«Maé». Intervista a Roberto De Nittis

Dopo ben quattro anni, torna il pianista e compositore foggiano, vincitore nel 2019 del nostro Top Jazz, con un nuovo progetto dedicato al mondo di Umberto Giordano (1867-1948) e alla città di Foggia, luogo di nascita di entrambi.

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Roberto, parliamo subito di «Maé». Un disco che, a mio avviso, rappresenta il consolidamento della tua svolta compositiva. Un lavoro importante dal punto di vista della scrittura, sinfonico, corale, d’ampio respiro, con il jazz che fa da linea portante a un tema musicale che è profondamente lirico. Come sei arrivato a questo tipo di scrittura e qual è stata la genesi di questo disco?
L’orchestra per me ha da sempre rappresentato la massima espressione della grandezza della musica. Sin dagli inizi dei miei studi musicali, ogni qualvolta entravo in Conservatorio e sentivo l’orchestra provare, ne rimanevo affascinato. Era come se venissi investito da un flusso di energia molto particolare e incontenibile. Detto ciò, dal momento in cui ho avuto la fortuna di iniziare a comporre musica, ho visto l’orchestra come una tavolozza infinita di colori da cui poter accingere per esprimere al meglio ogni pensiero e sensazione musicale. Entrando nello specifico di «Maè», il tutto prese forma quasi per diletto, volendo orchestrare tre mie nuove composizioni ispirate alla vita di Umberto Giordano, compositore dai miei stessi natali. Lì decisi di studiare più approfonditamente l’arte dell’orchestrazione classica prendendo in analisi diverse partiture di composizioni che amavo. Parliamo di Giordano, Puccini, Mahler, Wagner, Rachmaninoff, Poulenc e Gershwin. Il jazz è il filone portante degli ultimi 11 anni della mia vita, ed è stato il genere che mi ha avviato alla composizione, grazie al compianto Marco Tamburini, il quale mi chiese di scrivere un brano qualche mese dopo il mio trasferimento a Rovigo. Da lì mi son reso conto quanto mi affascinasse esprimermi attraverso gli stilemi del jazz.

La curiosità sul titolo è forte, anche se è spiegato molto bene nel booklet interno al cd. Però, ci vorresti dire che significato ha la parola Maé?
A Foggia, il termine Maè, viene usato spessissimo e in diversi contesti. Per Maè si intende Maestro, e di conseguenza lo si usa per apostrofare qualsiasi persona che, in modo del tutto artigianale, crea qualcosa: il falegname, il fabbro, il musicista, per l’appunto. E, come spiegato nel booklet da Beatrice Bruscagin, bravissima e giovanissima pianista classica, che ha composto le liner notes del progetto, è il frutto di un’immagine che mi ha da subito invaso la mente, e cioè lo spirito di Umberto Giordano che cammina per Foggia e, riconosciuto, viene chiamato da chiunque: Maè?!

Le tue radici, le tue origini sono celebrate in questo disco. E, quindi, non potevi fare a meno di tributare Umberto Giordano. Non ti chiedo quali sono i tuoi attuali rapporti con la città di Foggia, ma quali sono i tuoi rapporti con Umberto Giordano?
Umberto Giordano ha rappresentato una sorta di bordone nella mia vita musicale. Ogni giorno, frequentando le scuole medie del Conservatorio che porta il suo nome, nel percorrere la strada che da casa mi portava a scuola, passavo «sotto casa sua»: la piazza che sfoggia statue rappresentanti le sue opere, il museo, il teatro, nel quale suonai per la prima volta proprio una sua opera lirica, Il Re, che prevede il pianoforte nell’organico orchestrale, (diretto -tra l’altro- proprio dalla mia prima e più importante Maè, Gianna Fratta). Quindi si può riassumere il tutto con il termine “viscerale”, che è lo stesso tipo di rapporto e legame che io ho con Foggia, la mia città, alla quale -come scritto all’interno del booklet-, ho dedicato l’intero lavoro.

