«Primary Colours». Intervista a Germana Stella La Sorsa

Secondo album per la cantante pugliese ma residente a Londra. Ne parliamo con lei.

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Germana Stella La Sorsa Foto di Andy Porter

Buongiorno Germana Stella e benvenuta a Musica Jazz. Parliamo subito di «Primary Colours», il tuo secondo album in studio da leader. E’ un concept album: cosa racconta? Come è nata l’idea di questo progetto?
Buongiorno Alceste e grazie mille per questa intervista, è un piacere per me condividere la mia nuova release con gli amici di Musica Jazz.
«Primary Colours» é nato dall’esigenza di condividere qualcosa di profondo con gli ascoltatori. Con il mio primo album «Vapour» ho presentato me stessa, il mio modo di scrivere e parte del mio background musicale, includendo originali ma anche arrangiamenti di brani di artisti che sono stati importanti per mia formazione musicale – quali Frank Zappa e Hermeto Pascoal.
Dopo l’uscita di «Vapour» avevo già scritto nuova musica; ancor prima di pensare ad un concept, ho visualizzato un tematica in ciascuna composizione/storia. Per ogni tematica ho poi messo l’accento sul sentimento predominante nella storia narrata, a cui ho in seguito associato un colore. Questo, seguendo l’idea che l’interconnessione e interazione dei sentimenti umani e delle esperienze portano ai cambiamenti della vita proprio come i colori primari e le sfumature si combinano tra di loro, generando nuovi toni e sfumature.

Le composizioni sono a tua firma. Come hai agito in fase di composizione? Hai lavorato in un’unica soluzione temporale?
In realtà, non tutti i brani dell’album sono stati composti da me e sicuramente non in una volta sola. Black, Yellow e Primary Colours partono da idee melodiche che ho scritto un annetto fa. Il risultato finale è il prodotto di bozze riguardate, ridiscusse, provate e riprovate (anche live) con la band.
Blue, Red e White sono state scritte nel giro di qualche mese, dopo aver deciso il concept dell’album. Questi tre brani sono frutto della collaborazione con due musicisti con cui lavoro regolarmente: il contrabbassista inglese Joe Boyle e il chitarrista pugliese Francesco Bellanova. In particolare, con Francesco abbiamo discusso e sviluppato diverse soluzioni armoniche sulla melodia che avevo scritto per Blue.
Joe ha scritto Red, a cui ho aggiunto un testo originale e ha arrangiato White , sempre partendo da una mia composizione melodica. Il brano che chiude l’album, Refraction (per soli voce e batteria) è il risultato di due take improvvisate in studio con il batterista inglese Jay Davis.

L’associazione a dei colori è avvenuta prima che componessi, dopo o durante?
Ho assegnato un colore alle composizioni che sarebbero diventate Black, Yellow e Primary Colours dopo averle scritte in quanto, a suo tempo, non erano state concepite per un nuovo album. Quando mi è venuta in mente l’introduzione di Black, ripensavo a ricordi legati ad un tempo passato in cui ho dovuto fare i conti con una lieve forma di depressione, per cui ho assegnato al brano il colore nero: l’assenza di luce che rappresenta l’apatia e il senso di solitudine. Ciononostante, il tema della composizione diventa alquanto up-tempo e spensierato poiché ho voluto puntare più l’attenzione su quel sentimento di accettazione e sollievo che si vive quando si superano ostacoli e difficoltà – quale puo’ essere uno stato depressivo.
In Yellow utilizzo come testo il poema Daffodils dello scrittore inglese  William Wordsworth. Questo brano nasce da una sessione improvvisata, in cui cercavo delle parole per una melodia che mi era venuta in mente…ricordavo questo poema dalle scuole superiori per cui ho iniziato a cantarlo sulla stessa melodia. Solo più tardi ho scoperto che lo scrittore aveva composto Daffodils a seguito della morte del fratello e del senso di solitudine provato in questa circostanza. Tuttavia, la vista dei narcisi gialli in un campo lo ristora e riempie di gioia. Yellow rappresenta proprio la gioia nel passaggio da quel senso di isolamento provato in Black e quello di appartenenza alla propria terra di cui parlo in Blue. Come detto precedentemente, le stesse Blue, Red e White sono state scritte pensando specificatamente agli scenari narrativi e sentimenti raccontati. Rispettivamente: l’amore per le proprie radici; quello delle relazioni di coppia e il conflitto passione/razionalità; il senso di calma e pace che si raggiunge placando questo conflitto con l’equilibrio delle stesse.

Blue è un colore al quale normalmente si associa la malinconia. C’è un particolare nesso tra questo aspetto e il fatto che sia un brano nel quale tu canti in lingua italiana?
Probabilmente c’è un nesso inconscio visto che l’Italia mi manca ogni giorno da quando vivo negli UK; intenzionalmente no, non c’è una connessione con il senso di malinconia. Essendo tarantina, ho sempre sentito un legame profonda con il mare; i migliori ricordi d’infanzia sono in spiaggia, con la famiglia e gli amici, quindi il titolo non poteva che essere Blue…e il brano doveva essere cantato in italiano.

