«Learn Something New». Intervista a Nicola Di Tommaso

Nuovo album per il chitarrista e compositore molisano. Ne parliamo con lui.

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Buongiorno Nicola e benvenuto a Musica Jazz. Dunque, cosa hai “imparato di nuovo”?
Buongiorno Alceste! Cosa ho imparato di nuovo… Con questo disco ho imparato ad accettare di più il mio modo di suonare e di comporre. Sono sempre estremamente critico e duro nei confronti di me stesso ma in questa occasione mi sono sentito libero di guardarmi con meno severità. Poi ho imparato a suonare in Hammond trio (sto imparando): non avevo mai suonato con questa formazione e non ero nemmeno sicuro che potesse fare al caso mio. Infine ho imparato ad assecondare alcune mie inclinazioni timbriche che forse da tempo tenevo a bada.

Iron Man è dedicata a Eric Dolphy. Quali dinamiche artistiche ti legano a Dolphy?
Ho sempre amato il disco «Iron Man» di Eric Dolphy, l’ho ascoltato per anni. La capacità e la forza di esplorare rimanendo comunque legato al linguaggio e alla cultura del jazz credo sia l’aspetto che sento mi leghi maggiormente a lui.

Il quarto brano in scaletta è Dedicated To Danilo. Chi è Danilo?
Danilo è un amico d’infanzia, ci conosciamo da sempre. Anche lui è un chitarrista e lo era anche suo padre, morto purtroppo in un tragico incidente automobilistico. Proprio il padre quando ero bambino mi accordava la chitarra perché non ero capace e mi ha insegnato le prime cose sullo strumento. Le nostre vite sono legate in qualche modo, dedicargli un brano è stato un gesto spontaneo di affetto.

Quale idea musicale hai seguito nel forgiare questo disco?
L’idea è stata quella di far convivere nello stesso disco due suoni diversi. Il primo è legato alla storia dell’Hammond trio nella sua tradizione. Il secondo è vicino alle trasformazioni del jazz più recente. Nei brani più contemporanei l’organo è sostituito dal fender roads e dal synth che si occupa del basso, e anche il suono della chitarra è molto più modulato.

Perché l’organo anziché le tastiere o il pianoforte?
Ho sempre amato il trio della chitarra con l’organo: quello di Wes Montgomery, il trio di Peter Bernstein e quello di Dr. Lonnie Smith con Jonathan Kreisberg fanno parte dei miei ascolti ed ho interiorizzato quel tipo di suono. I suoni dei due strumenti sono molto compatibili e il risultato è un sound potente e compatto. Abitualmente suono in trio/quartetto senza piano, anche perché mi piace molto suonare gli accordi ed ho la sensazione di maggiore libertà: a differenza del quartetto con il pianoforte, la chitarra è libera di accompagnare durante il solo dell’organo. Questo è un aspetto importante per me perché non vedo la chitarra solo come uno strumento melodico. Per ultimo, ho scelto l’organo perché mi interessava sperimentare un’estetica più contemporanea con questa formazione.

Qual è il filo conduttore di questo disco, sia artisticamente che concettualmente?
Il filo conduttore è difficile da individuare. Non mi sono mai messo a lavoro con in mente un’idea precisa di composizione o di estetica da sviluppare; di solito piuttosto analizzo a posteriori. Anche le dediche le faccio a posteriori. In generale, la mia musica è il risultato non di un lavoro su una specifica commissione, quanto piuttosto di un percorso quotidiano, perché la musica fa parte di tutte le mie giornate. Quindi, volendo, potrei dire che il filo conduttore è la mia vita musicale degli ultimi dieci anni.

Vorresti parlarci dei musicisti che ti affiancano?
Certo! Prima di tutto siamo tutti amici! Conosco Luca Spagnoletti in arte Pixfoil da anni, è considerato un guru della musica elettronica. Sono stato sempre attratto dalla sua capacità di astrazione e dal lato un po’ oscuro della sua musica. Avere dei suoi interventi nel disco mi ha reso molto felice, gli ha dato qualcosa in più che io non avrei saputo dare. Anche io e Matteo ci conosciamo da anni, è un batterista straordinario: conosce benissimo il jazz, ha un suono bellissimo che mi ricorda i grandi della batteria jazz del passato, e non ha problemi a suonare in diversi stili. Ha tutto quello che mi aspetto da un batterista. Che dire di Vittorio Solimene? Nonostante la sua giovane età, è un musicista profondo e pieno di esperienza. Mi chiedo se esista qualcosa che non sappia fare. Proprio suonando i miei brani con lui mi è venuta voglia di registrare un disco con questa formazione. Fa parte di una nuova generazione di musicisti che sta portando in Italia quello che mancava.

