«Earthway». Intervista a Gabor Lesko

Il nuovo disco del chitarrista milanese con Dave Weckl, Hadrien Feraud ed Eric Marienthal, oltre ad altri ospiti d’eccezione. Ne parliamo con lui.

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Gabor Lesko foto di Walter Ciceri

Gabor, partiamo dal titolo dell’album e dal suo omonimo brano, «Earthway», che hai scritto ben venti anni fa. Ce ne vorresti parlare? Perché lo hai tenuto nel cassetto per tanto tempo?
In realtà usci una versione circa venti anni fa nel mio disco «Just for Sensitive People», il primo ad essere recensito da una delle più importanti riviste di chitarra a quei tempi (Axe magazine). La mia carriera solista si può dire che sia iniziata con quell’album. Oggi ho voluto dare una nuova vita alla composizione, mettendoci vent’anni di esperienza in più come producer e sound engineer.

Un disco di inediti che rievocano la fusion del passato con delle linee moderne. Ti sei dato delle regole dal punto di vista strutturale, oppure hai agito in piena libertà?
Diciamo che per me la linea è sempre quella: cerco di scrivere e realizzare musica con melodie orecchiabili, senza perdere però la voglia di sperimentare nei suoni e nelle soluzioni ritmico-armoniche. Penso che al giorno d’oggi ci sia veramente troppa musica trita e ritrita, per questo sono molto esigente con me stesso prima di pubblicare un brano o un disco. Vorrei lasciare qualcosa di autentico, qualcosa che catturi l’anima di chi ascolta e che valga la pena di essere ascoltato in un’era in cui la velocità spazza via tutto, ed in cui spesso è difficile andare in profondità.

Un sound che non ha confini né territoriali, né temporali. Quali sono i tuoi riferimenti musicali in proposito?
Mio papà (direttore d’orchestra e maestro di armonia classica) mi faceva ascoltare tantissimi autori classici. Io mi sono innamorato dei Romantici : Debussy, Ravel, Wagner e così via. Se vogliamo ancora oggi la maggior parte della musica da film o «che emoziona» è figlia di quelle armonie. Gli stessi miei riferimenti moderni lo sono: Pat Metheny e Steve Vai su tutti direi.

Hai costituito un super gruppo. Ci parleresti dei tuoi compagni di viaggio e come li hai cooptati in questo tuo progetto?
Il tutto è iniziato nel 2015 quando andai al NAMM di Los Angeles come dimostratore per Acus (ampli per chitarra acustica). Fu là che conobbi Simon Phillips,  gli sottoposi un mio brano e nacque un feeling che ci portò a realizzare «Fingerfusion Project» il mio precedente album.  In quest’album suonò anche Eric Marienthal (che incontrai al Blue Note di Milano negli stessi anni) con il quale nacque un’amicizia: è grazie a lui che conobbi poi gli ospiti di oggi. Con Eric lavoriamo a stretto contatto ormai da sette anni, è lui a firmare i sax su tutti i miei brani. Un ringraziamento particolare va anche a Jimmy Haslip, per i consigli preziosi e per avermi segnalato un nuovo batterista, tra l’altro anche egli ungherese, Gergo Borlai: sicuramente una promessa del nuovo drumming jazz a livello mondiale. Non dimentichiamo i talentuosi bassisti Hadrien Feraud e Federico Malaman che si alternano nei brani dell’album.

Earthway_copertina di Walter Ciceri

Immagino che poter organizzare questo gruppo per i live sia complicato. Hai già pensato a un piano sostitutivo?
Due anni fa quando ancora si poteva suonare… Abbiamo presentato il mio precedente lavoro al Pavia jazz Fest con la mia band storica: Oscar Trabucchi alla batteria, Andrea Cocilovo al basso, Dario Lutrino al piano ed Eric Marienthal al sax. Ci sono dei video del concerto su You Tube

C’è un filo conduttore tra questo tuo ultimo lavoro e i tuoi precedenti album?
Senz’altro, come compositore cerco sempre l’energia positiva, l’intensità e l’emozione. Le chitarre acustiche si fondono con momenti orchestrali e la ritmica predilige i tempi dispari … Ed in ogni mio album c’è sempre una ballata dove amo esprimere una melodia intensa ed emozionale; in questo Still Here For You.

