«Inish». Intervista a Naomi Berrill

La compositrice, violoncellista e cantante irlandese, da tempo residente in Italia, pubblica il suo nuovo album. Ne parliamo con lei.

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Naomi Berrill foto di Edoardo de Lille

«Inish» è dedicata a due isole: Inishark e Inishbofin. Che cosa hanno di speciale queste due isole?
Sono molto diverse, Inishbofin è una piccola isola di 12 chilometri quadrati su cui abitano ancora 180 persone. È ancora molto viva, da maggio a settembre quasi ogni sera le persone si ritrovano nei vari locali per suonare musica folk, per cantare e per stare insieme. Anche musicisti prestigiosi vengono volentieri dalla terra ferma a suonare e a passare del tempo su Inishbofin. È selvaggia e la natura è di una bellezza pura. Il vento e i colori raccontano qualcosa di speciale. Inishark è altrettanto bella ma è disabitata da 60 anni e c’è un silenzio che sa di nostalgia. Si percepisce chiaramente come la natura abbia ripreso il sopravvento e regni indisturbata. Lì dominano gli uccelli e le piante, che crescono e vivono avvolgendo quello che rimane delle semplici case di pietra tipiche dell’isola. Entrambe si trovano o più a ovest dell’Irlanda, totalmente esposte alla bellezza e all’impetuosità dell’Oceano Atlantico.

Il singolo Sea Warrior è ispirato alla piratessa Grace O’ Malley. Perché la storia di questo personaggio ha attirato la tua attenzione?
Dopo aver visto a Inishbofin le rovine del vecchio castello dove Grace O’ Malley ha vissuto, ho riguardato la sua storia e il suo personaggio, e mi ha colpito questa donna dall’anima coraggiosa, senza paura, così decisa nell’agire e nel lottare per ciò in cui riteneva essere importante per la sua vita. Ho deciso di dedicare la prima canzone che ho composto per Inish a lei. Grace è un esempio stupendo di donna anche per il mondo di oggi.

Questo singolo è anche il video che ha anticipato il tuo album. Chi sono gli interpreti e che ruoli hanno nella sceneggiatura del video?
Le interpreti principali sono Angelina Mirashi, giovane danzatrice, e Ramona Caia, danzatrice esperta. Nel corso del video si intravede anche Damiano Costagli, il fabbro che ha costruito il silver cello e poi, verso la fine, si vedono i volti di tante donne. Ognuna di loro, a modo suo, rappresenta una “donna-guerriera” di oggi. Anch’ io appaio nel video. La storia di Grace ha agito, in qualche modo, nel mio subconscio e mi ha spinto ad avere il coraggio per arrivare ad un nuovo sound e a una nuova Naomi, grazie al percorso musicale che ha portato alla creazione di «Inish».

Cosa ci racconta questo video?
Il video racconta di una giovane ragazza che, dopo aver letto la storia di Grace O Malley, rimane colpita e si immagina di riuscire ad essere determinata nel realizzare i propri sogni, riuscendo a diventare quella che vuole. Questo avviene tramite la danza, guardando e imitando una danzatrice più esperta, più saggia, un role model. Quindi la danzatrice più esperta potrebbe rappresentare anche Grace. Noi diventiamo quello che siamo grazie all’esempio delle persone più grandi, più esperte e sagge che sono intorno a noi. E molto importante, per le giovani generazioni, trovare queste figure che diventino modelli nella loro vita.

E chi sono le donne alla fine del video, cosa rappresentano?
Le donne alla fine del video sono tutte donne che fanno parte della mia vita quotidiana, amiche e persone che vedo spesso e che ammiro. In ognuna di loro vedo qualcosa dello spirito di Grace.

Parlando del mare e delle battaglie che il mare deve combattere ogni giorno per sopravvivere, pensi che noi umani stiamo facendo effettivamente qualcosa per non uccidere la nostra più grande risorsa?
Penso che si debba veramente credere ed essere consapevoli che ogni piccolo gesto che facciamo nel nostro quotidiano può fare la differenza. Spesso le scelte giuste non sono quelle più facili o comode, ma dobbiamo farle pensando al mondo del futuro, non solo per l’effetto diretto che avranno, ma anche perché stiamo creando un modello di condotta di vita per le generazioni future.

A proposito, qual è il tuo rapporto con il mare?
Per me il mare è una fonte immensa di ispirazione. La marea ad ogni onda porta via preoccupazioni, aiuta a rimettere tutto in prospettiva, e aiuta ad entrare nel ‘flow’ dell’ispirazione. Nel mio album ‘ To the Sky’ ho scritto una canzone intitolata ‘Sparkling Sea’ , dove racconto la speranza che ho dentro di me che questa bellezza del mare, pulita e brillante, possa rimanere cosi per le generazioni che seguiranno.