Roberto De Nittis © Roberto Cifarelli

Bancarelle sembra uscita da un musical con la sua natura danzabile. Sembra un nuovo riquadro nell’economia musicale del disco. C’è stata una diversa fonte di ispirazione per questo brano?
La fonte di ispirazione principale è stata l’essenza del “mercato”. La mia cameretta affaccia tuttora, dal nono piano, sul più grande mercato rionale di Foggia, il Rosati. Ogni mattina, per ben 26 anni, le mie orecchie hanno udito un susseguirsi di vociare, urla, litigi, contrattazioniGnoraaaa… lo sentivo per mattinate intere. Quel venditore, di cui mai sono riuscito a scovare il viso, ogni mattina urlava per catturare l’attenzione delle signore in giro per il mercato. Bancarelle nasce proprio da qui, dall’essenza del mercato, che è luogo d’incontro e socializzazione, dove i rapporti umani contano quasi più della merce esposta. Occasione di contaminazione, appunto, tra luoghi e culture distanti e allo stesso tempo spazio contenitore di mutamenti e novità da diffondere. A mio parere il luogo più jazz che abbia mai conosciuto e vissuto.

Madia, invece, è costruita su stilemi jazzistici nordeuropei. Il tuo jazz è maggiormente ispirato da questa fonte rispetto a quella statunitense?
Se per ispirazione nordeuropea intendiamo l’apertura alla musica colta di tradizione occidentale, non posso far altro che rispondere sì: sono maggiormente ispirato da tutto ciò. Sono le mie radici. Madìa, nome della sorella del Maè, è un brano che racconta del rapporto d’amore viscerale tra un fratello e una sorella. Un tipo di legame, a parer mio, che racchiude l’intera varietà di sentimenti che si possono provare verso «l’altro».

Napoletana con la sua irruente bellezza. Come, dove e quando l’hai scritta?
Napoletana rappresenta un’istantanea della giovinezza del «Maè». I primi studi accademici furono proprio al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, città che quindi, a mio parere, ha avuto un riflesso molto importante nella sua musica. Questo è stato l’ultimo dei brani che ho composto, meno di un mese prima di entrare in studio, in uno dei due luoghi che hanno visto i natali di tutte le composizioni di questo progetto, ovvero una bellissima panchina della pista ciclabile in quel di Rovigo, città in cui vivo ormai da undici anni, ed è l’unico brano che al suo interno include qualche nota giordaniana. L’inizio e la fine sono estratti dall’intermezzo di Fedora, una delle sue opere più rappresentative, e la parte centrale è una sorta di parafrasi delle stesse. Il brano vede inoltre il featuring di Zoe Pia, clarinettista affermata e conosciuta ai più in ambito jazz, che non ha bisogno ormai di presentazioni.

L’ultima volta che ci siamo sentiti abbiamo parlato di «Dada», il cui mood era ben altro. Cosa è successo in questi quattro anni?
In questi ultimi quattro è successa qualunque cosa. Stravolgimenti di vita, gioie incredibili, sofferenze altrettanto incredibili, tutti ingredienti che mi hanno messo in condizione di guardarmi profondamente e far nascere l’esigenza di esprimere il legame viscerale con la mia terra, che mi manca ogni giorno di più, e con le mie origini musicali.  «Dada» è stato un progetto fortunato e sfortunato allo stesso tempo: mi ha regalato l’opportunità di vincere il Top Jazz 2019, ma l’incubo Covid ne ha spietatamente tarpato le ali. Sentivo quindi il bisogno di «cambiare aria» musicale e riabbracciare il mio passato, e quindi omaggiare la mia città, omaggiare il Maè assieme alla gente che ha fatto parte della mia vita in Conservatorio a Foggia, e registrare il tutto in quegli spazi che mi hanno visto crescere e formare.

