Post Jazz Chamber Music. Intervista a Francesco Baiguera

Nuovo progetto musicale per il chitarrista e compositore bresciano. Ne parliamo con lui.

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Buongiorno Francesco, piacere di conoscerti. Dunque, come si legge nella seconda di copertina del tuo disco: “Tutto il materiale è stato composto come una suite durante il primo lockdown italiano, tra marzo e aprile 2020”, fatta eccezione per due brani: Intermezzo e Postlude. Cosa ti ha spinto a comporre in quel periodo così buio?
Buongiorno, il piacere è tutto mio. Credo si possa dire che la spinta compositiva sia stata sostenuta in quel periodo dall’incertezza. Il trovarsi all’improvviso in una situazione completamente nuova ha creato dentro me una sorta di moto interiore, di riflessione e analisi. “Bisogna avere il caos dentro di sè, per generare una stella danzante” frase di Nietzsche che mi ha sempre accompagnato poiché incisa a pennarello in casa da mia madre. Seppure forse abusata credo possa descrivere come le difficoltà mi abbiano spinto alla scrittura e a cercare di sancire il momento storico attraverso la musica, provando a fotografare il periodo attraverso una “lente” compositiva specifica. Riportare le sensazioni provate durante l’isolamento, le speranze e le paure che accompagnavano lo scorrere delle settimane, trovarsi tutti forse per la prima volta nella stessa condizione ma distanti: questa è stata la riflessione di partenza e così l’idea ha preso pian piano forma ed è nata la suite. D’altronde la composizione e la musica, l’immaginazione e l’arte più in generale, sono sempre stati per me un modo per “bucare” le pareti e viaggiare oltre.

«Post Jazz Chamber Music» come va inteso: è il titolo dell’album? Il gruppo? Una presa di posizione musicale?
Direi che è il titolo del progetto e di conseguenza anche dell’album. Per il gruppo virerei verso un Post Jazz Chamber Music Ensemble, seppure con l’etichetta si è preferito risultasse a mio nome per l’uscita discografica. Nel cercare un titolo che potesse evocare il suono della suite mi è uscita questa forma che risulta forse troppo altisonante. Desideravo un titolo che potesse incuriosire, spingere all’ascolto e rispondere ironicamente alla domanda che spesso mi si pone riguardo a che genere di musica si tratti. La suddivisione in generi risponde spesso più ad un mercato che ad una differenziazione basata su criteri e parametri: nella suite si trovano brani interamente scritti fino all’ultima nota e sezioni completamente libere. Inoltre il titolo racchiude e fotografa in qualche modo il mio percorso personale. Il jazz, più o meno tradizionale, rappresenta buona parte del mio background, ma da sempre ho avuto forte attrazione verso la musica classica e la musica colta del Novecento. Penso che questo si senta nel progetto dove le tecniche compositive utilizzate esulano da un mondo prettamente jazzistico e lo stesso organico si situa in una terra di confine tra i generi.

C’è un legame, dal punto di vista compositivo, con il precedente «Prèludes»?
Si tratta di progetti piuttosto diversi dal punto di vista compositivo, l’idea alla base di Prèludes era creare dei piccoli riquadri sonori dai quali entrare e uscire più o meno liberamente. In trio con contrabbasso e batteria si ha notevole margine di movimento su dove condurre la musica e non servono grandi indicazioni in partitura, grazie all’ascolto attento di Emanuele Maniscalco e Giacomo Papetti. In Post Jazz Chamber Music si trova invece un viaggio sonoro più strutturato, che concede sempre libertà all’esecutore, ma gli incastri ritmico-melodici sono talvolta più serrati e vi sono più momenti stabiliti dal pentagramma. I due progetti hanno in comune il fatto di essere stati ideati e scritti proprio per le persone con cui sono stati registrati e successivamente portati dal vivo. Una lezione tramandata da diversi autori di jazz (Duke Ellington su tutti) e che trova buoni esempi anche nella classica. Non che io scriva sempre pensando specificatamente per i musicisti con cui collaboro, ma quando succede la musica avviene con molta più naturalezza.

