9 Duos Locksound. Intervista a Nico Catacchio

Nuovo album per il contrabbassista barese. Nove brani per nove duetti con Guido Di Leone, Francesca Leone, Mimmo Campanale, Roberto Ottaviano, Andrea Morelli, Bruno Montrone, Alberto Di Leone, Dino Plasmati e Marco Giuliani.

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Nico, perché un album di duetti?
Perché il contrabbasso è, per la maggior parte dei casi, uno strumento poco in evidenza, seppure quasi sempre presente a fornire le fondamenta del suono dell’ensemble. Metterlo a confronto paritetico con strumenti diversi è un modo per portarlo in una dimensione più da protagonista.E questo vale anche per me: nei miei dischi da leader ho sempre dato più importanza al suono del gruppo e alla musica che a me stesso. Questa volta volevo esserci in maniera evidente. Dire la mia dal punto di vista strumentale. In un momento di grande difficoltà dovuta al COVID-19.

Un album che nasce durante il lockdown, almeno dal punto di vista dell’idea e così come è scritto nella seconda di copertina. Quali sono le tue riflessioni a proposito di questa situazione, sicuramente, surreale ma dannatamente vera?
Durante il primo lockdown siamo stati presi, come musicisti, di sorpresa e siamo rimasti tramortiti. Ma io e tanti altri ci siamo dati da fare per creare qualcosa e non stare fermi, anche se non abbiamo potuto fare niente che effettivamente ci portasse del reddito. Inoltre la ripresa, alla fine, è stata abbastanza veloce e questa estate, sia pure sottotono, si era ricominciato a suonare e c’era un fermento che ci lasciava sperare in un inverno quasi normale. Ora navighiamo in una nebbia che non ci consente di capire cosa sarà e il prolungarsi di questa stasi non ci fa ben sperare. Comunque ci mina nel profondo. Oltre che dal punto di vista economico.

Nove brani per nove musicisti che sono al tuo fianco. Come hai scelto i tuoi compagni di viaggio?
Ho scelto musicisti a me vicini con i quali sapevo di potermi intendere subito e la cui voce strumentale si affianca bene al contrabbasso. All’inizio il progetto era di registrare dieci brani con altrettanti musicisti ma il lockdown è finito prima e quindi non aveva senso continuare.

Ci sono chitarristi, trombettista, batterista, pianisti, cantanti, sassofonista. Mi aspettavo di trovare anche un tuo collega contrabbassista, però. Non ci hai pensato?
Effettivamente non ci ho pensato! Ma se ci rifletto so anche il perché. E la spiegazione è inerente al fatto che io amo la diversità. La diversità in musica porta ad ottenere una dinamica sempre viva: forte-piano, denso-largo, veloce-lento etc. Una dinamica che procede in maniera sinusoidale crea interesse. Una linea piatta no. Due strumenti uguali dal timbro così scuro e a volte indefinito rischiano di appiattire la dinamica e quindi l’interesse.

Mi sorge un dubbio, però. Quando vi sarà la possibilità di presentarlo live, come farai?
In realtà era già quasi organizzato un concerto di presentazione. Sarebbero stati presenti tutti i musicisti (anzi probabilmente non tutti per motivi di lontananza o di impegni) che avrebbero suonato con me almeno due brani. Di sicuro non si può fare una tournée. Ma in definitiva il disco non è stato pensato per il live, in un momento in cui il live non c’era (come non c’è adesso).

Il repertorio, invece, come lo hai selezionato?
Per alcuni brani è stato facile perché erano brani che avevo già suonato con il musicista in questione. Altri li ho selezionati pensando al tipo di suono che sarebbe venuto fuori tra i due strumenti. Inoltre dovevano essere brani dalla realizzazione semplice dato che ognuno di noi suonava in maniera separata e che avrei poi dovuto mettere insieme io le tracce (in quel momento lì: poi sono andato in studio da Massimo Stano per avere un lavoro professionale). Quindi io ho suonato per primo (stabilendo un minimo di arrangiamento) ed ho inviato la base al musicista che avrebbe registrato dopo. Solo nel caso della batteria (con Mimmo Campanale) ho fatto registrare lui per primo.