Ci parleresti dell’orchestra e dei sodali al tuo seguito in «Maé»?
Quando il Direttore del Conservatorio, M° Francesco Montaruli, mi confermò la disponibilità di prendere parte a questa mia «follia» (registrare un disco per trio jazz e orchestra sinfonica) mi propose di far fare quest’esperienza all’Orchestra Sinfonica Young, diretta magistralmente dal M° Andrea Palmacci, idea che mi entusiasmò come mai prima. La possibilità di vivere l’esperienza registrazione con ragazzi di vent’anni in media alla loro prima esperienza discografica è stata incredibile. Quello che è veramente tangibile, ascoltando il disco, è la totale empatia musicale che si è creata con questi ragazzi, i quali sin dalle prime note si sono affezionati al progetto, alla mia musica e hanno impreziosito la stessa con la loro genuinità e professionalità nel suonarla e interpretarla. Sento, per questo motivo, che il disco suoni in foggiano. Incredibile scoperta fu l’altro featuring del disco, il fagottista Antonio Pio Russo, il quale mi fu segnalato come sassofonista, ma non avevo bisogno di quel timbro, tanto meno di un assolo di sassofono. Il caso volle che scoprii attraverso i social, che qualche giorno prima arrivò in finale al Premio Massimo Urbani, con il sax. Fu lì che mi venne l’idea di proporgli di fare un assolo in Don Gaetano, ma con il fagotto, strumento per il quale nutro un particolare affetto. Si è rivelata una scelta di cui sono ogni giorno più felice. Con me, inoltre, era inevitabile portare due grandissimi amici oltreché musicisti sopraffini quali Riccardo Di Vinci al contrabbasso e Marco Soldà alla batteria, con i quali siamo ad un livello di intesa personale e musicale che ormai va oltre ogni tipo di “costruzione”. Il tutto ha preso forma anche grazie all’ingegnere del suono Lorenzo Sementilli, il quale ha svolto un egregio e grandioso lavoro di ripresa del suono e di missaggio. «Maé» mi ha regalato l’opportunità di capire quanto sia fondamentale, per noi musicisti, creare un rapporto simbiotico e di totale fiducia con il proprio ingegnere del suono il quale è l’unica figura che ha i mezzi per far arrivare, a chi ascolta un disco, il giusto sapore della tua musica.

Roberto De Nittis © Roberto Cifarelli

Belle anche le immagini che fanno da corredo al cd. Chi le ha realizzate?
Come anche in «Dada» le illustrazioni sono di Carmine Bellucci, artista visivo, foggiano anche lui, con cui ho frequentato il liceo classico nella stessa classe. È stato molto stimolante comporre contemporaneamente, la musica io e le immagini lui, delle nove situazioni che ho voluto far rivivere a Umberto Giordano nella nostra Foggia.

Mi sembra che in questo disco non ci sia molto spazio per l’improvvisazione. Mi sbaglio?
Devo dire che in «Maé», ma come anche in «Dada», ho cercato di esser ben attento a creare un giusto, (a mio parere) equilibrio, tra la musica scritta e quella improvvisata. Credo che siano entrambi due mezzi di comunicazione molto efficaci e quindi non riesco a fare a meno, e non voglio, di nessuno dei due. In un contesto orchestrale poi, come quello di «Maé», mi sono sentito molto stimolato a far suonare tanto l’orchestra. Non amo usarla come tappeto sonoro sul quale improvvisare a più non posso.

Comunque, qual è il ruolo dell’improvvisazione nella tua concezione della musica?Musica scritta e musica improvvisata sono una delle coppie più belle e invidiate che esistano sulla faccia della terra. Hai presente quando incroci una coppia e ne rimani abbagliato, incantato? Ecco, provo esattamente questa sensazione. Nella mia musica vivono un rapporto simbiotico in cui vige una complementarietà totalizzante. Attraverso il loro amore riesco a sentirmi veramente a mio agio, sia quando scrivo, che quando suono. La loro completa alchimia mi mette nelle condizioni di esprimere, in modo tangibile, ciò che voglio comunicare, che sia un’ immagine, un concetto, un sentimento o una sensazione.