A tal proposito, perché ti sei trasferita a Londra?
Mi sono innamorata della scena jazzistica inglese qualche anno prima di trasferirmi a Londra, visitando degli amici musicisti italiani che erano già negli UK. Mi è piaciuto da subito l’aspetto esplorativo e sperimentale che ho notato nell’approccio performativo dei musicisti inglesi, il loro interplay, la loro libertà interpretativa. Mi sono sentita da subito musicalmente a casa e la decisione di trasferirmi è venuta da sé: sentivo che volevo (e dovevo!) vivere quel contesto musicale, in cui sapevo sarei riuscita ad esprimermi al massimo, appieno.

Germana Stella La Sorsa
Foto di Andy Porter

Ci parleresti dei musicisti che sono al tuo fianco in «Primary Colours»?
Ho incontrato Sam Leak (che nell’album suona l’Hammond) e Jay Davis  (batterista) la seconda o terza sera dopo essermi trasferito a Londra, durante la prima jam session a cui partecipavo. Entrambi mi ha colpito da subito per il loro linguaggio e interplay con i musicisti ed è la cosa che ammiro di più nel loro modo di suonare: riescono davvero a conversare in musica. Quando ho iniziato a scrivere la musica per il mio primo album «Vapour», Sam è stato immediatamente di supporto, aiutandomi con alcuni arrangiamenti ma anche guidandomi attraverso gli aspetti pratici di una release, dal contattare un’etichetta alla pianificazione di un tour. Gli devo molto di quello che ho imparato in questi anni negli UK.
Per quanto riguarda Jay, è stato facile pensare a lui durante la ricerca di un batterista con cui registrare i miei originali. É uno dei batteristi piú di spicco nel panorama inglese e uno dei più intuitivi che abbia mai conosciuto. Nello spiegargli cosa volessi per i miei brani, è sempre riuscito a capire cosa suonare e come da un minuscolo frammento di ritmo cantato.
Tom Ollendorff non è presente nel mio primo album, ci siamo conosciuti piú tardi. Prima di «Primary Colours», ha suonato in tutti i concerti fatti dopo l’uscita de mio primo disco. Insieme abbiamo registrato il video di una versione acustica di In Time and (S)Pace, uno degli originali inclusi nel primo disco. Ricordo che lavorammo all’arrangiamento il giorno stesso delle riprese, mentre il videografo montava la sua attrezzatura. Non dimenticherò mai la sua dedizione e attenzione nel riarrangiare il brano. Da quando abbiamo iniziato a suonare insieme, il gruppo si é unito sempre più e abbiamo raggiunto una bellissima interazione. In prova ma anche in studio, durante la registrazione dell’album, mi hanno dato la loro opinione sui brani e abbiamo discusso insieme gli arrangiamenti finali. Hanno contribuito al processo creativo di «Primary Colours» con passione e onestà, e sono davvero fiera di averli al mio fianco. Sento un grande rispetto da parte loro.
Per quanto riguarda Tara Minton (special guest all’arpa in Blue e White), é tra i musicisti più talentuosi e brillanti che abbia conosciuto: oltre ad essere arpista é una cantante e compositrice eccezionale. Fin dal nostro primo incontro é stato chiaro che saremmo state artisticamente e umanamente sulla stessa lunghezza d’onda. Parlando di Blue, per esempio, sapevo che avrebbe capito il mio profondo legame con il mare e come esprimerlo nel brano visto che anche lei proviene da una città marittima, quale Melbourne in Australia. Nel Regno Unito c’è tanto supporto tra le women in jazz e da quando ci siamo conosciute, abbiamo rapidamente iniziato a lavorare assieme, condividendo il palco in diverse occasioni, tra cui quelli del Ronnie Scott’s per la promozione del suo album «Please Do Not Ignore The Mermaid» e dell’Al Bustan International Festival in Libano (a cui abbiamo partecipato con il Kham Quartet, con il maestro di ney e compositore palestinese Faris Ishaq e il percussionista nigeriano Richard Olatunde Baker).

Hai già pubblicato tre singoli: Black, Blue e Primary Colours. Perché proprio questi tre brani?
Credo che questi tre brani siano quelli a cui sono piú legata emotivamente. Sono quelli con cui mi metto più a nudo in tutto l’album, ci tenevo a condividerli con il pubblico a tutti i costi. In particolare, Primary Colours riassume il messaggio dell’album rafforzando, in chiusura dello stesso, il concetto di come esperienze e sentimenti si mescolano per cambiare la percezione delle cose, portando alla fine a sentirsi radicati, consapevoli e autosufficienti. La melodia è un invito ad abbracciare gli eventi della vita con curiosità e fiducia.

Non pensi che l’uscita dei singoli depauperi l’opera della sua integrità? Soprattutto in ragione del fatto che si tratta di un concept album.
Non credo l’uscita dei singoli sminuisca l’album della sua essenza. É vero che ogni brano scorre concettualmente nel successivo ma é anche vero che ogni storia affronta una tematica e un’emozione a sé. L’idea è che l’ascoltatore può godersi il viaggio tra un colore all’altro, passando da un’emozione all’altra o semplicemente focalizzarsi su ciascuna traccia in tempi differenti, non perdendo comunque il senso ultimo di ciascun brano (né del significato ultimo dell’album).