«Inish» è il primo disco che hai registrato con la collaborazione di Lorenzo Pellegrini e Andrea Beninati. Ti va di raccontarci come vi siete conosciuti e come è nata questa collaborazione?
Lorenzo l’ho sentito per la prima volta con suo gruppo Handlogic al Teatro Romano di Fiesole nell’ estate del 2020. Sono rimasta incantata dal suono, dalla sua voce e dalla perfezione della produzione artistica. Allora stavo appena cominciando a immaginare un nuovo lavoro non in solo, così ho fissato un incontro con lui per vedere se fosse stato interessato a far parte, come chitarrista/cantante, di un trio o quartetto che eseguisse la nuova musica su cui stavo ancora lavorando. Quando ha sentito le prime versioni di alcuni brani mi ha subito chiesto se fossi interessata anche a coinvolgerlo come producer. Ha fatto qualche esperimento e mi ha immediatamente conquistata, così gli ho affidato l’intero progetto.
Andrea invece l’ho conosciuto a L’Aquila, dove ho suonato per il festival “Il Jazz Italiano per le Terre del sisma”. Ci siamo trovati insieme sul palco per eseguire un lavoro di Stefano Tamborrino, io come cantante e lui come violoncellista, e sono rimasta colpita dalla sua bravura. Poi la stessa sera l’ho sentito suonare jazz come batterista di un’altra formazione. La fluidità che ha dimostrato sia come violoncellista che come batterista mi ha attirato e così gli ho chiesto se fosse interessato a collaborare al mio nuovo progetto.

Naomi Berrill – Ph. Annamaria Lucchetti

Hai registrato utilizzando il tuo violoncello e anche uno strumento particolare, denominato «silver». Ce ne parleresti?
Qualche tempo fa ho conosciuto un violoncellista amatoriale che frequenta la stessa scuola di musica di mio figlio e hanno le lezioni uno dopo l’altro.  Suonava un violoncello bellissimo, particolarissimo, luminosissimo, con un reverbero magico. Questo cello era fatto di alluminio… Ho poi saputo che lui era di mestiere un fabbro, oltre che essere un appassionato di violoncello, e durante il lockdown ha creato vari violoncelli come quello. Dopo averne provato uno ho deciso di usarlo in studio per registrare alcuni brani di «Inish», perché mi piaceva molto il suono particolare e diverso e, soprattutto, come suonavano più brillanti li armonici naturali. Considero il silver cello un altro strumento, diverso dal violoncello classico di legno. Ha altre qualità e potenzialità. Il violoncellista/fabbro, ormai anche caro amico, si chiama Damiano Costagli e nel video di Sea Warrior si vedono anche alcuni momenti della creazione del Silver cello che, nel video, simbolizza qualcosa simile a una armatura che protegge la piratessa Grace.

Abbiamo detto degli spunti che hai avuto dal punto di vista letterario, invece dal punto di vista musicale quali sono state le tue fonti di ispirazione?
Penso che gli echi di tanta della musica che amo, che ascolto e che ho eseguito negli anni, risuonino nel mio subconscio ed escano poi nella mia musica originale anche senza che io me ne accorga. L’armonia del mondo classico orchestrale e del quartetto d’ archi che ho conosciuto e suonato nel mio percorso di studio mi ha dato tanti spunti. Sin da quando avevo 13 anni andavo da Galway a Dublino ogni sabato e suonavo nella Royal Irish Academy of Music orchestra, poi nell’ Irish Youth Orchestra.  Essere seduta in mezzo al suono di un’orchestra che ti avvolge, suonando e assorbendo le armonie di repertori come Mahler, Sibelius (Symphony in D), Stravinsky (The Rite of Spring), Debussy (La Mer), e Wagner (The Ring), Holst (The Planets) e stata una delle esperienze più belle, musicalmente, e soprattutto incredibilmente formativa vissuta a quell’età.

Hai un forte legame con la natura, tant’è che hai stretto una collaborazione con Treedom. Ci spiegheresti meglio?
Oggi ovunque ci viene detto di acquistare meno cose per il bene della pianeta, ma in realtà anche connettersi  a internet per gli streaming/downloading dei video musicali inquina tanto, se non più che comprare un CD e ascoltarlo infinite volte con il CD player! Ma, in ogni caso, volevo abbinare al gesto di comprare un CD un altro gesto che fosse positivo per il pianeta ed eccolo: per ogni CD acquistato sarà versato un contributo per la creazione della Inish Forest, una foresta di alberi, ma alberi sparsi in diversi angoli del mondo. E’ inoltre un’azione utile ad aiutare le comunità locali dove gli alberi vengono piantati, perché l’associazione Treedom non solo pianta alberi ma insegna agli abitanti dei diversi luoghi a prendersene cura ,così che poi gli stessi alberi  possano diventare  per loro una risorsa anche economica.

