«Family Album». Intervista a Francesco Di Fiore

Nuova produzione discografica per il pianista e compositore siciliano. Ne parliamo con lui.

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Francesco Di Fiore

Francesco, guardare l’album di famiglia e pensare di concepire un disco è stato un tutt’uno, oppure hai lavorato nel corso del tempo?
Be’, il mio album di famiglia è una collezione di foto con la quale ho da sempre convissuto. È una raccolta che custodiva mio padre e che è stata costantemente in crescita fino all’arrivo della foto digitale. Esisteva già prima di me. Quando recentemente ne sono diventato io stesso custode però ho iniziato a guardarla con altri occhi.  Ed è così che è affiorata l’esigenza di realizzare un progetto musicale ispirato all’album.

L’album di famiglia a quale periodo risale e fin dove arriva?
Se consideriamo l’album fisico le foto meno recenti risalgono agli anni Venti del Novecento, le più recenti invece sono della prima decade del ventunesimo secolo. La verità, però, è che l’album ha poi subito una mutazione della forma e ne fanno parte anche alcune foto più recenti anche se non erano concretamente dentro la mitica scatola.

Søren Kierkegaard diceva che «La vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti». Nella musica da te composta per questo disco, quanto ti sei guardato indietro e quanto è proiettata in avanti?
È evidente che si tratti di un lavoro fatto sulla memoria, sul mio vissuto. È molto interessante però la tua osservazione e riconosco che possano coesistere spunti connessi a un punto di osservazione opposto.

Perché hai scelto la soluzione del piano solo?
La mia risposta si lega a quello che hai appena chiesto: «Family Album» è uno studio eseguito sulla sfera dei ricordi e si muove su un piano molto intimo e personale. Il pianoforte è il mio strumento, è il veicolo primario attraverso il quale scaturisce qualsiasi mia creazione musicale. È stato naturale quindi mantenere questa ambientazione sonora per un lavoro molto intimo e introspettivo.

Quattordici brani che corrispondono ad altrettante fotografie?
Più o meno sì. C’è un brano, la traccia numero sette dal titolo proprio Family Album, che è anche il primo che ho scritto dell’intera raccolta. Ebbene, questo brano è la trasposizione in musica dell’intero album di famiglia, come se prendessi in mano e osservassi ogni foto, così come era solito fare mio padre di tanto in tanto. Le altre tracce invece sono ispirate da singole foto. Sono foto reali che però non ho voluto rivelare, eccetto un paio, perché appartengono a un’area della mia vita privata. Sui miei social parlo singolarmente di ogni brano e lì, descrivendole, ho voluto inserire un frammento della foto autentica, un particolare.

E’ tutta musica che hai scritto, oppure ci sono anche spunti di improvvisazione?
Sebbene ami l’improvvisazione, pur non essendo il mio linguaggio di stile jazzistico, sono solito scrivere tutta la mia musica e fissare ogni singola nota che scrivo.

Il disco è uscito con la Zefir Records, etichetta olandese. Come sei approdato a questa label?
È successo che in occasione di un mio concerto nei Paesi Bassi il produttore, Jakko van der Heijden, si avvicinasse incuriosito dalla mia musica e dal mio linguaggio. Gli sono molto grato del fatto di avermi voluto all’interno del suo catalogo al fianco di artisti straordinari. È una persona di grande sensibilità e delicatezza.

Francesco, parliamo un po’ di te. Qual è il tuo background artistico?
Ho seguito un percorso tradizionale con i miei studi di pianoforte compiuti al conservatorio di Palermo. Successivamente ho voluto approfondire e sperimentare all’estero altri aspetti di quello che oggi è il mio territorio artistico. La mia storia musicale nasce proprio da questo incontro di esperienze.

Dove vivi?
Attualmente vivo in Sicilia, sull’Etna, ma non mi sento particolarmente legato alla mia terra d’origine. Ho vissuto, come già si diceva prima in diversi paesi stranieri: abitavo nei Paesi Bassi nel momento in cui è iniziata la pandemia.

Dalla tua biografia sul tuo sito si legge: È autore di musica contemporanea di area postmoderna-postminimalista. Al di là della musica che tu componi, non ti sembra il termine “post” spieghi poco quale sia la tua area musicale? In definitiva, quindi, qual è la tua musica?
Questa è una domanda alla quale, quando mi viene posta, spesso tra l’altro, rispondo con molto imbarazzo. Personalmente ho difficoltà a definire la mia musica con un termine generico, questo spetta ai critici. Probabilmente non è un genere ben delineato, lo testimonia anche il fatto che siamo a parlarne sulla tua testata. Post moderna per il fatto che è un genere più eclettico, che si affaccia su generi diversi, accentuandoli o semplicemente sfiorandoli. Post minimalista perché è fuori di dubbio che i grandi autori minimalisti sono stati la mia più grande ispirazione e il loro linguaggio mi ha sempre messo perfettamente a mio agio. Sono cosciente del fatto che la mia musica negli anni si è evoluta partendo da uno stile più codificato e aderente allo stile minimalista. Oggi ha preso una direzione diversa, forse, ma il punto di partenza è senz’altro la minimal music.

Francesco Di Fiore

 E’ particolarmente interessante il tuo progetto Miniature. Ci spiegheresti la genesi di questa idea e come è stata realizzata?
È un progetto di dieci anni fa. Per un anno intero ho scritto un pezzo per pianoforte alla settimana condividendolo sul mio sito e sulla pagina Facebook. Alla fine ho composto cinquantatré pezzi per pianoforte costantemente messi a disposizione dei follower sia in versione audio che in partitura. Il progetto ha richiamato altri artisti che hanno voluto partecipare attivamente. Per esempio l’artista italiano Giorgio Gristina, che ogni settimana ha disegnato o dipinto una versione visiva. O la compositrice britannica Anna Ferro che ha scritto la parte di secondo pianoforte per la miniatura intitolata Mist, o addirittura il cantautore australiano Derek Gifford che ha scritto dieci canzoni basate su altrettante composizioni. Sono cosciente del fatto che 10 anni fa i social media erano più acerbi e che non mi hanno permesso di raggiungere la risonanza che probabilmente ci sarebbe oggi con Instagram o Tik Tok. Forse ero troppo in anticipo per questo tipo di comunicazione. Il fatto sta che comunque è stato un anno straordinario, anche molto faticoso, ma che mi ha dato enormi soddisfazioni e la fiducia di riuscire a completare un’impresa impegnativa.

Cosa è scritto nell’agenda di Francesco Di Fiore?
Le voci in agenda più interessanti sono le musiche per un cortometraggio di Giuseppe Gigliorosso, che ho appena iniziato a scrivere, e un nuovo progetto discografico che dovrei registrare la prossima primavera. Nell’attesa che il mondo ricominci di nuovo a vivere.
Alceste Ayroldi