Quali sono le influenze artistiche che animano questo disco?
Sicuramente la musica di Gretchen Parlato e Bobby McFerrin: ho ascoltato album come Flor, Paper Music e Hush a ripetizione, mentre finivo di lavorare a Primary Colours.
E poi Jeff Buckley…influenza non jazz, ma sono un’eclettica e in musica le etichette di genere non mi interessano: le sue composizioni e il suo modo così libero di esprimersi non smetterà mai di ispirarmi!

Germana Stella La Sorsa
Foto di Andy Porter

Sei fedele al modern mainstream. Ritieni che questa sia la giusta direzione del jazz?
Non credo ci sia un’unica giusta direzione in quanto ci sono diversi modi di sentire questa musica, diversi modi di comunicarla e di interagire con gli altri musicisti. Io, personalmente, ho sempre amato le contaminazioni e la sperimentazione.. mi fanno sentire ancora più libera di esprimermi, quindi questa è sicuramente le mia direzione. Credo il jazz sia un genere in costante evoluzione di cui non bisogna dimenticare le radici per cui non giudico né ritengo sbagliato chi trova, anche in tempi moderni, la propria dimensione espressiva nel jazz tradizionale.

A proposito del tuo trasferimento a Londra, è stato complicato entrare a far parte della scena londinese?
Personalmente non ho trovato difficile inserirmi nella scena musicale inglese ma devo confessare che, da quando sono arrivata a Londra, non mi sono fermata un attimo! Sin dalla prima sera ero in giro per concerti e jam sessions e secondo me questa mia voglia di espormi, conoscere musicisti e collaborare mi ha portato dove sono oggi. Quella Londinese é una scena densa di musicisti molto validi, talvolta competitivi per cui non c’é da essere timidi o da aspettare che qualcuno sappia di te e ti venga a cercare: bisogna mettersi in gioco e non fermarsi mai.

Qual è il tuo background culturale? Come sei arrivata al jazz?
Devo ammettere di essere arrivata al jazz abbastanza tardi, da adolescente. Certo, avevo ascoltato qualche brano jazz in televisione ma senza approfondire il genere più di tanto. Musicalmente, nasco come pianista e non jazz! Da ragazzina mi piaceva il rock e la musica prog. ma anche quella soul e dei cantautori italiani. Da allora, anche dopo aver scoperto la musica jazz sono rimasta legata a questi e altri generi musicali che continuano ad influenzarmi. Sono arrivata al jazz grazie a mio padre; una sera mi portò a vedere un concerto hard bop di amici musicisti. Il primo approccio è stato alquanto difficile…ricordavo solo la tensione e il tempo frenetico dei brani! Confrontandomi con mio padre, mi suggerì altri tipi di ascolti: Oscar Peterson, Ella Fitzgerald…e quello era il jazz per me! Ho iniziato così studiare canto e con il mio primo Maestro (la cantante Paola Arnesano) ho esplorato il jazz della tradizione e il bebop. Quando ho deciso di trasferirmi nel Regno Unito, ho sentito l’esigenza di prepararmi e specializzarmi ancora di piú. Mi sono così iscritta al Conservatorio Niccoló Piccinni (dove ho preso la laurea specialistica in Jazz) e lí, grazie ai Maestri Gianna Montecalvo e Roberto Ottaviano, ho iniziato ad apprezzare il jazz moderno e contemporaneo.

Posso chiederti di fare una comparazione tra la scena jazzistica italiana e quella londinese? Quali differenze riscontri?
Credo che la scena jazzistica londinese prediliga maggiormente un linguaggio più moderno e d’avanguardia, sebbene non manchino anche qui i seguaci del bop e dello swing della tradizione. Ho notato che c’è un gran rispetto per i cantanti che vengono considerati al pari di un qualunque altro musicista (anche se nei fatti non suonano nessuno strumento) piuttosto che classificati come una ‘categoria’ a sé, come a volte avviene in Italia. Ho percepito, anche suonando con italiani a Londra, che noi tendiamo a suonare più ‘di pancia’ e di cuore, ad abbandonare (pur mantenendone la consapevolezza) le regole musicali, per abbandonarci a ciò che abbiamo da dire. La libertà performative inglese è più legata ad un discorso di ascolto e interazione piuttosto che di espressione personale del sé.

Quali sono i tuoi prossimi impegni e i tuoi obiettivi futuri?
Con l’album in uscita a gennaio, ho dei concerti in calendario, a Londra e poco fuori, a partire dalla primavera. Mi piacerebbe portare la mia musica in Italia quindi ho intenzione di focalizzarmi anche su questo. Musicalmente, ho già in mente un po’ di materiale non originale che  mi piacerebbe riarrangiare e registrare ma credo che per questo ci vorrà anche qualche mese di lavoro.
Alceste Ayroldi