«Passaggi». Intervista a Giovanni Palombo

Fresco di pubblicazione per la Emme Record Label il nuovo disco del chitarrista e compositore romano. Ne parliamo con lui.

1997
foto di V. Grieco

Buongiorno Giovanni, benvenuto a Musica Jazz. Parliamo subito del tuo ultimo disco «Passaggi». A prima vista e a un primo ascolto, sembra un concept-album. Cosa racconta?
Buongiorno. Le mie composizioni si accumulano in tempi relativamente lunghi, almeno un paio di anni. Raccolgo quello che compongo, ci torno sopra e lo provo con gli altri musicisti. I brani non sono necessariamente pensati per la produzione di un nuovo disco, forse più generalmente a essere suonati dal vivo. Nel tempo il materiale mi orienta in una direzione, in un modo che direi naturale, e così scelgo i brani che sembrano collegarsi in un contesto che mi sollecita. In questo caso il concept è stata una riflessione su cosa significassero per me le diverse composizioni, e ho notato come ognuna fosse legata a un momento importante, emozioni e pensieri scaturiti da una esperienza, oppure solo da un luogo, o da pensieri ricorrenti su argomenti a cui tenevo. Passaggi propone fondamentalmente interiorità che viene espressa in musica, in un processo di maturazione e corrispondenza. Il tentativo di esprimere percezioni importanti del proprio percorso.

Il secondo brano in scaletta è un omaggio a Gino Strada. E mi sembra di capire che abbia un posto importante nella tua filosofia di vita. Mi sbaglio?
Gino Strada è stato un uomo incredibile, che ha realizzato utopie apparentemente impossibili, andando oltre il concetto di scontro e contrapposizione. Ha evocato una forza interiore che riusciva a dispiegarsi e a vincere contro l’ineluttabilità dei conflitti. La sua morte mi ha profondamente colpito, la parte principale del brano mi è uscita di getto e ho capito che era un Passaggio forte di un sentimento di riconoscenza verso di lui, personale ma anche di tutti i popoli, unito alla tristezza del momento ma anche al riconoscimento della grandezza del messaggio di forza e speranza che ci lascia. Il brano infatti evolve da una prima parte più introversa e meditativa in tonalità minore verso la tonalità maggiore sottolineando questo aspetto.

Anche Popularia reca una dedica, mi sembra. Ce ne vorresti parlare?
Popularia nasce da un frammento musicale che avevo scritto anni fa dopo un viaggio in Grecia. Assistendo ad alcuni concerti, più volte mi aveva molto colpito come nel pubblico fosse presente una coscienza delle canzoni, una partecipazione che non era solo conoscere e cantare il pezzo. Era come una partecipazione corale collettiva di vita condivisa, di storia comune, ricordi e vita vissuta. Una sensazione che si faceva palpabile quando la musica proponeva qualche composizione di Mikis Theodorakis, che incarna una parte della storia e dell’anima greca, la persecuzione della dittatura e la liberazione. Così ho cercato di esprimere questa sensazione attraverso un brano che fosse nello stesso tempo condivisione e ricordo di un personaggio straordinario che ha saputo dare forma musicale ai sentimenti popolari, scavando nella tradizione e unendola alla musica colta. Una cosa incredibile.

Giovanni, si parla tanto, soprattutto in Italia, di come fronteggiare, bloccare gli sbarchi dei migranti. Il tuo disco sembra narrare la bellezza del viaggio e della solidarietà. Sei in controtendenza?
Il viaggio e lo scambio tra popoli diversi è qualcosa che arricchisce, che mostra pensieri differenti, che svela concetti di vita diversi. Nella musica è così evidente. E poi come si può negare alle persone il diritto di fuggire da situazioni critiche, guerre, carestie? Lo abbiamo fatto anche noi nel passato con i nostri migranti. Piuttosto che fermare i disperati sarebbe più logico organizzare dei corridoi autorizzati, un sistema condiviso di accoglienza.

E’ già il secondo disco con cui metti insieme il jazz e la tradizione musicale mediterranea. Fermo restando che la storia ci consegna l’area del Mediterraneo come custode di saperi jazzistici, quali sono i tuoi obiettivi artistici al riguardo?
Sono giunto al mio dodicesimo disco, e le tracce di questo aspetto si ritrovano sporadicamente nelle varie produzioni. Però è nel disco del 2011 «Camera Ensemble», album di esordio del quartetto omologo che guido, che questa trasversalità emerge più compiutamente, ad esempio nella composizione Piccola Suite Ellenika, tre brani collegati tra loro, e ispirati sempre al Mediterraneo e alla Grecia. La riflessione su una tradizione che è in parte mediterranea e in parte legata alla forza melodica della nostra storia musicale mi ha portato gradualmente a elaborare una sintesi in cui volevo fosse presente l’ aspetto della musica moderna che mi appassionava, l’armonia jazz, l’improvvisazione. Come molti altri musicisti mi sono trovato spontaneamente a intendere in un senso jazzistico molto ampio il mio bagaglio culturale e le originalità del luogo in cui vivo. Quello che si esprime in musica si fonda soprattutto nel retaggio culturale e non solo in quello che studi o nello stile a cui aderisci. Penso con soddisfazione che questo sia presente in modo più chiaro nel precedente «Taccuino di Jazz Popolare» e ora in «Paesaggi». Anche come fruitore di musica, il jazz che mi ha appassionato di più è stato quello in cui si evidenzia il sincretismo musicale e culturale, come ad esempio è espresso in molta produzione della ECM o in un gruppo per me simbolico come quello degli Oregon.

