«A Long Way». Intervista a Jany McPherson – I parte

Esce il 6 ottobre il nuovo album della pianista e compositrice cubana che, dopo il bel piano solo del 2020, torna a suonare in trio, con anche una guest d’eccezione: John McLaughlin. Questa è la prima parte della nostra intervista.

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Jany McPherson - Jean Louis Neveu Photographer

La prima domanda riguarda il tuo nuovo disco e, in particolare, il titolo – A Long Way. Perché hai scelto questo titolo? Cosa rappresenta nella musica del tuo disco?
Questo titolo mi è venuto in mente non appena ho finito di comporre una delle canzoni dell’album (a cui poi ho dato quel titolo). Quando le prime idee hanno cominciato ad arrivare nella mia testa, sono state accompagnate da tante immagini, come se stessi rivedendo la storia della mia vita. Mi sono venuti in mente i ricordi di quando ero bambina a Guantanamo, la mia città natale, le tante esperienze che ho vissuto e quasi tutto ciò che è dovuto accadere nella mia vita per essere dove sono ora. La mia vita a Cuba fino ai 23 anni e poi la decisione sofferta, ma determinata di lasciare la mia terra e andare in Francia a costruire il mio futuro come persona e come artista. La melodia è malinconica, invita a ricordi di tempi passati, ma allo stesso tempo trasmette un sentimento positivo e di speranza. In questo senso, il ritmo stesso in tre quarti, come un valzer venezuelano, si combina perfettamente con la melodia, dando al brano quello slancio, quella sensazione di positività che ti accompagna quando sai che stai vivendo la tua vita, facendo le cose al meglio che puoi, comunque vada.  La vita è ” Un lungo cammino” da percorrere con ottimismo. La mia vita è stata davvero ” Un lungo cammino” e chissà quanta strada c’è ancora da fare. Così mi è venuto naturale dare anche all’album il titolo «A Long Way». Mi fa piacere anche dirti che la cover dell’album (della designer Nerina Fernandez) è molto simbolica e mi rappresenta in pieno. Io cammino in una sola direzione senza voltarmi indietro, ma porto con me il mio vissuto: i colori  della mia terra, il piano che è l’elemento di congiunzione tra il passato e la mia nuova vita e sulla testa ho tutto il peso del mio background  (la tradizione, la cultura, la musica, le esperienze che mi avevano formato prima del mio trasferimento in Francia).

Hai composto gli undici brani appositamente per questo disco o hai iniziato a lavorarci prima?
Sì, tutti i brani sono stati composti per questo album, ma non sono arrivati tutti nello stesso momento. A fine 2021 stavo attraversando un’esperienza personale  che non mi permetteva di accedere all’ispirazione. Tre dei brani sono stati composti alla fine del 2021, ma è stato solo nell’ottobre del 2022 che è iniziato il vero processo creativo, in un modo molto intenso e sorprendente per me. Sono stati sei mesi in cui catturavo melodie e le registravo nel registratore del mio telefono, mentre le elaboravo, scrivevo gli arrangiamenti. Provavo con i musicisti una volta alla settimana e ho provato fino al giorno prima della registrazione. In realtà ho composto dodici brani, ma ho deciso di lasciarne uno fuori dalla tracklist perché sentivo che il colore finale non era in armonia con l’estetica dell’album.

Quali sono le fonti di ispirazione che ti hanno guidata in questo album?
Sono varie le fonti che mi hanno ispirato. Devo iniziare da Cuba, dalla sua musica,  i suoi ritmi, il modo di vivere e l’umorismo dei cubani, le frasi popolari, l’estetica dei pianisti cubani del primo Novecento come Bola de Nieve ed Ernesto Lecuona. Ovviamente poi la musica classica, il jazz, il nutrimento della cultura francese ed italiana. L’intero album è pieno di influenze musicali che non ero nemmeno consapevole di avere dentro di me.

