspettare e pubblicarlo quando i tempi fossero stati più maturi. Adesso siamo di nuovo in un evidente periodo di transizione, io che con la mia generazione ho vissuto l’avvento del cd, ne vivo anche la sparizione, a favore però del ritorno al vinile e chissà che non ci sarà qualche copia di «Xennial»  in vinile.

Ora devi solo pensare a presentare questo album dal vivo. Quali sono le maggiori difficoltà da questo punto di vista?
La difficoltà maggiore riguarda trovare gli spazi adatti, siamo ancora in una situazione di incertezza legata al covid, che trascina con se una serie di ritardi nelle organizzazioni dei festival e soprattutto degli eventi rinviati in questi due anni passati per cui chi organizza cerca di recuperare eventi rimasti in stand-by, un’altra difficoltà è quella di trovare figure manageriali che si occupino di pianificare i concerti, sono di grande supporto invece i jazz club delle varie città, che con grandi sacrifici, supportano i live.

E’ vero che gli italiani (pubblico e organizzatori) sono esterofili?
Sì, inutile negarlo. Tanti artisti italiani meriterebbero molta più attenzione dal pubblico in primis, e di conseguenza dagli organizzatori,  purtroppo c’è sempre più interesse per tutto ciò che viene da qualsiasi parte del mondo tranne che dall’Italia. Insegno canto e la maggiore difficoltà è far cantare musica italiana ai miei allievi, i giovanissimi poi, non conoscono praticamente nulla della storia della musica italiana, a meno che non abbiano in famiglia dei cultori di musica che gli fanno ascoltare altro rispetto alle novità radiofoniche, nel mio piccolo cerco sempre di portarli a conoscere e approfondire le loro radici culturali, è molto importante per creare i musicisti del domani.

Rosanna, qual è il tuo background artistico?
Ho iniziato con la musica pop, suonando tantissimo in situazioni live, da concerti nei piccoli pub ad eventi privati, cosa che mi ha permesso di sentirmi a mio agio sul palco, sbagliare e imparare a fare musica con gli altri. Ho studiato recitazione e frequentato il mondo teatrale per un periodo cantando nei Musical. Dopodiché ho iniziato a studiare musica a 360°, avevo compreso che mi mancava la capacità di comunicare cosa davvero volessi in un arrangiamento, il controllo sulla mia voce, ascoltare un solo strumentale comprendendone tutti i passaggi. Così ho iniziato a studiare jazz, ho vinto delle borse di studio e ho avuto la possibilità di suonare in importanti festival Jazz in Europa e in Italia che hanno aperto la mia mente sulla ricerca e la sperimentazione musicale. Nel tempo ho avuto la fortuna di essere coinvolta in progetti interessanti che vanno dalla world music al cantautorato.

Tu svolgi anche attività didattica. Quali sono i consigli che dai ai tuoi allievi?
Sì, la didattica è una parte importante della mia vita, condivido le giornate con ragazzi che hanno scelto di fare i musicisti e i consigli quotidiani sono tanti, in particolare, ascoltare musica, tanta, di tutti i generi, fare ricerca, suonare live, perché solo praticando puoi capire i tuoi limiti sia emotivi che didattici, andare ai concerti e non parlo solo dei grandi ma soprattutto dei piccoli, le jam session, parteciparvi il più possibile perché sono occasioni di scambio, di conoscenza, ed è da lì che nascono i progetti. Siamo sempre più isolati e i giovani lo sono ancora di più, perché le infinite possibilità offerte dalla rete danno l’illusione di poter accedere a tutto senza uscire di casa, ma c’è una cosa che non potrà mai essere sostituita, il contatto umano, elemento fondamentale che bisogna tornare a coltivare, questo è il consiglio più importante che sento di dare.

Cosa è scritto nell’agenda di Rosanna D’Ecclesiis?
Sono una persona molto dinamica e sempre in movimento, adesso sicuramente voglio concentrarmi sul portare in giro questo progetto e suonare live, durante il primo concerto di presentazione ero tesissima, è stato come ricominciare, segno che qualcosa di buono deve ancora venire fuori. Sto scrivendo tanto e sto sperimentando l’elettronica, chissà! Evoluzione come sempre.
Alceste Ayroldi