A quali tradizioni hai fatto riferimento in quest’ultimo disco?
Non ci sono tradizioni precise di riferimento, ma c’è la musica e lo studio che si sono stratificati interiormente e che spontaneamente emergono in fase compositiva. Certo, a volte ascoltando musica si può rimanere colpiti da quanto si coglie e pensare di inserire una certa atmosfera oppure un colore o un ritmo in una propria composizione. E poi ci sono le influenze più o meno consapevoli di altri musicisti, ma la musica vive anche di questo. Un elemento che mi sento di voler sottolineare come un aspetto importante della mia espressione è il senso melodico, supportato armonicamente da una costruzione articolata.

Nella tua musica si sentono, ben chiaramente, anche tracce di musica classica, utilizzi la tecnica del fingerstyle. Quali sono le tue radici e il tuo background culturale?
Ho iniziato studiando chitarra classica, e parallelamente suonando rock e canzoni con gli amici. Solo successivamente mi sono dedicato allo studio del jazz. La chitarra acustica fingerstyle è stata la mia evoluzione della chitarra classica, e anche un ponte tra questa e la chitarra elettrica. Ho iniziato a esibirmi al Folk Studio di Roma, e l’esperienza di concerti in solo con l’acustica hanno avuto la loro parte formativa. Oltre al jazz ascolto musica classica, anche dal vivo, penso che tutti questi diversi aspetti abbiano formato un mio percorso originale che li rispecchia e in cui si mescolano in vario modo.

Vorresti parlarci dei tuoi compagni di viaggio?
Suonare con Gabriele Coen, Benny Penazzi e Francesco Savoretti, i membri di Camera Ensemble, contribuisce alla mia musica in modo fondamentale. Sono musicisti con cui si può condividere una visione ampia della musica, versatili e disposti a mettersi in gioco senza chiudersi in schemi prestabiliti. Gabriele Coen suona in ambiti diversi, ha una esperienza trasversale ai generi ed è un grande sassofonista. Il violoncellista Benny Penazzi è un musicista di estrazione classica di grande sensibilità che partecipa a progetti jazz da sempre portando una musicalità intensa e piena di sfumature. Francesco Savoretti è un percussionista etnico dalle mille sfaccettature, duttile e ricco di idee, ideale per la mia musica. In due tracce del disco al pianoforte suona Alessandro Gwis, ed è stato con piacere e orgoglio che ho suonato con questo grande pianista, aperto e capace di entrare in sintonia fin dalla prima prova.

Qual è stato per questo disco il tuo approccio alla composizione?
Credo di avere un solo approccio compositivo, che consiste nell’ascolto profondo di una idea, una sensazione, un’emozione legata alle persone oppure ai luoghi. Compongo con la chitarra, scrivo in vari quaderni idee e frammenti musicali per poi tornare a lavorarci (a volte li dimentico e vengono fuori anche dopo anni). Qualche volta capisco subito che sto scrivendo un pezzo per il gruppo, quindi lo arrangio e poi lo propongo in fase di prova, per poi rifinirlo successivamente. Altre volte un pezzo che nasce per chitarra si trasforma nel tempo e mi fa capire che si può adattare al gruppo. In generale molte delle mie composizioni sono adattabili a vari arrangiamenti in solo, duo o gruppo. Anche in «Passaggi» come già accaduto in altri lavori precedenti, volevo realizzare un disco che contenesse le mie diverse inclinazioni: il quartetto con Camera Ensemble, i pezzi di sola chitarra, un paio di duetti.

Quali sono i tuoi obiettivi come artista?
L’obiettivo principale penso sia quello di esprimersi sempre meglio, migliorando la maturità e la consapevolezza, e avendo come riferimento costante la sincerità. Mi piacerebbe avere una maggiore risonanza come compositore visto che molti musicisti apprezzano le mie composizioni.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
Alcuni concerti con il quartetto Camera Ensemble, ad esempio il Fara Jazz Festival, altri in duo-trio con altri musicisti e spero alcune date in solo, un piccolo tour in Germania previsto per l’autunno prossimo. In estate dovrei anche realizzare un nuovo libro didattico di chitarra dopo l’ultimo Improvvisazione Fingerstyle, che risale ormai al 2014.
Alceste Ayroldi