Quanto contano le tue radici nella creazione di questo album?
In gran misura. Il fatto di sentirmi ancorata alle mie radici cubane, e per radici si intende il luogo in cui sono nata, la famiglia in cui sono cresciuta, mio padre ed i suoi amici musicisti, i miei studi, i miei amici, le mie esperienze, l’ambiente culturale del Paese, ecc. sono le fondamenta su cui si basa tutto questo lavoro creativo, ed è ciò che mi permette di esplorare vari modi di fare musica e di interpretarla diversamente.

E quanto della tradizione jazzistica?
Molto! Il jazz è arrivato a Cuba per rimanere e diventare parte della sua cultura. La parola stessa “jazz” racchiude molte cose. Ho amato incondizionatamente Bill Evans, Keith Jarret, Michael Petrucciani e le grandi voci del Jazz come Billy Holiday, Nina Simone, Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan, Louis Armstrong. Tuttavia sento che questo album, anche se in alcuni brani si sentono le influenze delle mie radici, è profondamente immerso nel jazz. Mi sento di dirti che si tratta di un jazz molto personale, almeno è così che lo sento, ed è così che mi è venuta l’ispirazione.

Ti piacerebbe parlarci dei musicisti che sono al tuo fianco in questo disco?
Certo che sì! Tony Sgro e Yoann Serra sono francesi, di Nizza, la città in cui vivo. Sono entrambi grandi musicisti con un incredibile livello di musicalità, virtuosismo e creatività. Collaboro con Tony dal 2018, nei miei precedenti progetti in cui suonava il basso elettrico. Conoscevo Yoann da molto tempo, ma solo da luglio dell’anno scorso si è presentata l’opportunità di lavorare insieme. Tony è molto versatile, suona di tutto, e soprattutto ha una grande esperienza nella musica cubana e latin jazz e per me questo era fondamentale.  “Yo”, come chiamiamo affettuosamente Yoann, è un esploratore naturale e, pur avendo un impressionante background jazzistico, la verità è che non si era mai avvicinato alla musica cubana, quindi era contentissimo di imparare qualcosa di nuovo. Abbiamo provato molto durante i sei mesi del processo creativo. Ogni tema ha la sua complessità, la sua espressione unica, e le prove ci hanno permesso di interiorizzare la musica, di appropriarcene, di creare un suono proprio del trio e, infine, di portarla al suo massimo splendore: ognuno di noi ancorato alle proprie radici. Sono molto grato di averli come amici di viaggio musicale.

Jany McPherson con John McLaughlin
Andrea Palmucci Photografher

C’è poi una guest-star, John McLaughlin. Come vi siete incontrati?
Nel dicembre 2021, sono andata a Montecarlo a vedere un concerto dei NEC+, il trio del bassista franco-camerunense Etienne Mbappé. Ci conosciamo da molto tempo e ho grande rispetto ed ammirazione per la persona e il musicista che è. Alla fine del concerto (avrebbe suonato lì anche il giorno successivo) , abbiamo parlato un po’ di quanto mi piacesse il suo repertorio e di un brano in particolare che era il mio preferito: Assiko Twerk. E sai cosa mi ha detto quel matto? «Ok Jany, imparala e domani vieni a suonarla con noi». La seconda sera, McLaughlin e sua moglie erano tra il pubblico. Etienne è , da più di quindici anni, il bassista del quartetto di McLaughlin The 4th Dimension e John era lì per ascoltare il suo bassista. È arrivato il momento della mia guest performance; ho suonato il brano, facendo anche un solo. Alla fine del concerto John è venuto a salutarmi e mi ha fatto i complimenti. Due mesi dopo ho ricevuto una sua telefonata, nella quale mi chiedeva se mi sarebbe piaciuto partecipare come artista ospite ad una serie di concerti nell’ambito del tour estivo del 2022 con il suo quartetto. E chi può resistere a una proposta così? Montreux Jazz Festival, North Sea Jazz ed un’esibizione in duo al Teatro Real di Madrid nell’ambito di un tributo al suo grande amico Paco de Lucia. Il fatto che sia presente sul disco non è quindi casuale. Dopo  Madrid ci siamo incontrati qualche  volta a casa sua e piano piano è nato  tra  noi un bel rapporto di stima ed amicizia. In alcune delle nostre conversazioni, John mi aveva parlato della sua nostalgia per il duo che aveva con l’altro suo grande amico Chick Corea. Mi diceva che voleva riprendere l’idea di un duo con me, che gli piaceva il mio stile pianistico, come armonizzavo le cose, che era qualcosa che gli parlava, ed il fatto di essere riuscito a mettere in pratica quell’idea nel tributo a Paco de Lucia lo faceva sentire davvero felice. La canzone in cui figura nell’album,  Tú y Yo,  si ispira fortemente alla canzone d’autore cubana degli anni Quaranta. È un omaggio al genere Feeling creato da allora giovani musicisti di talento che decenni dopo sarebbero diventati grandi compositori come César Portillo de la Luz, José Antonio Méndez e molti altri. Tra i più famosi interpreti di questo genere ancora in attività c’è  Omara Portuondo. Quando la melodia e il testo di questa canzone hanno iniziato a farsi sentire, ho capito che la mia mente mi stava trasportando in quell’epoca. Lo strumento per eccellenza di questo stile musicale era la chitarra e sapevo con certezza che non poteva essere nessun altro che John McLaughlin ad interpretarla. Invitarlo a registrare questo brano mi ha permesso di ricambiare il suo precedente invito, portandolo nel mio mondo per interpretare la mia musica, aggiungendo una nuova sonorità nel disco.