Nove brani, si diceva. Facciamo finta che vi sia spazio per un decimo brano. Quale sarebbe e con chi lo suoneresti?
In realtà il decimo c’era e avevo già scelto il brano: Remember di Irving Berlin. Ma il sassofonista al quale avevo chiesto di unirmi ha scelto (una scelta che capisco bene) di restare in silenzio durante il lockdown. Per motivi condivisibili anche inerenti al fatto che stavamo dando musica gratis. E si sa: una volta che regali una cosa in seguito è difficile venderla. Questo non è un pensiero venale: anzi. Regalare o svendere la musica porta la gente a darle sempre meno valore (come già sta succedendo da un po’ di anni). Insomma mi è dispiaciuto (non voglio dire chi è per un discorso di privacy) ma ho capito e il suo pensiero mi ha messo anche un po’ in crisi perché non ero più sicuro che quello che stavo facendo fosse giusto. Poi comunque ho continuato perché ormai ero in ballo e alla fine ne ho fatto un cd.

È una tua produzione. Un vero e proprio rischio in questo periodo! Come mai hai voluto intraprendere questa strada?
In realtà non ci sono più rischi che affidarsi ad una produzione esterna. Sappiamo che quasi mai un’etichetta produce un disco in toto ormai. Il musicista spesso ci mette di tasca propria. E alla fine l’etichetta serve solo per la grafica, per la stampa e per la parte burocratica. La promozione ormai è carente. Nessuno compra più dischi per cui promuoverli è una spesa, dal punto di vista dell’etichetta, che non ha un ritorno. Inoltre produrre le mie cose mi fa essere padrone assoluto di quello che voglio. E tanti musicisti procedono su questa strada, anche le star come Pat Metheny ad esempio. Quindi è una scelta che, a meno di non ricevere un’offerta davvero interessante, continuerò a fare.

Qual è stato il brano che ti/vi ha dato più problemi durante la registrazione?
Devo dire che non ho avuto problemi. La cosa è filata liscia sempre. Anche perché i musicisti coinvolti sono dei grandi musicisti ed hanno partecipato tutti con grande passione.

Con questo disco sei tornato alla tradizione jazzistica. Hai abbandonato la strada del jazz europeo?
In realtà io non ho mai avuto in mente di fare alcunché di «europeo». Anche se capisco che dare un nome a qualcosa renda più comprensibile il discorso. Ho sempre fatto, dal punto di vista compositivo, quello che mi attraeva in quel momento. Le radici e la tradizione del jazz per me rimangono un pilastro fondamentale. Ma questo non significa che io non possa battere altre strade. Anzi è proprio questo lo spirito del jazz che altrimenti diventerebbe un arido repertorio suonato sempre allo stesso modo. Il mio unico obiettivo è quello di fare sempre cose diverse. Non avevo mai registrato un disco di standard e questa è stata l’occasione giusta. Forse non lo avrei mai fatto in maniera canonica in trio o con un gruppo più nutrito. Il duo mi ha dato la spinta giusta per pensare di poterlo fare senza cadere nel «già visto e già sentito».

A tal proposito, facciamo finta che tu possa/debba fare un disco di duetti con composizioni di jazzisti europei, quali sarebbero i brani e quali i compositori, nonché quali i musicisti ad accompagnarti?
In realtà non ho una chiara geografia dei musicisti jazz europei in questo momento. Mi vengono in mente dei grandi che non ci sono più come Kenny Wheeler (che era canadese ma alla fine è stato quasi sempre in Inghilterra) e John Taylor. Mi sarebbe piaciuto suonare con Esbjörn Svensson. Ma purtroppo anche lui se ne è andato troppo presto. Forse dovrei aggiornarmi sulla scena di adesso in Europa. Il fatto è che seguo molto di più quello che accade oltreoceano.

Nico, hai messo da parte gli abiti del compositore?
Assolutamente no. Ma io sono un compositore lento. E soprattutto molto critico e attendo a distillare solo quello che ritengo veramente interessante. Scrivere un brano che potrebbe essere simile ad un altro non mi interessa. Preferisco prendere il tempo necessario e produrre qualcosa che abbia una vita sua più che somigliare a qualcosa che è già stato fatto (da me o da altri).