So bene che è una domanda difficile. Quali sono i due brani del tuo album che ritieni possano infiammare il pubblico?
Sicuramente Earthway ed anche Push It, un brano dove è l’arrangiamento il protagonista. Funk groove, sezioni di fiati alla Tower of Power, un basso fenomenale suonato da Hadrien e la chicca finale: un solo di chitarra acustica dove mando in larsen lo strumento come una chitarra rock … una cosa nuova. Almeno credo.

Quale pensi sia il tuo «marchio di fabbrica»?
La melodia del mio fraseggio con le dita, miscelata agli arrangiamenti che ti fanno «viaggiare».

Invece, quando hai imbracciato per la prima volta una chitarra e quando hai deciso che sarebbe stato il tuo strumento musicale?
A otto anni mi innamorai di Mal che cantava con la chitarra Furia cavallo del west!

Sei nato a Milano, ma la tua famiglia ha origini ungheresi. Questa circostanza ha influenzato il tuo modo di concepire la musica?
Tantissimo, sono cresciuto ascoltando Bartok, List e Ligeti, e da loro credo ho preso la mia tendenza a scrivere storto! Iintendo con tempi dispari e su strutture che cambiano il beat molto spesso.

Con quanti gruppi hai collaborato e con quali è andata molto bene?
Oltre al Jazz ed ai personaggi già citati, vorrei ricordare Tony Levin, che suona in Running In The Sun. Poi ho lavorato nella musica pop italiana, ormai più di 20 fa, tra le altre ricordo con piacere la mia collaborazione con Gianna Nannini. In seguito, mi sono dato al film scoring lavorando con RAI e Mediaset ed Ultimamente ho arrangiato alcune musiche del colossal di fantascenza Creators – The Past con William Shatner e Gerard Depardieu tra gli attori del cast.

Un tempo per il musicista il denaro non era molto importante: lo era di più la libertà espressiva. Pensi che oggi le cose siano cambiate?
Per me assolutamente no, dato che ho lasciato determinate attività professionali nella musica che non rispecchiavano i miei ideali e la mia sensibilità. Ora per me fare musica è una missione: cerco di sensibilizzare le persone ad ascoltare musica fatta da musicisti veri! Cerco di dare un contributo affinché le persone si fermino un attimo e provino ad ascoltare, perché la musica, quella vera, non ha bisogno di etichette né di apparenza. Bisogna solo regalarle un po’ di tempo, chiudere gli occhi e viaggiare con lei nell’universo infinito della nostra anima.

Qual è la tua chitarra preferita?
Questa è difficile! Ne posseggo molte. Storicamente un acustica Lakewood D54 in palissandro brasiliano. Negli ultimi tempi amo suonare una Schecter Custom Shop, una super strat molto versatile.

Invece, chi è il tuo chitarrista di riferimento?
Ce ne sono tantissimi : ho studiato con Joe Diorio e Franco Cerri.  Poi ascolto da una vita Pat Metheny, Lee Ritenour, George Benson, Tommy Emmanuel, Michael Hedges e altri ancora.

Qual è stato il momento clou della tua carriera di chitarrista fino ad ora?
Il mio debutto al Blue Note nel 2009 (era il giorno del mio compleanno) c’era il tutto esaurito e alla fine del concerto  ho ricevuto applausi per cinque minuti con standing ovation: non lo dimenticherò mai!

Gabor Lesko foto di Walter Ciceri

Quali sono gli obiettivi che ti sei dato come musicista?
Lasciare una musica buona a tutti voi. Per farvi sentire un po’ più vivi e in armonia con l’infinito.

Quanto pensi che la situazione economica causata dalla pandemia possa incidere sul futuro della musica?
Eravamo già alla frutta prima che capitasse questa catastrofe, e me lo confermavano i grandi che ho avuto la fortuna di conoscere. A Milano, poi, i locali storici hanno chiuso uno ad uno ormai da più di vent’anni. Mi mancano Il Tangram, Il Capolinea, IL Grillo Parlante, Le Scimmie. E non ultimo lo Zio Live che ha capitolato durante il lockdown. Ormai purtroppo la musica dal vivo si esprime solo in realtà più importanti come nei festival o nei teatri. E mi dispiace per i giovani, perché per loro non ci sono più spazi dove suonare.

Cosa è scritto nell’agenda di Gabor Lesko?
Prossimamente sono stato ingaggiato dalla Banca Intesa per un concerto che penso però si svolgerà per pochi dirigenti ed in streaming nel loro circuito. Successivamente organizzeremo dei concerti nel 2022, sto ricontattando i miei manager in Svizzera, Olanda, Est Europa e Dubai. In Italia forse al Blue Note. Speriamo di vederci!
Alceste Ayroldi