Vorresti parlarci dei tuoi compagni di viaggio?
Sono molto felice e onorato di collaborare con Daniele Richiedei, Massimiliano Milesi e Giulio Corini. Sono dei musicisti fantastici e delle persone splendide, disponibili e con un gran senso dell’umorismo (che è fondamentale per una buona riuscita di un disco). Devo dire che in primo luogo io sono un loro grande fan. In passato, quando muovevo i primi passi nell’ambiente, sono stato spesso a concerti in cui suonavano e folgorato da alcune loro performance. Mi sento molto fortunato ad essere entrato in contatto e aver condiviso il palco in precedenza con altri progetti. Nell’ideare il disco ho subito identificato chi potesse essere coinvolto. Sono musicisti con una mente davvero aperta alle contaminazioni più disparate, trovandosi a proprio agio nel jazz come in derivazioni della classica contemporanea. Credo che il loro contributo sia stato fondamentale, apportando una personale visione estetico-musicale, un grande livello strumentale e arricchendo il processo di realizzazione con consigli e indicazioni. Un’esperienza forte per me.

La scelta di un combo drumless è voluta o casuale?
La scelta è voluta e penso sia dovuta agli ascolti in cui mi trovavo immerso nel periodo precedente al lockdown. Molta musica classica, in particolare rapito da diversi quartetti d’archi (citerei in ordine casuale: Beethoven, Ravel, Debussy e Bartok) e dalle loro molteplici possibilità. L’assenza della batteria mi evoca un senso di forte intimità e introspezione, per questo credo di aver scelto una dimensione cameristica. Una direzione presa naturalmente come per assecondare una necessità.

Francesco, quali sono le “regole” che segui nel tuo processo compositivo?
Quando scrivo non ho regole precise. Posso dire che avviene più frequentemente sul pianoforte che sulla chitarra, forse perché mi sembra di aver meglio rappresentato il range sonoro o forse per rifuggire la gestualità dello studio strumentale. In qualche modo mi sento più libero. Lo stesso penso si possa dire riguardo al materiale di partenza che mi spinge alla composizione, talvolta ho un’immagine sonora precisa in mente e cerco poi di rappresentarla come meglio posso, altre volte decido di sancire sul pentagramma dei frammenti che sono fluiti attraverso una libera divagazione sullo strumento in improvvisazione. A volte l’ispirazione arriva dal ricordo di una sensazione, di un paesaggio o di sguardo, mentre in altri casi deriva da note e concetti che sto studiando: una tecnica compositiva, un ritmo o un giro di accordi. Come si può vedere non ho regole, anzi spesso cerco di infrangerle provando a ricercare l’insolito, il nuovo, il bizzarro.

Quali sono state le collaborazioni che hanno maggiormente influenzato il tuo modo di intendere la musica?
Difficile rispondere a questa domanda. Direi che tutti hanno apportato un loro contributo alla mia personale crescita, può essere che di molte non mi sia nemmeno accorto della loro importanza. Le esperienze in orchestre (come la Brixia Art Orchestra) insegnano molto, leggere partiture complesse scritte da altre persone è molto stimolante, lo stesso vale per collaborazioni come i Reithia dove ogni componente porta le proprie composizioni e il proprio modo di vedere la musica. Condividere il palco e lo studio con grandi artisti e nomi di spicco arricchisce ulteriormente il tuo bagaglio di conoscenze tecniche e esperienze umane in maniera difficilmente descrivibile. Credo che tutti offrano un pezzettino di quello che poi, attraverso una rielaborazione prevalentemente inconscia, sarà il tuo modo di intendere la musica.

Post Jazz Chamber Music

Qual è la tua concezione e il tuo approccio al suono?
Più il tempo passa più mi rendo consapevole che il suono è tutto, sia a livello compositivo che sul piano strumentale. Una frase, un passaggio, un accordo possono o meno funzionare in base al timbro e all’intenzione utilizzata. Per molti anni ho sperimentato sullo strumento alla ricerca di un suono che mi rappresentasse il più possibile, vicino a ciò che avevo in mente; penso di essere sulla buona strada ma la ricerca è un processo senza fine. In quest’ultimo progetto mi sono dedicato al suono ottenuto dalla miscelazione di voci e timbri diversi, oltre alla ricerca sul pentagramma sperimentando voicing e incastri tra linee.

