Il Jazz dietro le quinte: Intervista a Luciano Linzi

Prima puntata di una serie di interviste con alcune figure di grande importanza nella scena jazzistica italiana: personaggi che non salgono sul palco – se non, magari, per presentare qualche concerto – ma la cui presenza è determinante per il buon funzionamento della macchina organizzativa. Il nostro viaggio inizia da Roma. Parliamo con il direttore artistico della Casa del Jazz.

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Foto di Paolo Soriani

Buongiorno Luciano, in primis vorrei chiederti: qual è l’assetto amministrativo della Casa del Jazz di Roma?
La Casa del Jazz è un’istituzione del Comune di Roma e dal 2018 è gestita dalla Fondazione Musica per Roma.

Parliamo del passato prima di affrontare temi più attuali. Come ha vissuto la Casa del Jazz la situazione provocata dalla pandemia?
Abbiamo interrotto una prima volta la nostra attività il 5 marzo dello scorso anno, dopo il concerto in piano solo di Craig Taborn tenutosi il 4 marzo nella nostra sala concerti. Erano giorni di grande incertezza e timore. Poi quando è stato possibile riprendere l’attività all’aperto, potendo contare fortunatamente sul nostro grande parco, abbiamo messo in piedi un cartellone che ha coperto il periodo dal 1 luglio a fine settembre. In seguito a ottobre abbiamo ripreso l’attività in sala a capienza dimezzata, per poi interrompere di nuovo alla fine di quel mese. Abbiamo inizialmente lavorato sul web attraverso i social, veicolando contributi di musica e parola che ci arrivavano numerosi dai musicisti. Poi, nella seconda fase, con qualche concerto in streaming, soprattutto grazie alla piattaforma messa a disposizione da Musica per Roma.

Con la ripresa delle attività, però, la situazione è migliorata. Quest’estate la programmazione è stata intensa. Quali sono state le maggiori difficoltà che avete incontrato?
Sulla base dell’esperienza dell’estate 2020, abbiamo replicato l’allestimento con tutte le misure precauzionali, i distanziamenti e le norme sanitarie previste. E la medesima capienza ridotta a oltre 625 posti a sedere. Abbiamo costruito un ricco cartellone di oltre ottantacinque concerti. E inoltre ospitiamo come tradizione i festival Una Striscia di Terra Feconda, I Concerti nel Parco, Jammin’. Abbiamo dovuto affrontare qualche cancellazione di tour di artisti americani e inglesi. Ma molto più limitatamente rispetto all’anno scorso. 

Quali criteri hai seguito per la programmazione artistica?
Gli ingredienti base della nostra programmazione. E cioè grande spazio agli artisti italiani di tutte le generazioni e stili. Con «carta bianca» ad Enrico Rava ed Enrico Pieranunzi. Così anche l’iniziativa Giovani Leoni, dedicata ad una selezione di giovani talenti che abbiamo fatto esibire in apertura dei più importanti concerti del cartellone. Spazio ad artisti internazionali di grande fama, con alcuni che non avevamo mai ospitato prima alla Casa del Jazz come Michel Portal o John Patitucci o Fred Hersch. Ed un progetto speciale che abbiamo prodotto come Fondazione Musica per Roma con l’agenzia TEMA nel quale Dee Dee Bridgewater si è cimentata alla guida di un gruppo composto da solo giovani musicisti italiani, progetto che ha poi girato l’Italia e ottenuto le lodi prestigiose di Downbeat. Inoltre abbiamo riservato uno spazio agli artisti delle etichette indipendenti italiane come Jando Music (che festeggiava i dieci anni di vita), la Auand (vent’anni di attività) e la Parco della Musica Records. E collaborazioni con le ambasciate tedesca, israeliana e l’istituto Polacco per presentare artisti mai esibitisi prima a Roma.

Casa del Jazz, Roma

Qual è stata la risposta del pubblico?
Mentre l’anno scorso avevamo notato dei fenomeni di comprensibile timore da parte del pubblico (ad esempio, una consistente percentuale di spettatori che acquistavano il biglietto online e poi non si presentavano al concerto), quest’anno siamo tornati a presenze quasi paragonabili all’estate 2019.Ne siamo molto felici. Molti agenti ci hanno segnalato che quest’estate nessuno in Italia ha fatto meglio di noi e ne siamo fieri. Roma ha risposto e sta rispondendo con entusiasmo e grande partecipazione a «Si può fare Jazz».