Chi sono i tuoi artisti di riferimento?
Ho diversi punti di riferimento. Pianisticamente parlando, il riferimento dei riferimenti è Stefano Bollani. Il primo pianista jazz che ebbi la fortuna di ascoltare dal vivo, almeno 20 anni fa a Foggia, in duo con Uri Caine, quando ero ancora un classico convinto. Un’esperienza che mi svoltò l’esistenza, seminando del jazz nelle mie orecchie e nel mio cervello. Dal punto di vista compositivo, invece, ce ne sono tanti e fanno parte tutti del mondo ormai passato, mondo in cui la melodia, e il modo di farla gustare all’ascoltatore, era veramente alla sua massima espressione, e quindi i sopra citati Giordano, Puccini, Mahler, Wagner, Rachmaninoff, Poulenc e Gershwin, tra i tantissimi.

Con quali musicisti con cui hai collaborato ti sei sentito più a tuo agio?
Tra i tanti, i musicisti che mi hanno in varie forme insegnato qualcosa, anzi moltissimo, sono stati Marco Tamburini, Mauro Ottolini e Roy Paci, con il quale collaboro ancora e con cui si è creato un rapporto fraterno ormai. Con ognuno di questi mi son sempre sentito a mio agio ed è curioso vedere come ciascuno mi abbia stimolato su aspetti diversi della musica e del fare musica.

Roberto, ho cercato a fondo sul web e non ho trovato un tuo sito. Non è ora di darsi da fare in tal senso? Qual è il tuo rapporto con questo tipo di tecnologie? Sei social?
Sì, hai ragione. Il sito in realtà c’è ma è in revisione. Il rapporto con queste tecnologie è, ahimè, per usare un’espressione catulliana, un rapporto di odio e amore. Sono social ma non troppo. Mi diverte condividere col mondo social il mio lavoro, anche perché sono molto curioso di vedere cosa propongono tutti gli altri musicisti, ma tendo a tener fuori la mia vita privata da tutto ciò. Forse sono poco influencer, ma me ne vanto.

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Per quanto attiene, invece, le tecnologie applicate alla musica, qual è il tuo rapporto?
Destano in me sempre tanta curiosità. Allo stesso tempo però non riesco ad investire tempo nello studio, magari, di un nuovo strumento elettronico, piuttosto che di qualche software. Vero anche, però, che amo fare musica con le persone: «Dada» e «Maè» ormai ne sono una plateale dimostrazione. Condividere la propria musica e suonarla con più persone mi mette molto a mio agio.

Il toy piano è uno strumento che non manca mai nei tuoi dischi. C’è un motivo in particolare?
Il toy piano è la mia «coperta di Linus». Nutro un enorme valore affettivo in lui ed è sempre presente nella mia musica, perché mi consente di restare legato visceralmente al Roberto bambino. Una sorta di sindrome di Peter Pan musicale.

Cosa ne pensi del sistema dell’industria musicale italiano? C’è qualcosa che cambieresti?
Riferendomi strettamente al mio ambito, ovviamente quello jazzistico, posso dire che ci sarebbero tante cose che andrebbero riviste, ma è pur vero che è troppo facile parlarne, lamentandosi, non mettendosi in discussione in prima persona, cosa che per quanto mi riguarda non sento ancora di fare. L’operato di molti miei colleghi, che si espongono nelle varie associazioni/federazioni, è comunque encomiabile perché per lavorare al miglioramento del nostro settore spendendo tantissima energia, ne devono togliere ai propri progetti. Chapeaux!

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Di sicuro realizzare i concerti di «Maè» in cantiere, che propongo anche in una versione cameristica per undicimino, e cominciare a lavorare al prossimo progetto di cui comincio ad avere qualche idea, sia musicale che di organico.
Alceste Ayroldi

*intervista pubblicata sul numero di ottobre 2023 della rivista Musica Jazz