Sei una violoncellista, cantante, ma suoni diversi altri strumenti. Da dove sei partita (musicalmente parlando)?
I miei genitori hanno fondato una scuola di musica sulla costa ovest dell’Irlanda. Quando ero piccola la sede della scuola era proprio casa nostra! Sentivo spesso dalla mia stanza tutte le lezioni e assorbivo repertori classici di piano, violino, canto e lezioni di chitarra e clarinetto. Alcuni corsi per principianti erano lezioni di gruppo e io partecipavo spesso, non solo per curiosità strumentale e musicale, ma anche perché a 8 anni preferivo, invece di fare i compiti, stare in un’aula con alcuni amici…Suonare era un modo di stare insieme (come lo è anche nel mondo della musica folk in Irlanda). Entrambi i miei genitori hanno sempre avuto una relazione molto speciale con i loro allievi, prendendosene cura e infondendo loro coraggio nel cimentarsi a suonare, la gioia che si può provare nel suonare insieme agli altri, e la bellezza della musica in generale. Con i miei ho studiato canto, violino piano e chitarra.

Qual è il tuo rapporto con il jazz?
Per me, in alcuni momenti della vita in cui ero molto assorbita dal mondo classico e dallo studio maniacale di intonazione e tecnica, il jazz era libertà, aria fresca, spazio nel cervello per creare o immaginare senza pensare alla tecnica dello strumento. Due dei miei fratelli hanno studiato Jazz, e quando trovavo tempo andavo con loro a frequentare corsi estivi. Sono stata fortunata di aver potuto fare dei corsi intensivi al Banff Centre in Canada con Dave Douglas e altri maestri del Jazz, come anche di aver seguito un altro corso estivo al Conservatorio di Amsterdam. Il mondo di jazz sperimentale mi sembrava così lontano del mondo classico. Rimanevo incredula  quando durante gli workshop mi era richiesto di iniziare un brano da niente con un ensemble, totalmente improvvisato, senza alcuna indicazione di tonalità o ritmo!

Sei irlandese, ma vivi in Italia. C’è qualcosa, artisticamente parlando, che rimpiangi della tua natia patria?
Devo dire di no! É vero che non vivo là da tanto, ma ho diverse collaborazioni e quindi ci suono spesso. Mi accorgo quanto cresciamo come persone e come artisti allontanandoci da quello che conosciamo, quello che ci e familiare e sicuro nella nostra vita. Impariamo tanto anche vivendo l’essere ‘straniero’ in un altro paese, e impariamo tanto l’empatia. Poi apprezziamo di più nostra patria natia. Negli ultimi anni in Irlanda sono nati due festival di violoncello, molto diversi e interessanti. Uno si rivolge soprattutto al mondo classico, si chiama Cellissimo ed è curato da Music for Galway.  L’altro si chiama Spike Cello Festival ed è una vetrina per i progetti più sperimentali, sempre del mondo violoncellistico. Quindi torno in Irlanda fortunatamente anche per motivi lavorativi.

Hai qualcosa da rimproverare al sistema dell’industria musicale italiana?
Penso che l’industria musicale italiana, soprattutto quella più importante in termini di numeri e potere, rimanga sempre troppo sul «sicuro», pubblicando solo quello che già sono certi di vendere. Si rivolgono principalmente alla massa e scelgono più facilmente progetti che assomigliano qualcosa che già esiste per non rischiare. Accade anche che venga richiesto agli artisti di modificare materiale originale in questa direzione, ma così si uccide l’anima creativa e si blocca lo sviluppo artistico non solo individuale ma anche della musica di un Paese. Tanta musica italiana mi piace, come Lucio Dalla, Mina, Ornella Vanoni etc. ma mi piacerebbe che ci fosse un po’ più spazio per i giovani autori e compositori, più innovativi e alternativi, perché possano crescere e sbocciare.

Violoncello e voce sono i tuoi strumenti principali. Quanta cura riservi ad entrambi?
Sin da quando avevo 13 anni il violoncello è stato il mio strumento principale. Mi sento più violoncellista che cantante, infatti prima dei concerti sono così concentrata a scaldarmi le mani per suonare che mi scordo di scaldare anche la voce … ma sto migliorando!