Quali sono i passaggi che reputi fondamentali nella tua vita artistica?
Ho avuto una crescita artistica e di studi un po’ strana. A volte mi sembra di percorrerla a ritroso rispetto al solito. Un po’ come un Benjamin Button del percorso di formazione musicale. Sicuramente l’ascolto durante l’adolescenza di certo rock (Genesis, Led Zeppelin, Pink Floyd) mi ha spinto verso una naturale ricerca di composizioni più larghe e complesse di una canzone. Il jazz è venuto dopo (ma comunque abbastanza presto) e l’ascolto casuale o dettato solo da quello che riuscivo a leggere da libri e riviste (senza Internet quello si poteva fare) mi ha concesso di non vivere in una stasi jazzistica dal punto di vista stilistico. Infatti quello che ora si individua come corrente jazz primaria, e che deriva soprattutto dall’hard bop degli anni a cavallo dei Sessanta del secolo scorso, ho cominciato ad ascoltarlo ed apprezzarlo molto più avanti. Ho avuto il faro di Coltrane sempre davanti a me, ma è sempre stato soprattutto un faro come dedizione alla ricerca musicale, allo studio dello strumento. Ho amato e amo molto Charles Mingus come compositore ma non come contrabbassista. Ho amato e amo alla follia Bill Evans e soprattutto il trio con Scott LaFaro e Paul Motian di cui ho tutto e conosco ogni nota come la strada di casa. E da un po’ di tempo (perché io non considero mai completata la mia formazione) mi dedico a comprendere meglio il mio strumento, a come cavarne il suono migliore avendo cura di non distruggersi le mani. E in questo cerco di seguire le tracce di quelli che credo siano i migliori contrabbassisti sulla scena, sia dal punto di vista jazz che del classico. Credo che il proprio percorso artistico possa solo avere evoluzioni. Non si può mai pensare di essere arrivati. Certo ci si può fermare qualche tempo ad affinare ciò che si è imparato. Ma poi bisogna ripartire. È un’esigenza fisica. E dato che Sonny Rollins ancora studia e va avanti credo di essere nel giusto.

Foto di Gaga Jovanovich

Duetti a parte, cosa è scritto nell’agenda di Nico Catacchio?
In questo periodo è veramente difficile immaginarsi un futuro. Ma a volte faccio finta di niente e vado avanti come se la strada fosse libera. Ora sto dedicando una buona parte del mio tempo a realizzare video didattici che diffondo in rete gratuitamente perché a suo tempo ho dovuto faticare molto a trovare un percorso di studio corretto e vedo che tanti annaspano e non sanno cosa fare di fronte ad un imponente quantità di libri e corsi. Certo, ogni argomento deve essere approfondito, preferibilmente, con l’aiuto di un insegnante. Ma cerco di focalizzare l’attenzione sui punti cruciali e importanti. Dal punto di vista discografico io, Pino Mazzarano e Pippo D’Ambrosio vorremmo finalmente registrare un disco. È un trio che esiste da almeno venticinque anni. Che si è perso per un periodo ma ora, saltuariamente ma costantemente, ci ritroviamo e ogni volta è una sorpresa per quello che riusciamo a fare. Per quanto riguarda le orchestre, collaboro con la Untouchable Band di Dino Plasmati, la LPJ Big Band di Matera, la Jazz Studio Orchestra di Paolo Lepore. Ovviamente sono in stand by tutte le collaborazioni più o meno saltuarie con i musicisti con i quali suono di solito. Per quanto riguarda il lavoro da leader ho in mente una nuova produzione discografica. Ma se in «Kinesis» ho avuto un enorme piacere nel coinvolgere musicisti formidabili della mia terra, questa volta vorrei avere con me dei musicisti d’oltreoceano. Musicisti che ho già in mente. Ma su questo vado cauto perché tutto dipenderà dal budget che avrò a disposizione. Dal punto di vista dei concerti: nessuno al momento può sapere cosa succederà in questo 2021. Al di fuori del jazz vero e proprio ho in ballo la registrazione del prossimo disco con il gruppo etno-jazz Aksak Project con il quale ho una collaborazione ventennale. Ovviamente sono in stand by tutte le collaborazioni più o meno saltuarie con i musicisti con i quali suono di solito.
Qualunque cosa sia dobbiamo fare in modo che la musica continui. Sempre.
Alceste Ayroldi