Sei un fruitore di elettronica?
Sì, moderatamente e vado a periodi. L’effettistica mi ha sempre intrigato e ho cercato di sperimentare alla ricerca di particolari reverberi, delay e distorsioni. Ultimamente anche attraverso software e strumenti MIDI. In Post Jazz Chamber Music cercavo una dimensione più acustica e ho usato solo un leggero riverbero, ma in altri progetti amo osare un poco di più. Lo stesso si può dire per gli ascolti, difficilmente ascolto musica elettronica pura, ma mi piace molto la miscelazione tra acustica e elettronica.

Sei un artista “social”?
Forse non quanto dovrei, o forse è giusto così. Tendenzialmente uso i social per pubblicizzare eventi o dischi che mi riguardano, oltre a condividere qualche mia piccola passione. Sono incostante nell’uso e difficilmente creo appositi contenuti per le piattaforme, così l’algoritmo non mi premia. Non ne faccio un dramma, anzi è una attività che non sento tra le mie corde (seppure cerchi di sforzarmi) e va bene così.

 

Cosa – o chi – ti ha spinto a fare della musica la tua professione?
Credo sia stata la gioia e il piacere ricavato fin dall’adolescenza nell’atto del suonare. Sia insieme agli altri, sia come pratica quotidiana. Sembra abbia un effetto calmante sulla mia persona. Immergersi nell’ascolto di dischi e la curiosità per gli aspetti tecnici, come miscelare suoni e riuscire a suscitare emozioni, hanno preso poi sopravvento e, seppure abbia iniziato altri percorsi di studio, la spinta verso il mondo musicale era troppo forte.

Cosa pensi sarebbe da migliorare (o cambiare) nel sistema dell’industria musicale in Italia?
L’industria musicale lavora per rispondere a una domanda, oltre che ad influenzarla e addirittura crearla. Detto ciò penso che vadano rivisti i compensi ricavati dallo streaming su alcune piattaforme e mi piacerebbe che si puntasse maggiormente sul nuovo piuttosto che favorire i grandi nomi (problema presente anche in ambito jazzistico). Il problema alla base credo però riguardi una poca educazione all’ascolto da parte della maggioranza delle persone che difficilmente muovono verso la ricerca del nuovo e sembrano accontentarsi di ciò che viene presentato loro. La risposta è nell’educazione secondo me, quindi nel sistema formativo e nella scuola.

Qual è il disco che preferisci in assoluto?
Domanda difficilissima, impossibile rispondere per me. Spazio davvero moltissimo con gli ascolti, posso passare tranquillamente dai preludi di Debussy al rock dei Rage Against The Machine nell’arco di un pomeriggio. Posso dire che però ci sono autori e opere cui ritorno spesso e che rappresentano punti di riferimento per varie ragioni. In ambito classico direi Bach, Debussy e Stravinskij, mentre nel jazz alcuni dischi di Miles Davis, Monk, Coltrane e Shorter. Riguardo ad artisti più attuali credo potrei citare Frisell, Mehldau, Scofield e Rosenwinkel, ma è davvero impossibile per me fare una selezione tra questi, c’è un disco giusto per ogni specifico momento.

E, invece, qual è il libro che ti ha lasciato un’impronta significativa?
Domanda ancora più difficile, forse. Se guardo indietro mi soggiungono i grandi autori scoperti in adolescenza come i classici di Salinger, Svevo ma anche Joyce e Dostoevskij. In tempi più recenti mi hanno maggiormente colpito lavori di saggistica su temi specifici, così su due piedi direi i lavori di Oliver Sachs e il tentativo verso gli scritti su relatività e spazio-tempo di Hawking.

Cosa è scritto nell’agenda di Francesco Baiguera?
Il 19 febbraio presenteremo il disco su Radio3 durante la trasmissione Piazza Verdi, mentre bisogna aspettare marzo per i primi concerti. Il 3 marzo suonerò a Brescia con Haenur, il duo con Massimiliano Milesi, mentre il 18 marzo a Nave (BS) con un trio di recente formazione chiamato BadMeat con Giacomo Papetti e Paolo Malacarne.
Alceste Ayroldi