Naomi Berrill
Foto di Edoardo de Lille

Quanto ti eserciti quotidianamente?
Non ho un andamento regolare nello studio. Essendo madre di due ragazzi e senza nonni che vivono vicino non è facile. La mattina sono libera e questo è molto prezioso, ma comunque non riesco a studiare quotidianamente. Poi però quando mi capita di essere via da casa per concerti devo dire che recupero bene, e mi rendo conto di quanto sia un lusso poter pensare solo alla mia musica e studiare. Rimango legata allo studio della musica classica in quanto porto avanti alcune collaborazioni in quell’ambito e questo mi da motivo di rimanere allenata sullo strumento, che è fondamentale.
Con il coreografo contemporaneo Virgilio Sieni mi capita spesso di eseguire alcune suite di Bach e nel  Dragonfly Duo con Danusha Waskiewicz, violista classica eccezionale, arrangiamo musica per due voci viola e cello (da Bach, Purcell e Dowland a Bartok). Riguardo la voce, canticchio spesso le idee che ho in mente e così mantengo elastiche le corde vocali.

Quale strumento utilizzi per comporre e quali sono i tuoi passaggi essenziali nella fase compositiva?
Uso sia piano che il cello e la chitarra. Mi piace mettere le mani su uno strumento a caso, non pensando a quale accordo verrà fuori per scoprire nuove sonorità e accordi complessi, che decifrerò dopo. Prima trovo una sequenza armonica che mi affascina e poi improvviso sopra con la voce finche trovo quello che esprime l’emozione che voglio trasmettere. Poi, se possibile, mi prendo qualche giorno via da casa per una  full immersion, e potermi concentrare solo su quello.

Chi è il tuo mentore?
Sono vari. Per la creazione di «Inish» Lorenzo Pellegrini, il producer, è stato un mentore fondamentale. Poi tutte le idee per le nuove canzoni, quando sono ancora in stato embrionale, le faccio sempre sentire a mia madre, che mi consiglia con assoluta onestà. Ho degli amici musicisti cari, sia nel mondo classico sia in ambito jazz, che si sentono liberi di darmi consigli e farmi critiche costruttive. Questo mi piace molto perché mi fa crescere e migliorare. Molto valore ha anche l’onestà della mente di un bambino, quindi ascolto volentieri quello che mi dicono i miei figli, che ormai sono anche loro piccoli musicisti (hanno 11 e 8 anni).

Che musica ascolti ultimamente?
Tanta, e molto diversa. Ecco un assaggio:
Dal folk; The Breath, Molly O’ Mahony, Karine Polwart and Pippa Murphy;
Dal jazz; Elis Regina, Snowpoet, Brad Mehldau, Nina Simone, Ella Fitzgerald, Francesca Gaza;
Dal barocco; i progetti vari di Bjarte Eike, Accademia Bizantina musica di Purcell;
Dal classico; Faure compete songs (Cyrille Dubois and Tristan Raes), Handel Suites for piano, John Adams, Schumann;
Dal mondo cantautorale; l’album nuovo di Hozier, Greener Grass, Dot Allison, Fiona Apple, Saint Sister, Rachel Sermanni, Regina Spector, Bjork

Naomi Berrill
foto di Annamaria Lucchetti

Premetto che non sono un fautore della classificazione in generi della musica, ma se tu dovessi farlo, la tua musica in quale genere rientrerebbe?
Questo nuovo album penso potrebbe rientrare in una categoria di Pop/Indie Alternativo … forse!?

Melodia, armonia, ritmo, timbro. A quale di questi dai una priorità quando componi e quando suoni?
Quando compongo in questo ordine: armonia poi melodia infine ritmo. Quando suono invece in quest’ordine: timbro, poi armonia e a seguire melodia e ritmo.

Quando componi pensi anche al pubblico che dovrà ascoltare il tuo brano?
No, in realtà penso più all’emozione che voglio esprimere, e alla bellezza armonica che voglio condividere.

Quali sono i tuoi obietti e progetti futuri?
Voglio continuare a crescere come musicista e come persona, e vorrei arrivare a toccare nuove anime, far emozionare il pubblico e far riflettere tramite la mia musica, ciascuno a modo suo, interiore e personale. Quello che esprimo riguarda temi universali e ognuno può ritrovarli o sentirli nella propria vita. Poi voglio anche esplorare sempre di più le possibilità sonore di questo nuovo trio.  Avendo accanto a me due poli-strumentisti stupendi ho la sensazione di poter davvero volare più in alto.
Alceste Ayroldi