Come procede la sinergia con la Fondazione Musica per Roma e, in particolare, con il Parco della Musica?
Molto bene. Sin dal 2018 c’è stata subito una volontà di rilanciare l’Istituzione della Casa del Jazz con impegno ed entusiasmo da parte della Fondazione. E tutto questo sta procedendo in tal senso con ancora maggiore determinazione, nonostante gli eventi di quest’ultimo anno e mezzo. Le sinergie che si possono realizzare sono naturali ed evidenti. Casa del Jazz deve tornare ad occupare un ruolo da protagonista sullo scenario nazionale ed internazionale del jazz, tornare ad essere un punto irrinunciabile di riferimento. Esaltare le proprie potenzialità di centro produttivo, aumentare la dimensione dell’attività divulgativa e didattica. Dopo un periodo di difficoltà e di oblio, abbiamo potuto contare su un rilancio importante dell’immagine, dell’identità di quel luogo grazie ai mezzi di comunicazione e al personale messi a disposizione da Musica per Roma. I nostri programmi sono regolarmente nei siti dell’Auditorium, fisici e online, abbiamo goduto di campagne pubblicitarie dedicate su stampa, affissioni, social, e così via. I riflettori sono tornati ad illuminare la Casa del Jazz. E molto dobbiamo continuare a fare.

La ripartizione, per così dire, di competenze musicali sta funzionando, quindi.
Sì, c’è una totale affinità di vedute. Mantenendo l’autonomia necessaria tra i due luoghi, che hanno caratteristiche e identità proprie. La collaborazione è totale sui progetti che vengono registrati e prodotti dalla Parco della Musica Records (etichetta della fondazione Musica per Roma) e poi presentati dal vivo da noi alla Casa del Jazz, come sta accadendo con frequenza regolare quest’estate.

Qual è l’età media del pubblico della Casa del Jazz?
Direi che il cuore sta nella fascia trentacinque-sessantaquattro anni.

Cosa intende fare la Casa del Jazz per cercare di avvicinare i giovani al jazz?
Aumentare le attività dedicate alla divulgazione del jazz per le fasce di età più giovane. Come abbiamo iniziato a fare con il progetto della Jazz Campus Kids Orchestra, un’orchestra di bambini coordinata da Massimo Nunzi con la collaborazione Cristiana Polegri e Silvia Manco, con risultati a dir poco straordinari. Aumentare gli spazi dell’attività concertistica dedicata ai giovani artisti, che di conseguenza naturale portano con se un pubblico di coetanei. Aumentare le opportunità di residenze, di workshops che diano maggiori opportunità di scambio tra giovani musicisti europei. Aumentare la selezione di progetti da presentare in concerto che utilizzino l’elettronica  o la fusione di generi come elemento caratteristico. Inoltre, già da tre anni, produciamo con la fondazione Musica per Roma, l’orchestra nazionale jazz Giovani Talenti diretta da Paolo Damiani che, ogni anno, cambia quasi interamente l’organico.

Casa del Jazz, Roma

Oltre ai concerti, quali sono le altre attività che vengono espletate?
Oltre ai summenzionati progetti dedicati ai bambini, abbiamo proposto regolarmente cicli di incontri divulgativi tenuti da massimi esperti come Marcello Piras, Luca Bragalini, Luigi Onori, Sandro Cerini. In collaborazione con il dipartimento jazz del conservatorio Santa Cecilia, abbiamo ospitato corsi aperti anche al pubblico generico, lezioni di storia del jazz, prove degli organici orchestrali di detto dipartimento. Presentazioni di libri di soggetto jazzistico, guide all’ascolto.

Per la stagione invernale, invece, ci saranno altre sinergie-collaborazioni che intendete stringere?
Sì, stiamo dialogando con altre ambasciate e altre istituzioni culturali stranieri per future collaborazioni su progetti specifici.

La Casa del Jazz usufruisce di finanziamenti pubblici e/o privati?
La Fondazione Musica per Roma ne benificia. Quest’anno ha partecipato con un progetto specifico per la Casa del Jazz alle domande FUS- prime istanze ed è stata ammessa a contributo ministeriale.

Quali sono le linee programmatiche per il prossimo autunno-inverno?
Attendiamo indicazioni più certe sulle modalità e capienze. Sicuramente i programmi concertistici saranno dedicati prevalentemente a musicisti italiani, giovani. E verranno moltiplicati gli appuntamenti didattico/divulgativi.

Luciano, un paio di domande personali. Qual è il concerto che ti è piaciuto di più?
Uno quest’estate non basta. Tra gli italiani, il duo Enrico Rava- Danilo Rea e Giornale di Bordo con Antonello Salis, Gavino Murgia, Paolo Angeli e Hamid Drake. Tra gli internazionali il trio Fred Hersch – Drew Gress – Joey Baron ed il quartetto di Antonio Sanchez con Donny McCaslin, Miguel Zenon e Scott Colley.

Qual è l’ultimo libro che hai letto (o stai leggendo)?
Due che si intrecciano: Franco D’Andrea, un ritratto di Flavio Caprera e Abbiamo tutti un blues da piangere di Giovanni Tommaso.
Alceste Ayroldi

Intervista pubblicata sul numero di ottobre 2021