«Never Give Up». Intervista a Luca Di Luzio

Nuovo album per il chitarrista e compositore pugliese. Con lui un parterre di star come Randy Brecker, Alain Caron, Rodney Holmes e George Whitty.

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Foto di A. Rotili

Buongiorno Luca, arriva, dopo tre anni, un album parecchio importante per la tua carriera artistica. Già il titolo è un monito: «Never Give Up». A chi si rivolge questo monito?
Dopo tre anni da «Globetrotter» arriva un album di evoluzione:  «Never Give Up». Ho lavorato molto nei due  anni della pandemia sulla composizione, sulla scrittura, sul mio fraseggio. Ho trascritto molto ed inevitabilmente il mio linguaggio è cambiato. Il messaggio Never Give Up, oltre ad essere una citazione di Jim Valvano, è per tutti coloro che inseguono un grande sogno e che tendono ad arenarsi strada facendo. Sono convinto che la perseveranza, il duro lavoro e la passione paghino alla fine.

Un parterre di big del jazz e non solo. Ci spiegheresti questa scelta di cooptare tutti questi grandi nomi?
Di fatto è stata una scelta naturale basata sulle relazioni con i musicisti create negli anni. Con Rodney Holmes ci conosciamo dal 2010 , abbiamo già  fatto già due tour insieme. Con Alain Caron ci vediamo ogni anno durante il NAMM Show di Los Angeles e ci alterniamo spesso sullo stesso  palco. Sono anni che ci riproponiamo di collaborare su un progetto e finalmente si è presentata l’occasione giusta.

Le composizioni sono tutte firmate da te, nessuno standard o cover. Era da tempo che lavori a questo disco? Qual è la sua genesi?
Suonare gli standard è bellissimo e rimane una grande palestra. Scrivere brani propri è una esigenza che nasce nel corso degli anni, legata al volersi raccontare, a lasciare una traccia. Ho impiegato circa un anno tra scrittura dei brani e stesura degli arrangiamenti che ho realizzato insieme a George Whitty ed ho imparato tanto nell’affrontare questo progetto.

Cosa significa per te comporre musica?
Per me è fondamentale raccontare delle storie. Il senso della narrazione è l’elemento più importante, nella scrittura dei brani. L’elemento melodico e quello ritmico prevalgono sempre. Mi piacciono le melodie semplici, cantabili. Mi piace pensare che la mia musica possa essere ascoltata da tutti.

Quali sono le tue fonti di ispirazione e di ricerca?
Aneddoti, persone che ho conosciuto, viaggi ed esperienze umane e musicali sono la mia principale fonte di ispirazione. Mentre la trascrizione dei «grandi» resta la fonte della continua evoluzione del mio linguaggio musicale che si manifesta anche nella composizione.

Mi sembra di capire che il tuo versante musicale sia sempre più legato alla fusion. Mi sbaglio?
Certamente non sono un purista, adoro il jazz mainstream, ma il blend  tra jazz e il funk-rock-blues aggiunge un tocco di carattere e di freschezza ai brani. Fusion o contemporary jazz guitar sono due etichette che danno una vaga idea del tipo di musica ma sono limitative. Se usare un suono distorto o usare la tecnica del bending significano suonare musica fusion, ok: allora anche io rientro in quel versante musicale.

Però, si sente sempre la sensibilità italiana, mediterranea. Ti piace fondere questi due diversi modi di concepire la musica?
Hai colto in pieno l’essenza del mio modo di concepire la musica. Un caro amico ha detto: «hai un sound CaliFoggiano!». Per quanto mi faccia ridere la definizione in sé, credo che sia perfetta. La melodia ed il sound mediterraneo delle mie origini insieme al linguaggio jazzistico molto lineare, classico della West Coast. Amo le contaminazioni, ascolto musica di ogni genere, dalla classica alla musica elettronica, mi piace il Brasile, l’Africa, lo swing, il blues, la canzone.

Hai già presentato l’album, in anteprima, questa estate. Qual è stata l’accoglienza del pubblico?
Ottima, la gente ha voglia di ascoltare delle storie, vuole emozionarsi attraverso la musica scavando dentro il significato. Molte persone mi hanno detto che associano alcuni miei brani a dei ricordi di loro esperienze e tutte le volte si emozionano. Potenza della musica.

Immagino non sia semplice avere la disponibilità di nomi importanti come quelli che sono nel tuo disco. Hai un piano B per i live?
Posso contare su un nutrito parco musicisti con cui ho collaborato in passato e che possono sempre portare il loro contributo alla mia musica. Cerco di avere possibilmente la sezione ritmica simile a quella del disco, e aggiungere qualche solista italiano alla band.

Luca, secondo te il jazz ha solo la targa a stelle e a strisce?
Assolutamente no. Il jazz oggi ha una matrice mondiale. In Italia abbiamo tantissimi grandi musicisti capaci di affrontare in modo personale qualsiasi palco e repertorio. Nei miei due album hanno suonato  Max Ionata e Manuel Trabucco, due esempi di musicisti italiani di livello internazionale.

Secondo te, alcuni stili-generi di jazz si adattano alla chitarra meglio di altri?
Non credo ci siano più stereotipi così forti, la chitarra elettrica e l’effettistica ha espanso la tavolozza sonora a disposizione ma allo stesso tempo c’è chi suona jazz usando solo una chitarra classica. Il risultato è dato sempre dalle mani di suona uno strumento: Pat Metheny, Ralph Towner, Bireli Lagrene, Joe Pass, Tuck Andress, Pasquale Grasso. Tanti universi sonori meravigliosi, distanti ma con una matrice di linguaggio comune.

Quante chitarre possiedi e qual è la tua prediletta?
Ho una ventina di chitarre: solidbody, archtop, semihollow e acustiche, da oltre dieci anni ho un rapporto di grande fiducia e collaborazione con la Benedetto Guitars, di cui sono Ambassador in Europa infatti su entrambi i dischi ho utilizzato principalmente una Benedetto Benbino Deluxe e una Benedetto Americana. In altri progetti suono la chitarra 7 corde Benedetto Fratello e Bambino deluxe 7 o la Bravo. I pilastri del mio suono sono le chitarre Benedetto e dagli amplificatori italiani DV Mark.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
A dicembre sarò in Polonia dove terrò alcune clinics e concerti, poi un tour con il mio hammond trio in primavera. Subito dopo rimarrò negli States per un mese di concerti e clinics.  Per l’estate stiamo già lavorando per un tour con il progetto Globetrotter ed un tour con un quartetto europeo.

Quali sono i tuoi obiettivi a medio-lungo termine?
Continuare a comporre e registrare la mia musica, riprendere l’attività live a pieno regime. Sto lavorando già da un anno alla creazione di una Online Academy in cui coinvolgerò molti amici da tutto il mondo.
Alceste Ayroldi