Quale ruolo ha «Learn Something New» nella tua discografia? Come si inserisce nel tuo processo evolutivo di artista?
È il primo disco di cui sono quasi pienamente soddisfatto, perché mi rappresenta. E mi piace il modo in cui lo abbiamo registrato, è stato tutto molto spontaneo. Inoltre ho preso coscienza del fatto che in me convivono diversi suoni, per così dire. Penso che segni per me l’inizio di un nuovo periodo musicale.

Quando hai deciso che la musica sarebbe stata la tua professione?
Vengo da una famiglia di operai e contadini dove non c’era molto spazio per le velleità artistiche, nessuno suonava a casa. Ancora oggi non so come sia successo che io abbia fatto della musica una professione. Quello che mi era chiaro sin dalla giovane età, però, è che avrei studiato non per narcisismo, ma per amore e passione autentica. Quando mi sono trasferito a Roma dal mio piccolissimo paese in Molise non l’ho fatto per rincorrere un’idea di fama, ma semplicemente per studiare.

Quali sono i tuoi riferimenti artistici?
È difficile rispondere a questa domanda! Ci sono così tante cose belle nel mondo! Sicuramente hanno avuto una grande influenza per me musicisti contemporanei come Kurt Rosenwinkel e Brad Mehldau, e i grandi del passato ovviamente. Sono molto appassionato dell’aspetto polifonico della chitarra, di conseguenza mi piace molto il repertorio della chitarra classica e del liuto che ho studiato per anni. Infine, per parlare di riferimenti al di fuori della musica, posso citare il lavoro del fotografo italiano Mario Giacomelli e del brasiliano Sebastiao Salgado e la filosofa francese Simone Weill, per me importantissima.

Sei anche un didatta, visto che insegni al Saint Louis College of Music di Roma e al conservatorio di Cesena. Quali sono gli aspetti che valuti di un giovane che approccia alla chitarra?
Direi che sono di più un didatta che un musicista on the road. Insegno al Saint Louis da molti anni ormai, mi sento a casa lì. È una realtà molto importante in Italia che sforna musicisti formidabili, oltre a essere un ambiente stimolante dal punto di vista professionale. Lo scorso anno ho insegnato anche in un conservatorio pubblico, quello di Cesena. Anche lì ho conosciuto ragazzi e colleghi fantastici, come tra l’altro in molti conservatori europei che ho visitato in veste di insegnante. L’amore per lo studio naturalmente confluisce in quello per l’insegnamento. È incredibile quello che si impara dagli studenti! Non è mai stato un ripiego per me, ma piuttosto un motivo in più per continuare a studiare. In uno studente valuto come prima cosa il motivo vero per il quale si approccia allo studio. La cosa peggiore che può capitare è che si studi per narcisismo non per l’amore verso la musica. Il problema è che il narcisismo ha diverse forme ed è difficile da combattere. La tendenza più comune è quella di voler apparire e di competere con gli altri, e così si perde facilmente di vista il vero obiettivo.

Qual è il tuo giudizio sul ruolo dello Stato nei confronti del jazz?
Nello specifico non so quantificare quello che lo Stato sta facendo per il Jazz in questo momento. Uno Stato, per prendersi cura dei suoi cittadini, dovrebbe investire il più possibile nella ricerca scientifica e nella valorizzazione culturale, prendersi cura delle minoranze, promuovere l’arte in ogni sua forma. Non so se ci siamo vicini in questo momento.

Qual è la tua missione, il tuo obiettivo come artista?
Il mio obiettivo come artista, anche se la parola “artista” mi mette fortemente a disagio, è quello di assomigliare il più possibile a me stesso e inoltre di continuare a esplorare le possibilità del mio strumento. Pensando a una missione, invece, direi che mi piacerebbe essere un bravo insegnante e divulgatore.

Quali sono i tuoi prossimi impegni e obiettivi a medio termine?
Oltre a «Learn Something New» nello stesso mese è uscito «Unorthodox Classical Electric Pieces» per Jazz Collection, un disco di brani presi dal repertorio della chitarra classica suonati sull’elettrica. Sto lavorando a una pubblicazione didattica che uscirà per la Volontè e ho già il materiale per un’altra pubblicazione di carattere divulgativo che vorrei pubblicare nel giro di un anno. Vorrei registrare un nuovo disco di standard per proseguire «Standard vol.1» uscito qualche anno fa per Filibusta Record e continuare quello che ho iniziato in «Learn Something New». Oltre ai concerti, i miei impegni immediati sono anche quelli accademici di lezioni, esami, ammissioni, etc. etc.
Alceste Ayroldi

*Le foto sono state fornite dall’ufficio stampa dell’artista