Che posto occupa questo disco nella sua discografia e nel tuo sviluppo artistico?
Il primo posto senza alcun dubbio ed è anche il lavoro che amo di più. Questa è la quarta registrazione a mio nome, ma è certamente quella che meglio riflette la mia anima. Mi sono trovata coinvolta in un processo creativo che non avevo mai sperimentato prima. È la prima volta che concepisco un lavoro discografico in prima persona cioè:  musica, testi, arrangiamenti ed alcune idee di produzione musicale, cosa che ha fatto crescere la fiducia, l’eccitazione e la sensazione che stesse accadendo qualcosa di importante. Un altro elemento di fondamentale importanza nella realizzazione di questo album è stata la presenza del mio produttore Gianluca di Furia, un pilastro cruciale nella crescita di quella fiducia e durante tutto il processo. Siamo stati in costante comunicazione, confrontando i nostri punti di vista, i suoi suggerimenti musicali, molto pertinenti nella maggior parte delle occasioni. Certo, sono sorte anche delle divergenze, e meno male che ci sono state, perché mi hanno permesso di ampliare la visione delle mie composizioni. Mi considero molto fortunata ad averlo avuto al mio fianco. Mi ha stimolata ad esprimere liberamente la mia creatività, senza mai pormi dei limiti e questo mi ha consentito di scoprire la parte più nascosta di me stessa e di tirare fuori tutto quello che avevo dentro di ancora inespresso La mia visione artistica si è fortemente sviluppata e non è ovviamente la stessa che avevo prima di iniziare l’album. Questo album ha trasformato la mia vita. Il modo di sentire la musica, di ascoltarla, di interpretarla è cambiato, ma non è qualcosa che ti posso spiegare tecnicamente.

Foto di Arturo di Vita

In questo disco sentiamo anche la tua voce in tre pezzi. Quando ti sei avvicinata anche al canto?
Da quando ero bambina. Mio padre è anche musicista e si è subito accorto della mia attitudine musicale. La storia è iniziata quando avevo cinque anni. Lui mi accompagnava con la chitarra. Ricordo la mia prima volta come cantante in una delle rassegne della scuola materna. Mi aveva fatto imparare una canzone della « trova tradizionale cubana » per l’occasione Y Tú Que Has Hecho del compositore Eusebio Delfín. Grazie a Dio un fotografo catturò quel momento e mi commuovo quando guardo quella foto. Quella canzone mi ha colpito profondamente e un giorno la registrerò. Invece, il pianoforte è diventato il primo strumento, in modo accademico e rigoroso. La voce passò in secondo piano, diventando complementare, ma non meno importante.
Alceste Ayroldi

*la seconda parte dell’intervista a Jany McPherson sarà pubblicata venerdì 6 ottobre.